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I libri sono le stanze in cui scegliamo di abitare

Cristian Vázquez SUR Lascia un commento

Cosa dice di noi lettori la nostra libreria e il modo in cui sistemiamo i nostri libri? Una riflessione di Cristian Vázquez apparsa su Letras Libres, che ringraziamo.

di Cristian Vázquez
traduzione di Laura Mongiardo

 

Noi lettori siamo come viaggiatori intenti a passare da una stanza all’altra e, in un certo senso, abitiamo in tutte le stanze che amiamo, che custodiamo dentro di noi e a cui facciamo continuamente ritorno.

1.

Una volta una persona mi ha detto, senza mezzi termini, che comprava i libri in base alle dimensioni e al colore del dorso, perché li vedeva come parte dell’arredamento di casa. Sebbene circolino molte barzellette su chi possiede libri per una semplice passione ornamentale (una delle più gettonate: «Quel tizio è un grande estimatore della Scuola di Francoforte», «Ah, sì? Come fai a saperlo?», «Ha tutti i libri di Adorno»), non avevo mai sentito nessuno ammetterlo, men che meno con tanto candore.

L’aneddoto ricorda la proprietaria della bancarella di libri sulla riva della Senna di cui parla Hemingway in Festa mobile. La donna gli spiegava il suo metodo per capire se un libro meritava oppure no: «Prima di tutto ci sono le figure. Poi dipende dalla qualità delle figure. Poi c’è la rilegatura. Se il libro è buono, il proprietario lo fa rilegare bene». Quando la donna, che leggeva solo in francese, gli domandò se c’era un modo per distinguere i bei libri in inglese, lui rispose: «Posso dirlo dopo averli letti».

La verità è che noi lettori tendiamo a prestare attenzione a diversi fattori quando ci accingiamo a comprare un libro: uno su tutti, il testo che contiene, ovviamente, ma anche le caratteristiche tipografiche, la larghezza dei margini, perfino dettagli quali i rientri, gli spazi prima o dopo il trattino nei dialoghi, ecc. L’unica cosa a cui non badiamo, salvo eccezioni (ma immagino ci saranno senz’altro) sono le dimensioni e il colore del dorso.

2.

Ciò non toglie, ovviamente, che si segua un criterio estetico al momento di ordinare i libri sugli scaffali delle nostre case. Cataloghiamo i libri in base a come viviamo. Il confusionario li tiene tutti alla rinfusa, come capita. L’ossessivo li posiziona in base a molteplici categorie: l’iniziale del cognome dell’autore, la nazionalità, il genere, l’ordine cronologico, le collane, le lingue, ecc. L’esperto in marketing schiera i migliori titoli della sua biblioteca sugli ultimi scaffali, di modo che chi ha puntato quelli sia costretto a passare davanti a tutti gli altri. Il sentimentale erige un altarino e vi raduna tutti i tomi che godono del suo amore incondizionato. Il procrastinatore continua ad ammonticchiare pile di libri fuori dagli scaffali, un po’ qui e un po’ là, ed è sempre in procinto di metterli a posto, ma invariabilmente gli salta fuori qualcosa di più urgente da fare. L’insoddisfatto li ordina in base a un criterio specifico ma, con una certa frequenza, si accorge che c’è una categoria migliore, e così passa intere giornate a tirare fuori tutto e dare un ordine nuovo, che resterà in vigore fino a quando la persona in questione non sentirà che esiste un criterio migliore e ricomincerà daccapo.

A tutti noi lettori piace sostare davanti ai libri di tanto in tanto e lasciar vagare lo sguardo sui dorsi, sugli autori, sui titoli. È come se ci fermassimo davanti a un edificio enorme e ci concentrassimo sui balconi e sulle vetrate, mentre pensiamo alle vite e alle storie che avvengono al loro interno. Dei libri letti, rammentiamo, in modo più o meno vago, quelle vite e quelle storie. Dei libri che non abbiamo ancora letto, le immaginiamo.

3.

Poco tempo fa, il poeta, scrittore e critico spagnolo Vicente Luis Mora ha scritto su un social network: «Ogni romanzo è una stanza. Per lo scrittore è una stanza di casa, in cui ne patisce la stesura per anni. Per il lettore è una stanza d’albergo, dove sognerà solo per qualche ora».

«E un racconto? Che cosa sarebbe un racconto?», gli ha chiesto qualcuno in un commento.

«Un racconto sarebbe un autobus, in cui l’autista trascorre molto tempo e il lettore si trattiene solo per qualche minuto».

«A volte da lettore ci stai a lungo lì dentro, no?», gli ha domandato qualcun altro.

«È quello l’obiettivo», ha risposto Mora. «Io abito in molte stanze che ho letto nel corso della vita».

4.

Adolfo Bioy Casares, in un prologo al suo romanzo Dormire al sole, del 1973, scrisse:

Una volta ho detto che se i libri fossero case mi piacerebbe andarme a vivere dentro Dormire al sole. Forse si tratta del libro che mi rappresenta nel modo più autentico perché è privo di tragedia o, più precisamente, di dolore. Ho un’intelligenza pessimista ma sono una persona dal temperamento ottimista. Sia L’invenzione di Morel sia Il sogno degli eroi sono storie in cui la morte è molto presente; in Dormire al sole, invece, si può percepire il gusto per la vita. Per me è stato un piacere scriverlo, se non altro.

Come Bioy, tutti possiamo scegliere la casa in cui preferiamo vivere. Ma credo che tutti noi lettori siamo più come Vicente Luis Mora: viaggiatori che si muovono da una stanza all’altra e, in un certo senso, abitano in tutte le stanze che amano, che custodiscono dentro di loro e a cui fanno continuamente ritorno. E questo ci rende cittadini del mondo. E ci insegna che guardare i libri e soffermarsi soltanto sulle dimensioni e sul colore dei dorsi è rimanerne fuori, come guardare le finestre di un edificio e prestare attenzione solo alle tende. Oltre le quali c’è il calore del focolare. La vita.

 

© Cristian Vázquez, 2016. Tutti i diritti riservati.

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