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La salsa e il suicidio. Andrés Caicedo: cultura giovanile e cultura della violenza in Colombia / 1

Francesco Varanini Andrés Caicedo, SUR 2 Commenti

Iniziamo oggi la pubblicazione di un saggio di Francesco Varanini sul romanzo «Viva la musica!» di Andrés Caicedo, ringraziando l’autore.

di Raul Schenardi

Era il 1998 quando uscì per Marsilio, Viaggio letterario in America Latina, di Francesco Varanini. Appena due anni dopo il libro fu pubblicato anche in Spagna (alla presentazione di Barcellona l’autore venne affiancato da Roberto Bolaño), dove suscitò varie reazioni e ricevette fra gli altri gli elogi di Guillermo Cabrera Infante, che in un’intervista del 2001 dichiarò: “non fa sconti alla critica più compiacente e al contempo scommette sul romanzo speciale, non un libro all’anno con forme come formule”. Nel 2010 Viaggio letterario in America Latina è stato riedito dalla casa editrice Ipoc, mentre l’autore sta lavorando a un secondo volume. In 500 pagine, con un notevole apparato di note e una ricchissima bibliografia che lo rendono prezioso anche per la semplice consultazione, la vera novità dello studio di Varanini, che rimane tale anche a quindici anni di distanza dalla prima pubblicazione, sta nell’originalità del punto di vista e dei giudizi critici sugli scrittori della generazione del boom.

Distante mille anni luce dai criteri del successo, delle mode letterarie e della “potabilità”, Varanini non si tira indietro quando si tratta, per esempio, di criticare impietosamente la decadenza di García Márquez, o la postura di Alejo Carpentier, non risparmia Carlos Fuentes né Vargas Llosa, e soprattutto si toglie il gusto di affiancare ai nomi dei “mostri sacri” – Borges, Cortázar, Lezama Lima fra gli altri – quelli di scrittori meno frequentati dalla critica e dall’editoria, come Felisberto Hernández, Jorge Edwards, Adalberto Ortiz e Andrés Caicedo, appunto.

Va detto inoltre che la scrittura di Varanini, lungi dall’appiattirsi negli schemi della critica accademica, è anzitutto l’opera di un aficionado, che trasmette in ogni riga, insieme a una mole impressionante di conoscenze, una passione genuina per gli autori e le tematiche che affronta. Come dice nell’Introduzione: “Questo libro è un viaggio tra i libri; ma è anche un viaggio nei luoghi di cui parlano i libri; e un viaggio nei luoghi dei quali i libri non parlano abbastanza. Si può raccontare una storia letteraria facendo elenchi ordinati, ricchi di dati e di date; scrivendo pagine descrittive e istruttive, dove ad ogni autore e ad ogni titolo è riservato un congruo numero di righe. Oppure, come mi sono trovato a fare in queste pagine, si può raccontare il proprio viaggio”.

Francesco Varanini, già antropologo in America Latina, ha ricoperto in seguito posizioni di responsabilità nell’area del personale, dell’organizzazione e dei sistemi informativi presso Mondadori. Poi è stato direttore generale in case editrici di riviste come Cuore Corporatione Internazionale. dalla metà degli anni ’90 svolge attività di formatore e consulente, con particolare attenzione allo sviluppo delle risorse umane, all’etica del lavoro, al cambiamento organizzativo, ecc. Su questi temi ha pubblicato diversi libri per Sperling & Kupfer, Marsilio, Guerini e Associati.

In quella che definisce la sua “vita parallela” è saggista e critico letterario particolarmente attento alla letteratura e alla cultura ispanoamericana. Sul suo sito si trovano ampie informazioni.

Il saggio che presentiamo ai lettori del blog costituisce il quinto capitolo di Viaggio letterario in America Latina. Per esigenze di impaginazione sono state eliminate quasi tutte le note, per una lettura esaustiva si rimanda alle edizioni su carta.

di Francesco Varanini

Colui che si appropria del diritto di avere una biografia
ne ha una ed è lui stesso a narrarla.
Jurij M. Lotman

Il rock in periferia

Notti in bianco, interni squallidi ed esterni rischiarati da insegne luminose, anfetamine e droghe varie sperimentate con ostentata, ma falsa sicurezza, sesso: la generazione che si avvicina all’età adulta tra gli anni sessanta e settanta mostra “un bisogno disperato della mano di un estraneo” – e questa mano amichevole, per molti, è il rock.

“Sarei impazzito senza musica rock” diceva Wim Wenders. Perché come cantava David Bowie: “Noi non siamo nulla/ E nulla ci aiuterà./…/Ma potremmo essere al sicuro/ Almeno per un giorno/…/Possiamo essere Eroi/ Almeno per un giorno/ Possiamo essere noi/ Almeno per un giorno/”. E fanno eco i Sex Pistols: ostentatamente Punk, marci e miserabili, ma contro ogni ragione aggressivi: “Non so quello che voglio,/ Ma so come ottenerlo/”.

È una assolutamente scena urbana: quando Lou Reed invita a camminare sul “lato selvaggio” della strada sappiamo che si tratta di una immagine, della metafora di uno sballo, eppure non possiamo immaginare altro che un marciapiede di New York, o Londra. Ma proviamo a ripensare tutto questo altrove; a Cali, in Colombia. [1]

Perdersi nella notte

¡Qué viva la música! è il resoconto di una iniziazione, narrato in prima persona, una sorta di diario. Lei è una teen ager borghese, bionda, di pelle chiarissima, che si alza pigramente al mattino, cerca un’immagine di sé nei lunghi momenti passati di fronte allo specchio, nello sguardo di ragazzi, più ingenui, nelle parole delle amiche, più scafate. La scuola è al massimo luogo di incontri, perché non fornisce nessuna opportunità di accrescimento delle conoscenza. Troppo facile ottenere risultati mediamente buoni. La ricerca di verità e di efficaci descrizioni del mondo passa attraverso vie più contorte, come il gruppo di studio dove alcuni maschi politicizzati la introducono alla lettura del Capitale. Ma non c’è motivo di non essere pigri. La sicurezza economica garantita dalla famiglia si traduce nella possibilità di svegliarsi tardi e bighellonare per casa (un appartamento lussuoso ma anonimo: la sala da pranzo terreno di freddi incontri tra genitori e figli, la camera da letto protetta da porte chiuse). Amici e amiche sono indifferenziati, non c’è nessun vero affetto. I ‘compagni’ che cercano la verità sulle pagine di Marx appaiono dogmatici e difesi. La città è lontana al di là delle tende della camera. Una vita accidiosa. Lei per ora accumula energie, pensando confusamente il proprio futuro, nel rifiuto del mondo adulto, in bilico tra il voler diventare grande in un modo diverso – senza sapere come – e il desiderio di fuggire nell’infanzia.

La decisione di spendere la propria vita viene da dentro, senza nessuna mediazione ideologica: lei guarda il suo corpo bianco, lava e pettina i capelli, prende coscienza delle pulsioni ingabbiate, dell’enorme quantità di energia accumulata. Comincia a uscire la sera. All’inizio le pare un diversivo, un modo di stancarsi, un mezzo per svegliarsi più tardi la mattina dopo. Ma siccome di giorno non c’è niente di interessante da fare, siccome costa fatica spendere la giornata, la notte diventa la ragione di vita. Ciondolare da un locale all’altro, da una casa all’altra, in una porzione di città che assume valenze simboliche di Zona Sacra, territorio franco solo nostro. Abbrutirsi, scoprendo ogni notte nuovi modi per farlo: tutto questo diventa la ragione di vita. Lei osserva con orgoglio il crescere dirompente delle proprie energie – le stesse energie prima spese nel non far niente, e di giorno ancora accuratamente conservate per la notte ventura. Non è la più bella, ma è la più persa, la più matta, sempre l’ultima a tornare a casa.

Il ballo sfrenato, stravolto, assoluto è un modo per sentire il corpo, per impedire alla mente di pensare. Inizialmente per lei la musica è solo questo: tappeto sonoro, strumento per ballare. Solo in un secondo momento alcuni piccoli maestri la introducono ai misteri del rock: sonorità metropolitane, hard; i Rolling Stones come rock’n roll band definitiva, e Brian Jones come personaggio simbolo: animale notturno, fragile, cammina sul filo del rasoio, sempre tentato dal demone dell’autodistruzione.

Lasciate alle spalle le letture del Capitale, il rock è l’esperienza formativa. Il rock è meglio, perché è vita, è notte. Il rock corrisponde, dà ragione ad una vita apparentemente irragionevole. Eppure, manca ancora qualcosa. Le paranoie del proletariato giovanile di Cali sono diverse da quelle dei ragazzi di Londra. Al tropico le notti sono più tiepide, c’è l’influenza della cultura negra, del gran meticciamento razziale, e la povertà e la violenza sono più vicine e più tangibili. Lei ora ne è consapevole: ascoltare religiosamente il rock è subire la cultura yankee. Il rock è troppo bianco per chi vive in una cultura meticcia. Il rock può essere usato, ma non merita più rispetto: ha perso l’aura. Il disco è merce d’esportazione; l’inglese è una lingua straniera; la musica può colonizzare il subconscio. [2]

È giocoforza avvicinarsi ad un’altra musica. Lei cerca calore, una vita nuova, e si perde con voluttà nel “gran movimento di questa salsa che mi chiama e mi chiama”. La salsa è fusion, impasto sincretico di echi di cultura negra, musica sensuale, carnale, liberatoria. La salsa, voce cantante venata di nostalgia ed al contempo ironica, cori allegri, percussioni che impediscono di star fermi, strumenti a fiato che disegnano arabeschi nell’aria. La salsa contiene tutto, è la colonna sonora giusta per le notti spese a Cali: “Tu perditi nel ballo e buttati via. Mettici di tutto nella pentola che produrrà la salsa della tua confusione”. (Alla salsa si oppone la “reazionaria musica paisa”. Un impasto di musica e parole “fatto a misura della borghesia, della sua volgarità”. Paisa è la cultura del contadino colombiano, musica ma anche alimentazione e abbigliamento. La tradizione popolare è  coltivata con grande enfasi retorica.)

Lei si sente “gonfia di vita” quando percepisce la differenza: ascoltare musica con testi in spagnolo cambia la testa e il corpo. Non solo musica eversiva, come nel rock, ma anche parole non straniere, che restituiscono “la cultura della mia terra dentro la quale brilla un sole”. La tangibile percezione della differenza diviene conciencia política. Ora lei sconvolge gli amici gridando loro che il suo apprendistato è finito, che ha capito tutto. Quando qualcuno le parla “della necessità di organizzare un movimento per far fuori il nuovo rettore” lei risponde, consapevole di apparire loro odiosa, “dammi la Salsa, Salsa è quello che voglio”. Ora per lei gridare “Abbasso la penetrazione culturale yankee!” non più è ripetere vuoti slogan. “Ho appena scoperto cos’è veramente la salsa. Bisogna sabotare il Rock per continuare ad essere vivi”.

Il rito della fruizione collettiva del rock – i corpi fermi, tutti in silenzioso ascolto della musica che viene dalla metropoli lontana, musica alla quale solo per processo intellettuale si arriva ad attribuire valenze trasgressive – è definitivamente esorcizzato. Della salsa si capiscono le parole, chiama al movimento, i ritmi della salsa sono i ritmi del corpo. La musica è lo strumento di conoscenza e di comunicazione; è il punto di partenza e il punto d’arrivo del viaggio; in essa si riassume la controcultura: “so che sono una pioniera, un’esploratrice straordinaria, e un giorno o l’altro verrò fuori con la teoria che il libro mente, il cine viene a noia, bruciamoli entrambi, lasciate solo la musica.”

Annichilirsi

Ora lei è definitivamente lontana dalle astrazioni della controcultura. Vive concretamente nel buio, sospesa sul baratro del nulla, con una sorta di disperata gioia. Solitudine, vita spesa in stanze chiuse, di notte, sonno rifiutato, poca igiene, cattiva alimentazione,  droga, spreco del proprio corpo, prostituzione come strumento estremo di conoscenza di se stessa: consapevole si muove all’interno di questo universo finalizzato a distruggere il sé per mezzo di un uso sfrenato della vita.

Nel finale, il tessuto narrativo si sfilaccia. Non c’è più nessuna evoluzione (o involuzione) da raccontare. La discesa agli inferi è terminata. L’occhio di lei non ha più niente da vedere. L’attenzione è morbosamente concentrata sugli effetti prodotti dalla controeducazione che ha scelto di darsi.

Il romanzo termina autodistruggendosi, e parlando di autodistruzione. Pensieri slegati, malsano elenco di consigli rivolti da María del Carmen Huerta (nome e cognome ci sono rivelati solo nelle ultime righe: in conclusione, lei firma la sua storia di vita), parole estreme di chi è giunto alla fine del viaggio, rivolti ad una amica, o a un amico. Tavole del nichilismo giovanile, piccolo manuale degli eccessi, elogio del suicidio.

Tu, fai ancora più intensi gli anni dell’infanzia appesantendoli con la esperienza dell’adulto. Lega la corruzione alla tua freschezza di bambino. Attraversa verticalmente tutte le possibilità di precocità. Pagherai subito il prezzo: a 19 anni ci sarà solo stanchezza nel tuo sguardo svuotato di capacità di emozione, e avrai perso la forza di lavorare. Allora sia benvenuta la dolce morte fissata in anticipo. Non farti prendere in contropiede dalla morte, chiedile un appuntamento. Nessuno vuol bene ai bambini invecchiati. Solo tu capisci che hai confuso gli anni da sprecare e gli anni della riflessione in un’unica contorta attività intensa. Hai vissuto allo stesso tempo nella corrente e contro. (…)

Tu, non fermarti di fronte a nessuna sfida. E non passare a far parte di nessuna corporazione. Non lasciarti mai definire né incasellare.(…)

Non permettere che facciano di te una persona adulta, un uomo rispettabile. Non smettere mai di essere bambino, anche quando guarderai indietro e cominceranno a caderti i denti. I tuoi genitori ti hanno messo al mondo. Fatti mantenere da loro, e ripagali con cattiva moneta. Cosa te ne frega. Non risparmiare mai. Non diventare mai una persona seria. Fai del non essere riflessivo e dell’essere contraddittorio la tua norma di condotta. (…)

Tutto è tuo. Hai diritto a tutto e a farla pagar cara.

Non ti sentire mai piena.

Difendi la tua capacità di vedere, a non soccombere di fronte alla miopia di quelli che vivono in città. Armati dei sogni per non perdere la capacità di vedere.

Non illuderti di arrivare a quella che chiamano “normalità sessuale”, non sperare che l’amore ti porti la pace. Il sesso è l’atto delle tenebre e l’innamoramento l’unione dei tormenti. Non sperare mai di trovare comprensione nel sesso opposto. Non c’è niente di più dissimile né di meno propenso alla riconciliazione. Tu, fai uso della paura, del sequestro, della lotta, della violenza, della perversione e della via anale, se credi che la soddisfazione dipende dalla strettezza e dalla posizione predominante. Se desideri sottrarti a ogni commercio sessuale, ancora meglio (…)

Non cedere mai al pentimento né all’invidia ne all’arrivismo sociale. È preferibile abbassarsi, declassarsi; raggiungere, al termine di una carriera che non ha conosciuto splendori, un’anonima decadenza. (…)

Tu, lascia perdere i ricordi. Impara a gaurdare senza emozione ogni novità. Se ti tenta la cattiveria, soccombi: terminerete per rotolare abbracciate insieme. (…)

Tu, non preoccuparti. Muori prima dei tuoi genitori per liberarli della spaventosa visione della tua vecchiaia. E troviamoci lì dove tutto è grigio e non si soffre. Siamo molte. Non farlo sapere.

NOTE

1.  Fino all’inizio di questo secolo Cali era poco più di un villaggio. Nel 1912 aveva 27.000 abitanti; alla fine degli anni ‘50 gli abitanti erano 400.000, a metà degli anni ‘70 oltre 600.000. Lo sviluppo economico della città è legato al’apertura del canale di Panamá e alla costruzione della ferrovia che la lega a Buenaventura, terminata nel 1914. Tra gli anni ‘50 e ‘60 la fertile vallata del fiume Cauca (Valle del Cauca è anche il nome del dipartimento di cui Cali è capoluogo) è stata oggetto di opere di risistemazione territoriale; ne è risultata accresciuta l’importanza della città come centro di raccolta, commercializzazione e trasformazione industriale  di prodotti agricoli (canna da zucchero, caffé, cacao, tabacco, cotone, banane). La città è anche sede di attività industriali: metallurgia, chimica, fibre artificiali, cementerie, carta, editoria. Cali, non priva di attrattive paesaggistiche, è famosa per il suo clima mite – una eterna primavera.

2.  Caicedo anticipa, in una stagione precedente anche alla diffusione planetaria del reggae e della salsa, quella ri-lettura del rock in termini di contaminazione che caratterizzerà gli anni ‘80. Le ricerche di Brian Eno, David Byrne, Peter Gabriel porteranno a nuovi ibridazioni,  alla fusione delle tradizionali sonorità metropolitane con sonorità esotiche: orientali, africane, latinoamericane. Incroci di generi, uso di culture musicali del Terzo Mondo per criticare le metropoli e per ri-leggerle con gli occhi degli immigrati.

 

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