Valdez a Sodoma

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Non godono di grande fortuna da noi gli scrittori dominicani. Fra quelli tradotti e pubblicati in Italia negli ultimi anni possiamo citare solo Junot Díaz e Marcio Veloz Maggiolo. Presentiamo perciò oggi Pedro Antonio Valdez, con una recensione al suo romanzo Carnaval de Sodoma. Prossimamente pubblicheremo un’intervista concessa qualche tempo fa a Gabriella Saba.

di Héctor Miolán
Traduzione di Giuseppe Trovato

Nel mese di ottobre del 2003 a New York è apparso il romanzo Carnaval de Sodoma, dello scrittore dominicano Pedro Antonio Valdez. Il testo è stato presentato presso la libreria Calliope, nella parte alta di Manhattan, nei cui locali la comunità dominicana residente negli Stati Uniti svolge un’intensa attività.

L’opera letteraria è come il becchime che lo scrittore lancia al critico, divenuto il primo a essere umano, che nutre la colomba o il passero che, a sua volta, si è trasformato in critico. Possiamo altresì concludere che l’uno ha bisogno dell’altro perché, con il passare del tempo, l’uno si crea a partire dall’altro. Arriverà il giorno in cui entrambi si uniranno rendendo l’attività letteraria un ambito comune a tutti, dando così vita a una simbiosi.

La letteratura dominicana è sempre stata dominata non dalla narrativa, ma dal genere poesia, seppur non il genere poetico di ambito letterario che comprende tutto ciò che è creazione, narrativa, teatro, saggistica, ecc. Tra tutti questi generi quello che ha svolto un ruolo minoritario è stato il romanzo. È stato ripetuto fino alla noia che non esiste una narrativa dominicana, fino al punto in cui se n’è fatta una vera e propria teoria. Siamo consapevoli che si tratta di una irresponsabilità da parte di “critici”, autori di recensioni e commentatori letterari, sopraffatti dallo sfinimento e dall’irresponsabilità intellettuale, dal momento che suffragare questo stato di cose presuppone l’assenza di una letteratura dominicana nel suo complesso.

Riconosciamo che nell’evoluzione letteraria dominicana non tutto quello che si è scritto e che si sta scrivendo sia letteratura, ma non si può nemmeno negare l’esistenza della letteratura, della ricreazione tecnica, della mimesi nonché di una buona letteratura che possa competere a livello internazionale e regionale. Su tali livelli si colloca tutta la letteratura di Pedro Antonio Valdez. Ad esempio, nel suo libro Carnaval de Sodoma questo scrittore smentisce categoricamente tutti coloro che millantano che non esista una narrativa dominicana, il che obbliga a ripercorrere tutta la nostra narrativa.

Se questo autore, con quest’opera, occupa i vertici della letteratura dominicana, è semplicemente perché riesce a riscattare il lavoro di altri, che operano già da tempo nel settore, come Marcio Veloz Maggiolo, Diógenes Valdez, solo per citare alcuni dei nomi più emblematici di questo genere.

Valdez a Sodoma

Attraverso Carnaval de Sodoma Pedro Antonio Valdez provoca una spaccatura in seno alla narrativa dominicana, spaccatura che si manifesta nell’organizzazione, nella tecnica magistralmente adottata dall’autore per narrare e spiegare al pubblico; beninteso un pubblico non circoscritto alle frontiere nazionali, ma che si estende ai Caraibi e all’ambito internazionale. Riteniamo inoltre che Pedro Antonio Valdez riesca a superare tutti gli scrittori di questo genere nel suo paese. L’aspetto significativo è che ci riesce attraverso tematiche affrontate e manipolate da altri a livello locale e globale: temi legati alla prostituzione, questioni religiose, musicali, tematiche geografico-spaziali, personaggi reali e fittizi nonché  l’aggiunta di tratti fittizi ai personaggi reali. Se, ad esempio, il nostro Marcio Veloz ha fatto ricorso e ricorre a Villa Francisca e a Trujillo e anche al cabaret, Pedro fa ricorso alla putrida realtà tipica della sua terra natale, La Vega, da cui lancia la sua invettiva, la sua ironia, allo scopo di demistificare la Chiesa Cattolica e il suo settore più reazionario e ipocrita (i quali si vedono nella tentazione di Ponciano – il nostro Ponzio Pilato – e il puro e collerico Padre Candido nella sua inutile lotta finalizzata alla chiusura del postribolo situato nel Royal Palace).

In Carnaval de Sodoma Pedro Antonio Valdez non rompe solo con gli altri ma anche con se stesso, rispetto al suo primo romanzo Bachata del ángel caído. In quanto narratore, amplia lo scenario, riprende il postribolo e continua a prendersi gioco dell’”incapacità” della Chiesa di affrontare le autorità edilizie e politico-poliziesche; intensifica la caratterizzazione dei maschi fasulli che alla fine si rivelano bisessuali o travestiti sotto mentite spoglie: beninteso, non si tratta di scherno o condanna nei confronti degli omosessuali, anzi credo che si rivendichi la loro identità di essere umani, il che vale anche per le prostitute. Per quanto concerne la voce onnisciente del narratore, non è così spiccata come quella di Bachata de ángel caído: si manifesta molto raramente, solo quando si auto-designa come Pedro il Crudele. La meta-letteratura qui ha perso un po’ di forza per corroborare la tecnica narrativa, elevare il romanzo dominicano e, in ultima analisi, dare impulso alla creatività della nostra letteratura.

Parlando di rottura della narrativa, non intendiamo che lo scrittore abbia intrapreso nuovi percorsi, ma che all’interno degli stessi orizzonti del genere abbia avviato una deframmentazione per procedere poi a una ricostruzione in termini di tecniche e obiettivi, relativi alla cosiddetta e vecchia teoria forma e contenuto: così facendo ha lasciato a bocca aperta quei pochi critici e recensori dominicani i cui commenti – sia detto per inciso – sono stati nella maggior parte nei capannelli del potere e negli uffici. Ignoro l’esistenza di lavori approfonditi sull’opera, bensì solo di semplici recensioni. Non so se questa opera sia stata analizzata a fondo nel paese, semplicemente recensioni genuine, ma nessuna analisi critica e dubito che possano farlo certi nostri critici e filologi come Diógenes Céspedes, Bruno Rosario Candellier e Andrés L. Mateo; gli altri, che considero intellettuali e critici seri come Odalís Pérez e Miguel Collado, non possono permettere che quest’opera rimanga un semplice premio letterario ma devono far sì che divenga uno studio critico per la storia della letteratura dominicana, ironicamente iscritta nei “nuevayores”.

Un indizio importante che ci consente di approfondire la questione della rottura precedentemente introdotta è l’eteroglossia del romanzo Carnaval de Sodoma, letture che si possono effettuare da diverse prospettive letterarie e culturali: il livello letterario ci permette una lettura globale che in primo luogo è poetica in quanto le componenti della letteratura si manifestano nella metaforizzazione di tutta la società di La Vega e, per estensione, di tutta la Repubblica Dominicana. L’iperbolizzazione, tipica del linguaggio adottato, può indurci a giudizi ingigantiti per via dei temi proposti e affrontati, come quelli citati prima: religiosi, politici e poi ancora temi morali legati alla morale borghese e a una falsa morale rivoluzionaria e ipocrita nei vecchi personaggi di sinistra, come Tora, la falsa morale del sindaco, le difficoltà economiche affrontate dal proprietario del bordello Royal Palace, il cinese Changsán e la miseria dell’irresponsabile padrone arabo del posto, padre del povero pianista che, attraverso la sua “intelligenza” riusciva sempre a posticipare l’esproprio del bordello. Parallelamente anche lo scrittore è in grado di mettere a nudo la morale delle signore che si riuniscono per prendere il tè, fenomeno caratteristico dell’ipocrisia e del perbenismo europei. Servire del tè bollente in un’area geografica tropicale è semplicemente assurdo. I commenti razzisti e la “nostalgia” delle origini caucasiche della loro società, le loro spiacevoli osservazioni sulla popolazione di Haiti seguite dal falso luogo comune: “Non si tratta di essere razzisti o contro la popolazione di Haiti o di considerarli come esseri inferiori”.

Sulla scorta di quanto appena detto, si aggiungono elementi culturali, una cultura dominata dall’improvvisazione, dalla falsità: durante le feste di carnevale organizzate nel bordello si intrufolavano i mariti delle “signore”.

I famosi concorsi del paese qui vengono messi in ridicolo, perlomeno è così che capiamo. Il poeta frustrato Edoy che non riesce mai a realizzarsi completamente, neanche quando gli viene commissionata l’elaborazione della proposta di beatificazione di padre Cándido presso i potenti cardinali di Roma, dove comanda l’Opus Dei. Sfortunatamente per padre Cándido, non solo fallisce la chiusura del postribolo, ma anche la sua beatificazione perché il redattore nonché addetto alla meccanografia è un poeta fallito e la dattilografa una prostituta: è il trionfo della cultura del potere. Ci si chiederà perché, se stiamo analizzando tutta l’opera, non la commentiamo anche. Non lo facciamo semplicemente perché nell’eteroglossia il lettore è libero di operare le proprie riflessioni e fare una ricostruzione di tutti i personaggi nonché delle loro azioni, spazi e tempi cui l’autore ricorre nella stesura e nella rifinitura del romanzo. In poche parole, il metodo e la tecnica di costruzione di matrice bachtiniana, la cosiddetta cronotopia che questi estrapola e applica a partire dalle teorie della fisica di Einstein.

Avendo avuto l’opportunità e il privilegio di conoscere l’autore, gli spazi e gli scenari autentici dell’opera e di apprendere l’esistenza reale dei vari personaggi per sua stessa ammissione, la nostra interpretazione fa parte di un destino storico che, da un ambito puramente teorico, ci proietta verso quello dell’azione. È come raccontare un film a qualcuno, come quello di Mamota Cajebola, la prostituta-maitresse, che ormai aveva superato l’età per dedicarsi al mestiere; oppure la sua collega Canquiña, entrambe ridotte a una partecipazione indiretta. Oltre all’autore esaminiamo gli scenari vivi come la Cattedrale, il Parco e la piazza e possiamo proprio osservare il luogo principale (facciamo riferimento al Royal Palace) e capire che l’autore, nella terrazza o nei piani alti del postribolo che ricorrono di frequente nel romanzo, ha tratto la sua ispirazione per scrivere Carnaval de Sodoma. Lo stesso dicasi per l’edificio o locale occupato attualmente dal municipio di La Vega, a distanza di un isolato da un angolo all’altro e ironicamente situato nello stesso marciapiede, parallelamente e perpendicolarmente al Royal Palace nonché alla casa dove è nato il nostro più illustre scrittore, il professore Juan Bosch.

Il lettore può speculare su questa geografia, la può dislocare, allo stesso modo in cui si possono vedere raffigurati nei poeti i politici frustati di destra e di sinistra assieme al sindaco e al capo della polizia, con tutti gli elementi carnevaleschi che non sono propri solo di La Vega bensì di tutto il paese. In questo modo l’eteroglossia, applicabile in particolare a quest’opera, può essere automaticamente differenziata, a ragione, da quella che l’autore stesso ha indicato prima.

In sintesi, che interpretazione potremmo suggerire? In primis ermeneutica, in secondo luogo estetica e infine etica (morale), dove esplode la morale “light”, e dove la cosiddetta letteratura licenziosa di cui si è servito il Marchese di Sade si manifesta prepotentemente e di cui nel nostro contesto si sono serviti altri, con elementi più tecnici e artistici, nella fattispecie Pedro Antonio Valdez, arrivando all’apice dell’arte narrativa e descrittiva, seppur non al climax della letteratura. Si leggano al riguardo tutte le spiegazioni sessuali che una prostituta dà a un’altra a partire dal Kamasutra caraibico, ad esempio il riferimento diretto all’atto sessuale come scopare o succhiare, parole che pronunciamo da soli, nell’intimità, o come quando le signore del tè, che le pensano e le fanno senza metterle in piazza, nel momento in cui le sentono, arrossiscono e fanno gesti di vergogna mettendosi la mano davanti alla bocca come per mostrare stupore e sorpresa.

Un’altra interpretazione che si può formulare a livello letterario, relativamente agli elementi mitologici e reali, si attua quando ognuno espone le esperienze vissute da quasi tutti in quanto personaggi allucinati, con la principessa di Jade, che per quanto ne sappiamo può essere cinese o greca, perfino dominicana, perché la verità è una: tutti i personaggi dominicani sono o siamo allucinati, non solo i poeti o la gente semplice, lo stesso vale per la maggior parte degli intellettuali e pensatori. Questa principessa di Jade percorre tutta la nazione assieme al suo aiutante Tu, uomo d’affari di prim’ordine, e quindi corrotto, sempre in grado di vendere la sua padrona. Riusciva infatti a intontire tutti quelli che andavano a letto con lei, e durante l’atto sessuale, fingeva di avere mal di testa o la cintura di castità, in attesa dell’amato che non sarebbe mai arrivato. Tutto era finzione perché alla fine l’atto sessuale avveniva per via anale, lasciando tutti imbambolati e delusi quando raccontavano questa esperienza perché si diceva loro: “sei andato a letto con la principessa di Jade, sei rimasto fregato”. È al lettore che tocca dare la propria interpretazione personale e definitiva.

Un altro tipo di interpretazione che proponiamo è quella tecnica ed ermeneutica. Si analizzi in primo luogo la parte finale del testo, costituita da poemi annessi o collegati all’opera. Alla fine si effettui una lettura tecnica, in modo satirico come se si stesse leggendo la Bibbia e si passi successivamente a una lettura ermeneutica, religioso-topografica degli sviluppi interni ed esterni: facciamo riferimento all’indice del romanzo. Si acquisti inoltre consapevolezza di tutti i sottotitoli e ci si prefigga di capire tutto in modo contrappuntistico. Si distingua l’autore – oppure si operi una decostruzione alla Derrida – dall’architettura del linguaggio creato oppure non si presti nessuna attenzione alle diverse teorie e critiche letterarie, formalistiche, strutturalistiche, post-strutturalistiche (falsamente definite postmoderne), marxiste o sociologiche e culturali come nel caso di Lukács, Benjamin, Brecht o Raymond Williams, o attualmente Eagleton e Fredric Jameson. Non si tratta comunque di un’interpretazione anarchica, sebbene Carnaval de Sodoma sia la narrazione e descrizione di una neo-Sodoma che può essere la Repubblica Domenicana o i Caraibi, periodo sempre florido per il turismo sessuale proveniente dall’America del Nord e dall’Europa, narrativa parodistica di questa città “distrutta” da Dio.

Carnaval de Sodoma è la realtà parodistica dei Caraibi nella genesi della “scoperta” e delle vecchie ansie europee e spagnole che con il manto provvidenziale della religione hanno coperto e coprono a tutt’oggi la Repubblica. Possiamo concludere affermando che tutta la Repubblica Dominicana è un carnevale, non già il carnevale de La Vega, Montecristi, ma quello offerto quotidianamente in tutto il paese dai vertici politici, culturali e locali, ubriachi di chiacchiere e di umori classici, tipicamente nostri, dove le risse e i suicidi non si mescolano, dove molti sergenti e soldati semplici come quelli dei romanzi si moltiplicano, tacciono, insabbiano i delitti, dove i ruffiani non si trovano solo nei postriboli ma a tutti i livelli della società.

Lasciamo al pubblico i seguenti punti interrogativi da risolvere: una volta effettuati tutti i tipi di lettura, si può concludere che Pedro Antonio Valdez sia proprio il nuovo Marchese di Sade dei Caraibi, il quale a partire dai “nuevayores” [appellativo con cui vengono chiamati i dominicani che vivono a New York; ndr] opera una riflessione culturale e intellettuale circa quella che è la loro città natale, La Vega, allo scopo di fare letteratura non dalla Bastiglia francese come ha fatto Sade, ma dalla neo-Sodoma universale e capitale del XXI secolo. Che cos’è New York?

 

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