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Avenue Louis Lepoutre, Ixelles

Sergio Garufi Autori, Julio Cortázar, Racconti, SUR Lascia un commento

È in libreria Il superlativo di amare, secondo romanzo di Sergio Garufi. Ve ne presentiamo oggi un estratto perché siamo certi che la storia di Gino, il protagonista, traduttore e grande appassionato di Julio Cortázar, potrebbe interessare anche voi.

«Il superlativo di amare»
di Sergio Garufi

Avenue Louis Lepoutre stava a Ixelles, un comune della cintura che circondava la capitale, più o meno cinque chilometri a piedi dall’albergo. M’incamminai senza fretta sotto un cielo basso e incappottato. Tanti portoncini con le bici all’ingresso, cioccolaterie, boulangeries infestate da policromi macarons, restauratori di mobili, antiquari, gallerie d’arte, soprattutto arte asiatica e africana, marciapiedi un po’ sconnessi, con i tozzetti fuori bolla e degli alberelli scheletriti; in generale una sensazione di sporco, nonostante le auto parcheggiate ordinatamente e i tanti netturbini all’opera, forse per i numerosi lavori in corso che facevano un baccano infernale e sembravano lì da sempre. All’altezza del Mammouth, l’enorme e orrido palazzo di giustizia dalla cupola dorata, che in confronto il Palazzaccio di Roma era un capolavoro di armonia e leggerezza, svoltai a sinistra vicino a una stazione della metropolitana ed entrai in Ixelles quasi senza accorgermene, perché la cortina di edifici non mostrava soluzioni di continuità.

La casa natale di Cortázar si trovava alla fine di un viale signorile col passeggio centrale alberato come quello delle ramblas. Le uniche due vetrine della strada scortavano il portone del civico 116, ed erano un fioraio di lusso chiamato Cattleya e un ristorantino con la tenda porpora e il nome evocativo: L’intemporelle. Lui nacque proprio lì, al secondo piano, alle ore 15 del 26 agosto 1914, pochi giorni dopo l’invasione tedesca di Bruxelles durante la Grande Guerra. La targa apposta in alto recitava: «Ici est né Julio Cortázar – ecrivain argentine – 1914-1984 – ENORMÍSIMO CRONOPIO»; e in mezzo al marciapiede alberato campeggiava un suo ritratto in bronzo dal volto anziano e sofferente, come lui non fu mai.

Spesso avevo fantasticato di tornare indietro nel tempo, per poter assistere ai primi istanti di vita dei grandi artisti che ammiravo, ma la verità è che in quella strada di Ixelles, nell’estate del 1914, non avrei visto niente di speciale, solo un neonato come tutti gli altri. Erano le circostanze della vita a fare di noi quello che saremmo diventati, non un destino già scritto fin dall’inizio, e fra le circostanze determinanti c’era sicuramente il fatto che quella fu una delle poche case in cui la famiglia Cortázar visse unita. Il padre infatti abbandonò la moglie e i due figli quando Julio aveva appena sei anni. Si rifece vivo solo una volta, nell’estate del 1949, dopo circa trent’anni di silenzio ininterrotto, con una lettera al figlio inclusa nell’epistolario che stavo traducendo, e la risposta che ottenne da Julio era uno dei testi più agghiaccianti che avessi mai letto.

Il padre iniziava dicendo: «Immagino la sorpresa che ti causeranno queste righe, giunte sul tuo tavolo dal fondo del tempo. Ignoro totalmente qual è la tua opinione e quali i tuoi sentimenti nei miei confronti; quello che ha dovuto gravitare nel tuo animo in questi trent’anni […] Io non ho voluto, deliberatamente, intervenire in nessuna forma, in nessun momento […] Mi rassegnai ad essere, probabilmente, condannato, e decisi, di conseguenza, di scomparire del tutto, sacrificando quello che io solo so. Non esco dall’incognito, dal niente in cui mi ero volontariamente sepolto, perché ho modificato in qualche modo la mia decisione». Poi specificava il motivo della sua ricomparsa: aveva letto un articolo su la Nacion, il giornale di Buenos Aires, a firma del figlio Julio, e siccome lui stesso si chiamava Julio José, lo invitava, dopo avergli fatto i complimenti, a firmarsi d’ora in poi anche col suo secondo nome, e cioè Florencio, in modo da non generare equivoci, dato che quell’articolo gli era stato segnalato da degli amici che lo avevano elogiato credendolo l’autore.

Julio junior a questa lettera rispondeva con una gelida cordialità, dandogli del lei, e cominciando con «Señor Julio Cortázar», senza alcuna espressione d’affetto, neppure quelle di rito. Poi proseguiva rassicurandolo sul fatto che molti sentimenti si erano accavallati nella sua mente di bambino dopo la sua partenza, ma che se n’era presto liberato, per cui la sua risposta non ne avrebbe tenuto conto, esprimendosi con la stessa imparzialità che avrebbe usato se fosse stato contattato da un terzo.

Quello scambio epistolare era un duello di sottotesti. Nessuno dei due diceva chiaramente quello che pensava, ma lo lasciava intuire fra le righe. Il padre non dava segni di pentimento né riconsiderava in alcun modo la propria condotta. Era evidente che cercava un pretesto per riallacciare il rapporto col figlio. Suggeriva un grande tormento interiore alla base della sua scelta di andarsene, però non ne esplicitava le ragioni. Da parte sua il figlio gli si rivolgeva senza animosità, specificando che ormai aveva superato quel dolore, ma lo aveva superato escludendolo dai propri pensieri e relegandolo nel limbo degli estranei, alla stregua di un lettore qualunque de La Nacion che si congratulava con lui per l’articolo. Le sue parole attente e calibrate non lasciavano spazio a repliche. Per lui quello scambio si chiudeva lì, e poi ognuno per la sua strada. E come avrebbe fatto con un estraneo, con un perfetto sconosciuto, Julio concludeva dicendo che era spiacente di non poterlo accontentare, perché ormai da anni si firmava così, sia sui libri che sui giornali, e non aveva intenzione di cambiare; tanto gli amici del padre che gli avevano indicato quel pezzo già sapevano che non era suo, e quindi in futuro non lo avrebbero più importunato.Punto, come amava dire Martino. Ritornasse pure nel niente in cui si era sepolto.

Se il padre si fosse presentato di persona, parlandogli a cuore aperto e col capo cosparso di cenere, forse avrebbe avuto qualche chance di riallacciare un dialogo. Ma non lo fece, e in più lo sfidò sul campo della scrittura, quello in cui Julio era un maestro. Oltre a questo, il goffo pretesto dei complimenti per l’articolo e della firma equivoca poteva ingenerare il sospetto di un riavvicinamento interessato, nel momento in cui si accorgeva che il figlio era diventato famoso, scrivendo sulle pagine culturali del quotidiano più importante dell’Argentina.

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