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Non sapevamo giocare a niente

redazione Autori, Emma Reyes, SUR Lascia un commento

Non sapevamo giocare a niente di Emma Reyes è in libreria. Ne pubblichiamo oggi un estratto, per presentarvi uno dei personaggi più indimenticabili del libro.

traduzione di Violetta Colonnelli

Mio caro Germán,
per più di un anno le altre ci chiamarono le nuove, fino a che un giorno arrivò un’altra nuova, e quello stesso giorno recuperammo i nostri nomi propri.

Avevamo iniziato ad abituarci, ma il fatto di sentirci chiamare con il nome con cui ci avevano chiamato la Signora María e Betzabé provocò in noi una completa trasformazione. Io cominciai ad avere il coraggio di allontanarmi da Helena e di parlare con le altre bambine. Grazie ai nostri lunghi mesi di osservazione ormai ci eravamo fatte un’idea sulle nostre compagne, sapevamo quali erano le più cattive e chi ci stava più simpatica o antipatica.

Fra tutti i gruppi, quello che ci piaceva di più era il gruppo di Ester. Erano sei, un po’ più grandi di Helena, ma ci sembravano simpatiche e meno volgari e sgarbate delle altre. non ci avevano mai rivolto parola, ma nessuna di loro ci aveva fatto alcun torto. nessuna di loro era tra quelle che mi avevano strappato le mutande. Erano molto allegre e passavano il tempo a inventarsi sempre giochi nuovi. Ester non era la più grande ma era a capo del gruppo. Aveva forse undici anni ed era molto carina, bionda con gli occhi grigi, sempre molto pulita e ogni cosa che faceva era ben fatta. Era quella che saltava meglio la corda, che giocava meglio a palla, sapeva cantare bene e aveva una voce molto dolce, rideva sempre tirando fuori la punta della lingua, aveva un viso da furbetta ed era di una simpatia irresistibile. Suo padre era un marinaio francese che lei non conobbe mai, la madre una ragazza di Santa Marta che morì annegata in mare quando Ester aveva solo tre anni; del padre non si seppe più nulla e una famiglia la prese e la portò nel convento a Bogotà. Un giorno ebbi la fortuna di essere messa insieme a lei a lavorare a una stoffa, era una tovaglia da altare piena di ricami a giorno e ci misero tutte e due a separare i fili. Un giorno presi coraggio e le dissi che volevo far parte del suo gruppo, le chiesi se mi potevano accettare. Quello stesso giorno, all’ora di ricreazione, parlò con le altre e, dopo avermi fatto giurare in nome di Dio che non le avrei tradite, mi accolsero nel gruppo; io non sapevo bene cosa significasse, però mi inginocchiai in un angolo e giurai che non le avrei mai tradite.
Helena, da parte sua, aveva cominciato a fare amicizia con una bambina che si chiamava Bárbara e che era molto più grande di lei.

Le compagne di Ester erano: Estela, che aveva due sorelle molto più grandi che stavano in altri gruppi e di loro si raccontava che erano figlie di un signore molto ricco del dipartimento di Tolima e che la loro madre era la serva della casa di quel signore; era un po’ pretenziosa e vanitosa, ma era educata e molto intelligente. Rosario, invece, era una bambina normale che le suore umiliavano molto perché sua mamma aveva un banco di verdura nella piazza del mercato e neanche lei, come le altre, aveva il papà. Teresa era la più sciocca del gruppo ed era quella che ci faceva ridere di più, era cicciona rotonda e la chiamavamo barile, sua mamma lavorava in un grande panificio e ogni settimana le mandava dei sacchi pieni di un pane che era una delizia e che lei distribuiva religiosamente a tutte noi del gruppo. Inés era la romantica, sempre tra le nuvole, era l’unica del gruppo a essere andata a scuola e ad avere imparato a leggere, aveva una memoria prodigiosa e ci raccontava pagina per pagina le storie che leggeva; più che raccontarle le recitava. Di lei non si sapeva nulla. Una signora molto per bene di Bogotà, che di cognome faceva Uribe, era la sua tutrice e veniva a farle visita due o tre volte l’anno, le portava vestiti, ma non sapeva chi fossero la sua mamma e il suo papà. Io gli raccontai quanto avevamo stabilito con Helena: non sapevo chi fossero mio padre e mia madre e del passato non ricordavo niente. Come ti ho già detto, non tradimmo mai il nostro segreto.
Non so da quanto tempo fosse arrivata la nuova, fatto sta che io ormai ero parte integrante del gruppo e cominciavo a tirare fuori le unghie, come dicevano le suore, vale a dire che cominciavo a organizzare malefatte con il mio gruppo.

La nuova, come tutte le nuove, era sempre sola, nessun gruppo l’aveva adottata; era la bambina più triste che avessi mai visto nella mia vita: avrà avuto dieci anni, magrissima, pallida come fosse di cera, con una testamolto grande che sembrava sproporzionata al suo corpo rachitico, e poi aveva tantissimi capelli molto crespi che le cadevano in una zazzera di ricci sulle spalle, le suore non erano riuscite a farle fare le trecce come le altre, ogni volta le scioglieva e si rifaceva i ricci. Aveva degli occhi grandissimi, non so perché mi ricordavano quelli del Bambino. Degli occhi neri, enormi, con delle ciglia lunghissime, ma che davano l’impressione di poter vedere più in là, più profondamente degli occhi delle altre. Camminava come fosse a mezz’aria, come se non posasse i piedi per terra e tutta la sua tristezza si rifletteva nella bocca. Non so…non te lo so spiegare, era una bocca che chiedeva aiuto, aveva sempre un’espressione di profondo dolore. L’avevo osservata a lungo, visto che me l’avevano messa a sedere vicino nella cappella perché Suor Teresa le insegnasse a comportarsi durante la messa e, nonostante fosse più grande di me, eravamo quasi alte uguali. Il sabato pomeriggio era l’unico giorno libero che avevamo, per occuparci delle nostre cose; era il giorno in cui lavavamo, rammendavamo e stiravamo i nostri vestiti. Suor Teresa ci regalava pezzi di vecchi stracci o vestiti vecchi che tirava fuori da non so dove e che noi rammendavamo e adattavamo. I grembiuli delle divise erano uguali per tutte. ne avevamo due ciascuna, uno nuovo che era solo per andare alla cappella e alle feste e un altro sempre e comunque vecchio da usare tutti i giorni e che il sabato lavavamo per metterlo di nuovo la domenica, infatti il sabato era l’unico giorno in cui potevamo circolare senza la divisa e ci mettevamo i pezzi dei vestiti vecchi che ci regalavano.

Ovviamente molte avevano dei tutori o le famiglie che gli portavano i vestiti, ma a noi che non avevamo nessuno civestivano le suore con quanto trovavano o ricevevano da quelli che chiamavano i benefattori del convento.

Uno di quei sabati Suor Teresa aveva tirato dal secondo piano un sacco pieno di stracci perché ognuna di noi prendesse quello che le serviva per rammendare e naturalmente ci lanciammo come avvoltoi su un cadavere per accaparrarci, tra battaglie terribili, un pezzetto che ci serviva per rammendare un paio di mutande o una sottoveste. Era un giorno terribilmente freddo e grigio, nell’aria si sentiva il temporale in arrivo; iniziarono i tuoni e i fulmini e all’improvviso venne giù un vero diluvio. Sentivamo i tuoni raschiare il tetto del convento. I temporali ci spaventavano moltissimo, educate come eravamo nel terrore dell’Inferno, della morte, del peccato e del Diavolo.

Pregando a voce alta e benedicendoci a vicenda a ogni tuono corremmo a rifugiarci nell’unico cortile coperto che c’era, molto piccolo, sotto la sala di ricamo. Lì c’erano anche gli armadi dove tenevamo le borse della toilette. ogni borsa aveva il nome di una bambina ed era appesa a un chiodo e, sopra delle assi, c’erano dei miserabili catini di latta dove ci lavavamo la faccia e i piedi.

Ero così impaurita dai tuoni che scappai tra le gambe di tutte e mi infilai in uno degli armadi. Con mia grande sorpresa, dentro ci trovai la nuova che ci si era già rifugiata, con gli occhi sbarrati, mentre grandi lacrime le cadevano sul viso. Cominciai istintivamente ad accarezzarle la testa con la mano e con un lembo del grembiule le pulivo le lacrime. In quel momento cadde un fulmine nel cortile del convento, tutte sentimmo i muri tremare e una fiamma rossa, verde, blu, gialla illuminò tutto; la nuova e io ci abbracciammo strette, le facce una contro l’altra. Le nostre lacrime si mischiarono, non so per quanto rimanemmo così intrecciate, forse molto tempo, perché il temporale continuava con la stessa violenza. Poco a poco il temporale si calmò, ma i cortili erano diventati dei laghi, le suore ci dissero di aspettare che l’acqua si abbassasse. Iniziai a parlare con la nuova. Le chiesi il suo nome.
Si chiamava María, mi disse che non aveva il papà ma aveva la mamma e una sorella molto più grande che era sposata e che aveva due bambini e che lei aveva un fratellino; quando le chiesi dov’era il suo fratellino si mise a piangere. Io ripresi ad accarezzarle la testa, mi piaceva toccarle i ricci. Di colpo tornò molto seria e con una voce molto ferma mi chiese: «Tu sei mia amica?»

«Sì, sono tua amica e ti voglio bene», le risposi io.

«Se ti racconto una cosa, mi prometti di non dirla a nessuno?»

«Sì, te lo giuro».
 «Su chi me lo giuri?»
 «Non so, te lo giuro sulla Madonna… Sì, sulla Madonna, giuro che qualsiasi cosa mi dirà la Nuova…» 
La Nuova mi interruppe: «No, María».
 «Giuro sulla Madonna che qualsiasi cosa mi diràMaría non la racconterò a nessuno».
 «Bacia la croce», mi disse.
 Io feci una croce con le dita e la baciai.
 «Avvicinati per bene… Qui… Ancora un po’… Così, eavvicina l’orecchio alla mia faccia. Così: adesso te lo dico. Ti ho detto che ho un fratellino; sì, ecco, quel fratellino l’ho portato al convento, è qui con me».

«E dove lo nascondi?»

«Aspetta, ora ti racconto. Quando nacque, il mio fratellino era così piccolino che mia madre non lo vide e io glielo rubai. Da allora lo porto sempre con me, ma adesso,da quando sono nel convento, il poveretto ha sempre fame, perché quello che ci danno non basta per tutti e due e quando non gli do da mangiare lui non va nel mondo e se lui non va nel mondo io non so niente di mia madre né di mia sorella che si è sposata, né degli amici che avevo nel mondo. mi aiuterai? Sì, dimmi, mi aiuterai a nutrire Tarrarrurra?»

«Chi è Tarrarrurra?» 
«È il nome del mio fratellino».
 «Però lo voglio vedere. Dov’è?» 
«Qui, qui, aspetta».
E iniziò ad alzarsi il grembiule; legato alla cinta avevaun sacchetto di velluto rosso, prese il sacchetto, lo aprì molto lentamente e dal suo interno tirò fuori un bambolotto minuscolo, non era più lungo di cinque centimetri, di porcellana bianca, con le braccia e le gambe attaccate al corpo. Era così consumato che ormai non aveva più né naso, né bocca e gli occhi avevano un puntino nero al centro.

«Guardalo, toccalo, però fai piano, non devi fargli male. Ora gli chiedo se è d’accordo che diventi nostra amica». Si avvicinò molto delicatamente Tarrarrurra all’orecchio, sotto quei bei capelli, e cominciò a sorridere; la sua espressione si era completamente trasformata, era radiosa, gli occhi le brillavano e sembrava che vedessero oltre i muri, ogni tanto inclinava la testa e diceva: «Sì, sì, certo, glielo dico, ma a una condizione: ci devi promettere che tutte le notti, mentre noi dormiamo, tu esci dalla finestra e vai nel mondo e ci porti molte notizie. Sì, devi raccontarci tutto quello che succede nel mondo. Cosa? Devi andare a far pipì? ma sta piovendo, non ti ci posso portare, non mi fanno attraversare il cortile. Sì, ti prometto che appena posso ti ci porto, sì. ora ti rimetto a posto, dormi intanto che non ti posso portare a far pipì».

La conversazione finì; con la stessa calma, gli stessi movimenti lenti, ripose Tarrarrurra nella borsina, si legò di nuovo il sacchetto alla cinta e si abbassò il grembiule sistemando una per una ogni piega. Io ero completamente affascinata e stregata, l’ammirazione e l’amore per la nuova e il suo fratellino avevano cominciato a invadere ogni mio pensiero, non volevo perderli come avevo perso Eduardo, il Bambino, Betzabé e la Signora María. Avevo deciso, li avrei protetti e tenuti per me.

«Dimmi cosa mangia Tarrarrurra». 
«Mangia di tutto», mi rispose tranquillamente.

«Tutto tutto?» 
«Sì, tutto tutto, solo che mangia molto; mi chiede da mangiare in continuazione». 
«Ti aiuterò, ti prometto che gli darò una parte dei miei pranzi e delle mie cene, ma se non gli basta e non vuole andare nel mondo dovremo raccontare tutto alle mie amiche perché ci aiutino anche loro. Siamo sei, le avrai viste».

«Sì, le ho viste insieme a te, ma credi che riusciranno a non dirlo a nessuno?»

«Te lo assicuro, perché abbiamo giurato tutte che non racconteremo mai niente del nostro gruppo alle altre».

«E se loro non mi vogliono nel gruppo? E se non vogliono Tarrarrurra?»

«Ti assicuro che lo adoreranno, vedrai, parlerò con Ester e, se lei sarà d’accordo, sarà d’accordo tutto il gruppo».

«Ma intanto che ci parli, stasera a cena mi darai qualcosa per Tarrarrurra?»

«Sì, te lo prometto, aspettami all’uscita del refettorio, qui, qui, di fronte all’armadio».

«No», mi disse, «meglio in fila davanti ai bagni, perché Tarrarrurra non può mangiare di fronte alle altre. Per dargli da mangiare mi devo chiudere in bagno».

«Va bene, ti vengo a cercare davanti ai bagni. Mi porto la borsa del lavoro a maglia e te la passo. Il cibo lo metto dentro la borsa».

Inclinò la testa e corse al bagno.

Il mangiare che ci davano era piuttosto miserabile. A cena, come a pranzo, c’era sempre una mazamorra chiara con delle verdure, poi una cucchiaiata di riso a testa, un misero pezzo di carne dura cotta con la mazamorra che noi chiamavamo la brutta copia della carne e che non era più grande di una noce, due patate che spesso erano piene di vermi e, per finire, una banana acerba. Quella sera nascosi il mio pezzo di carne e la banana, per darglieli alla nuova. Come stabilito, mi aspettava di fronte ai bagni, prese la borsa e si chiuse nel bagno; io corsi a cercare Ester, la portai in un angolo vicino ai secchi della spazzatura e le raccontai tutto di Tarrarrurra. Era affascinata quanto me. Andammo a cercare la nuova e le chiedemmo di farci vedere Tarrarrurra. non ce lo faceva mai toccare, ce lo mostrava tenendolo in mano ma non ce lo dava, potevamo solo toccargli la testolina con la punta delle dita e molto delicatamente. Ester parlò con il gruppo e tutte accettarono di contribuire con il proprio cibo perché Tarrarrurra non morisse di fame e, soprattutto, perché potesse andare nel mondo e portarci notizie. Sempre di fronte ai bagni, ognuna portava un sacchettino in cui aveva nascosto parte del suo cibo per darglielo alla nuova.

Era molto comune avere in mano delle borse di stoffa; la maggior parte delle bambine durante la ricreazione non giocava, ne approfittava per fare dei piccoli lavori per sé. molte facevano degli imparaticci, così li chiamavamo, che erano i campionari dei diversi punti del ricamo, o campioni di punto croce o ricamo a giorno; altre facevano monogrammi a punto croce per cifrare i vestiti o cartelline all’uncinetto, insomma, non era strano avere una borsa in mano, per questo nessuno si accorgeva del nostro trucco. La nuova prendeva le borse e spariva al bagno. noi la aspettavamo in cortile sedute per terra, la vedevamo arrivare con il suo passo lento, come a mezz’aria, sorridente, con i grandi occhi fissi su di noi. Si sedeva al centro e chiudevamo il gruppo. Era quello il momento in cui ci raccontava ciò che Tarrarrurra aveva visto nel mondo durante la notte. Era meraviglioso. ormai non ricordo più nessuna delle sue storie esattamente, ma ricordo i dettagli meravigliosi con cui ci descriveva casa sua, dove c’era un gatto nero che cacciava i topi e li divorava che erano ancora vivi. Ci raccontava della mucca dei vicini che, stando a quanto diceva Tarrarrurra, aveva avuto una piccola vacca bella, molto bella, che aveva battezzato con il nome di Campana. Ci raccontava che Tarrarrurra aveva visto sua sorella che giocava a letto con il poliziotto del quartiere e che erano entrambi completamente nudi e l’una toccava il coso all’altro. Raccontava delle lunghe storie sugli amici di sua madre e sul giardino che avevano. naturalmente le storie venivano interrotte varie volte, quando parlava aveva sempre Tarrarrurra in mano attaccato all’orecchio e quando s’interrompeva era perché Tarrarrurra le stava parlando, a volte le chiedeva di andare in bagno, altre volte decideva di non raccontare più nienteperché Tarrarrurra non voleva che raccontasse certe cose. Alcune volte non ci raccontava niente perché Tarrarrurra non era andato nel mondo, perché aveva avuto mal di denti o mal di pancia. Per noi Tarrarrurra era un essere vivente che mangiava, dormiva, a cui facevano male i denti e lo stomaco, che poteva andare nel mondo e vedere ciò che noi non potevamo vedere. Quindi eravamo disposte a dare la vita e a vivere per lui.

La nuova un giorno ci fece sapere che Tarrarrurra non voleva più mangiare patate perché gli facevano venire mal di pancia, sarebbe stato meglio dargli più banane, pane e carne. noi obbedimmo senza battere ciglio. La felicità di ascoltare la nuova mentre ci raccontava ciò che Tarrarrurra le diceva all’orecchio meritava tutti quei sacrifici. non ci ripeté mai la stessa storia. Le avventure che viveva nel mondo erano favolose, a volte entrava a casa dei ricchi e ci diceva che tutti i piatti e le tazze erano d’oro o d’argento, ci descriveva le signore e i signori ricchi vestiti con dei meravigliosi abiti di velluto e raso. Credo che in quel periodo non pensammo più al Diavolo, né al peccato, o all’Inferno. Le storie di Tarrarrurra erano l’unica cosa che riempiva la nostra vita.

Ricordo che era domenica. La mattina, come tutte le domeniche, l’avevamo passata nella sala delle feste ripetendo a memoria il Catechismo e la Storia Sacra. Della Storia Sacra ci avevano raccontato di quando Dio aveva cacciato Adamo ed Eva dal paradiso, tutti nudi senza sapere dove andare e Dio e tutti gli angeli con le spade di fuoco in mano che li spingevano per farli andare via, perché avevano disubbidito mangiando una mela che era di Dio e che lui gli aveva proibito di toccare, perché il paradiso era pieno di alberi da frutta e loro potevano mangiare tutto, tutti i frutti, eccetto le mele. non avevano mai visto Dio così infuriato come quel giorno e, da allora, gli uomini iniziarono a commettere peccati.

Uscimmo dalla lezione alle dodici, io ero veramente preoccupata per Adamo ed Eva, me li immaginavo nudi a camminare e camminare per i campi senza sapere dove andare; dopo la lezione andammo direttamente al refettorio. Io avevo messo da parte il mio pezzo di carne per Tarrarrurra, avevo così tanta fame che non fui in grado di mettergli da parte anche la banana. Una volta uscita andai spedita al bagno. La nuova stava aspettando. Ester le aveva già dato il suo sacchetto. Dietro di me c’erano Teresa e Rosario con le loro borse, poi fu il turno di Estela, e per ultime andarono Inés e Julia. nessuno aveva notato la madre Superiora che se ne stava accanto a una colonna esattamente di fronte ai bagni. Quando la nuova, con tutti i sacchetti in mano, aprì la porta del bagno, una mano la afferrò per un braccio: era la Superiora. Di fronte a noi, non disse una parola. Le tolse tutte le borse, la prese per mano e molto lentamente, in silenzio, attraversarono i tre cortili e la vedemmo sparire dalla porta che conduceva al cortile dove stava la Signorina Carmelita.

Fu l’ultima volta che vedemmo la nuova. Quello stesso giorno Suor onorina la portò dalla madre. né la Superiora né nessun’altra suora ci dissero mai niente. ogni giorno noi aspettavamo che ci chiamasse la direttrice, o che magari ci punissero, noi stesse non potevamo sapere se quello che avevamo fatto andasse bene o male. Il fatto che avessero cacciato la nuova come Adamo ed Eva dal paradiso, ci faceva pensare che forse avevamo commesso un peccato, nonostante nessuno ci dicesse nulla e noi non dicemmo niente, la nostra vita non fu più la stessa. Insiemealla nuova se ne era andata una parte di noi, non sapevamo quale, come se di botto fossimo diventate vecchie… Sì, come se la nostra infanzia si fosse conclusa con Tarrarrurra. Passarono diversi mesi e ormai non parlavamo più di Tarrarrurra, perché ognuna di noi lo conservava nei più intimi ricordi d’infanzia. Il nostro gruppo continuava a essere saldo e unito, unito nella complicità e nella grande solitudine e sterilità della nostra vita interiore.

Credo che ormai fossero passati cinque o sei mesi da quando la nuova era stata espulsa e, come d’abitudine, ci riunimmo nel corridoio della Buonanotte, prima delle ultime preghiere nella cappella. La Superiora sembrava preoccupata o di malumore. Prima ci parlò della festa di San Giuseppe. Ci parlò di lui, povero e umile in quella falegnameria, a tagliare tavole, a inchiodare assi come un operaio qualsiasi. Lui, scelto per essere il padre adottivo di Gesù. Ci disse di prendere esempio dalla sua umiltà e poi fece una grande pausa.

«E domani», ci disse, «la messa sarà di Requiem. Vi chiedo di offrirla all’anima di una delle vostre compagne che è morta ieri. La maggior parte di voi l’ha conosciuta solo di vista, non ha neanche imparato il suo nome, la chiamavate la nuova. ma un gruppo molto piccolo di voi invece sa bene chi era María. La pallida e trasparente María, magra, rachitica; i suoi familiari, quando ce la portarono, ci dissero che era malata, era matta, la poveretta. Si era messa in testa l’idea che una bambola che si portava sempre dietro fosse suo fratello. Due giorni fa la famiglia l’ha portata a fare una passeggiata lungo il fiume Bogotà. Lei ha voluto far fare il bagno alla sua bambola e le è scivolata di mano ed è andata giù. Quando la famiglia se n’è accorta lei si era già buttata tutta vestita per salvareil suo bambolotto. Disgraziatamente non ce l’hanno fatta a salvarla. L’hanno ritrovata solo ieri. In mano stringeva forte la sua bambola…»

Ciao.
 Saluti. Abbracci. Emma

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