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Scuola del libro #InCasaEditrice Lascia un commento

In questi giorni la redazione si è sparpagliata nelle case di tutti noi: ecco allora i dispacci dalle sedi distaccate di SUR, che mai come adesso si sente una CASA editrice. Oggi un extra: scrive la Scuola del libro.

Cari lettori,
certo non ce lo aspettavamo. Mesi passati a organizzare le lezioni del master di editoria, le lezioni dei corsi di scrittura, le serate dedicate ai corsisti… e in un attimo tutto è stato stravolto.
Ci siamo trovate prima spiazzate a bloccare le attività in aula e in libreria, e poi a dover ripensare tutto in un’altra forma. Sì, la didattica a distanza ci ha permesso in tempi molto rapidi di riorganizzare tutte le nostre attività, e così nel giro di pochissimi giorni, ciascuna da casa propria, coi tempi rivoluzionati dal telelavoro, siamo ripartite prima con il master, e poi via via con gli altri corsi, utilizzando le piattaforme per la didattica a distanza. Una bella sfida – e senza la collaborazione e l’impegno di corsisti e docenti – sarebbe stato impossibile.

E così, prima il master in editoria, poi il corso Le parole per dirlo (a cura di Rossella Milone), e ora il corso di scrittura autobiografica di Andrea Pomella, Scrivere un racconto che piacerebbe al New Yorker di Luca Ricci, il Corso base di scrittura letteraria di Carola Susani (e via via tutti gli altri corsi che trovate qui) stanno partendo online. Siamo stanche e contente: riprogrammare tutto è stato un grande impegno, ma ci sta dando un’enorme soddisfazione.

 

Scuola del libro

 

Questo tempo un po’ sospeso lo stiamo usando però anche per recuperare le letture che di solito non abbiamo tempo di fare: e così Clarissa si sta dedicando a Il giocatore di Dostevskij, Violetta sta leggendo Prima di noi di Giorgio Fontana (Sellerio), Federica legge Città sommersa di Marta Barone (Bompiani).

 

Cadere Carlos Manuel Álvarez SUR Cuba

Ci fanno compagnia naturalmente i libri dell’altra metà del nostro cuore e della nostra casa, edizioni SUR, e ci piace condividere un brano di un libro uscito a gennaio e da noi molto amato (anche perché, diciamo la verità, lo ha tradotto la nostra Violetta Colonnelli): Cadere di Carlos Manuel Álvarez. Sperando che l’esergo di Philip Roth non sia profetico in questi giorni di quarantena: «Tutti abbiamo una casa. È lì che va sempre tutto storto…»

 

Il figlio

Telefono a mia madre per sapere se è caduta e mi dice di no. Rimaniamo in silenzio per un istante. So come vanno le cose a quest’ora. La preoccupazione per la pentola di fagioli sul fuoco, il fastidio per la spazzatura che straborda e nessuno che si prende la briga di buttarla, la tristezza per il legno vecchio delle finestre della camera da letto che continuerà a marcire per tutta la vita.
Davvero, sto bene, dice. Non si è sentita male, non ha avuto nausee e ha preso le pasticche in orario. Dal soffitto pende la luce gialla di una lampadina a incandescenza. Noi soldati ci fondiamo con le colonne di cemento rotto e i banchi di pietra, le sbarre arrugginite e le grondaie del tetto, precipitando tutti per un po’ nel vortice della notte. La saluto, riaggancio il telefono, abbandono la postazione dell’ufficiale di picchetto e torno in camerata con gli stivali slacciati, strascicando i piedi. La camicia di fuori e la cintura intorno al collo.
Sono venuti a prendermi a casa ormai parecchi mesi fa. A diciott’anni il servizio militare è obbligatorio, ma esistono dei modi per evitarlo. Alcuni ragazzi del mio quartiere sono riusciti a farla franca grazie a qualche parente che ha falsificato dei certificati dichiarando non so quali malattie congenite, o ha corrotto la commissione esaminatrice. Se avessi un padre ragionevole, anche io mi sarei potuto risparmiare questa robaccia, ma a casa mia non ci si azzarda nemmeno a parlare di corruzione o di aggirare la legge. Armando mi ha detto che era orgoglioso di me perché andavo a compiere il mio dovere, così come tempo addietro aveva fatto lui. Io non ho aperto bocca, poi mi sono fatto scappare un gesto di disprezzo. Armando non se n’è nemmeno accorto. Mia madre sì.
Non riesco a cancellare quel momento dalla mia testa, forse non voglio farlo. È come una mosca, la scaccio con la mano ma torna a poggiarsi. Adesso mi rimane pochissimo tempo per riposare prima di montare la guardia. L’idea che mia madre potesse essere caduta mi ha fatto perdere un sacco di tempo, forse trenta o quaranta minuti. Non è solo il tempo che impieghi ad andare dalla branda alla postazione dell’ufficiale di picchetto. Bisogna considerare anche il tempo che passa dal momento in cui l’idea comincia a ronzarti in testa al momento in cui decidi di metterla in pratica.
Vuoi continuare a dormire ma senti che non ci riuscirai, le filacce del sonno sono come giunchi a cui cerchi di aggrapparti. L’insonnia ti trascina giù con la corrente. Hai ancora gli occhi chiusi, dormono anche gli altri soldati, e tu fai resistenza, non vuoi credere di essere sveglio, ti convinci ancora per un istante che stai continuando a dormire e stai solo sognando di svegliarti. Eppure si è messo in moto qualcosa che sfugge al tuo controllo.
Apri la porta di legno della camerata con grande cautela perché i cardini non cigolino, non vuoi svegliare nessuno e men che meno vuoi che qualcuno ti lanci contro uno stivale, di litigate ne hai già avute abbastanza. È una stanza di cinque metri quadrati in cui tutti sono indistintamente amici e nemici, e in cui tutti sono anche amici e nemici di sé stessi.
[…] Fai il numero di casa, riconosci la voce di tua madre, decidi di usare un tono normale, e tua madre risponde con disinvoltura. Rimani fermo un attimo e poi torni in camerata. La camicia di fuori, gli stivali slacciati e la cintura intorno al collo. Ci metterai un po’ a addormentarti di nuovo. Ti chiedi perché ogni tanto tua madre deve parlare come se fosse ritardata.
Dicono che è la malattia, ma che significa? Ti disorienta quella signora che a volte si infila nel corpo della madre che conosci e che devi continuare a chiamare madre quando ormai in lei non c’è più niente che conservi la più remota affinità con la madre che hai conosciuto, eccetto, forse, certe caratteristiche fisiche, ma nemmeno, perché la dissennatezza che, dicono, sopraggiunge in seguito alle cadute sostituisce lo sguardo trasparente di tua madre con uno sguardo vago e ipnotico, la bocca di solito ricolma di parole con una bocca secca e storta, una smorfia strana più che altro, la pelle tiepida e vibrante, com’è la pelle delle madri, con una buccia pallida e sgualcita, e il corpo agile e ipercinetico con una massa deforme e molto lenta, o del tutto immobile, nella quale nessuno potrebbe trovare rifugio.
Tra meno di un’ora devi montare la guardia. Senti il trotto sghembo del cuore proprio sotto l’orecchio, come se il cuore fosse finito dentro il cuscino, un rospo nascosto nella federa. È un martellio fastidioso, ma è il primo segnale che stai cominciando a addormentarti: l’orecchio si gira e comincia ad ascoltare verso l’interno. Poi ti soffermi su qualcosa di molto vago, come il dolore delle articolazioni, che è diventato un dolore piacevole.
Non cerchi di aggrapparti a niente, ti abbandoni alla corrente, come un corpo rotto, fino a che ti impigli in un giunco o qualche mulinello ti trascina o ti assesti su una secca, e poi l’ultima cosa che pensi è che è andata, ora ti addormenti, e che quello, che ora ti addormenti, è l’ultimo pensiero che fai, e che poi nella tua testa non ci sarà nient’altro, e poi, in effetti, non c’è nient’altro.

Carlos Manuel Álvarez, Cadere, traduzione di Violetta Colonnelli

 

Poi si cucina – molto, troppo, come tutti –, si accumulano compulsivamente ebook, si ascolta musica troppo triste, come Federica che ha scoperto questo album di Bill Fay uscito qualche settimana fa; oppure Violetta che tenta la via delle fiabe sonore per intrattenere il quattrenne con cui condivide gli arresti domiciliari; o Clarissa che cerca testi e accordi di canzoni per chitarra da cantare a squarciagola.

Sapere che per molti l’isolamento in casa è allietato dalle lezioni dei nostri docenti, dai loro consigli di lettura o dalle presentazioni, è una gran bella cosa. Quindi vorremmo ringraziare tutti i nostri corsisti, perché confermano la fiducia nel fatto che la curiosità, la letteratura, le cose belle superano ogni ostacolo!

A presto e buone letture,
Clarissa, Federica e Violetta

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