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Due cose non sopporto più: la compassione e la serietà

Félix Bruzzone Racconti, Società, SUR Lascia un commento

Il 24 marzo scorso è stato il quarantesimo anniversario dal golpe che ha messo fine al peronismo e ha segnato l’inizio della dittatura in Argentina. Per l’occasione, la rivista Anfibia ha pubblicato una lettera che lo scrittore argentino Félix Bruzzone ha scritto ai genitori desaparecidos. La pubblichiamo oggi, ringraziando l’autore e la testata. Le foto provengono dall’archivio personale dell’autore.

di Félix Bruzzone
traduzione di Giulia Zavagna

Cari genitori,
come state? Sono quasi quarant’anni che non so nulla di voi. Quando siete scomparsi si diceva così, che eravate desaparecidos. Ma questo lo sapevamo già! Le soluzioni tautologiche sono ottime per fare dell’umorismo spicciolo, che è quello che mi piace di più. Ma le vostre sparizioni erano qualcosa di più serio. Voi che ne pensate? Ne approfitto e vi racconto una barzelletta stupida:

Un cucchiaio incrocia una forchetta. «Ciao cucchiaio!», saluta la forchetta. Il cucchiaio continua a camminare. La forchetta saluta di nuovo: «Ciao cucchiaio!» Il cucchiaio, niente. Dopo il terzo tentativo la forchetta si rassegna e si dice: «Mah, sembra che non ascolti».[1]

Riprendo, miei cari. Immaginerete che per me, che sono nato quasi quarant’anni fa, e per tutti, sarebbe stato bello se non foste scomparsi così. Ci sono stati tanti desaparecidos che poi sono ricomparsi. E poiché non si sa nulla di quello che è successo, la verità è che non si perde mai la speranza. Noi, circa trent’anni dopo la vostra scomparsa, abbiamo iniziato a scoprire piccole cose. Come se solo dopo tutto quel tempo qualcuno avesse ascoltato la nostra richiesta, che era semplicemente questa: sapere qualcosa. Non vi sembra incredibile? Pazienza da forchette. Orecchie da cucchiai. Qui in famiglia sospettavamo qualcosa, ve lo immaginerete. Ma una cosa è sospettare e un’altra è avere una prova.

desaparecidosDi te, mamma, quasi nulla: solo che una ragazza uruguayana ti ha visto nel bagno di uno dei centri di detenzione clandestina che nel 1976 c’era a Campo de Mayo. Non eri lì a pulire il bagno. Non eri arrivata lì per caso o perché ti scappava la pipì. Eri incappucciata, e piuttosto malmessa. E poi, che ne so. Ne sarai uscita? La ragazza uruguayana che ti ha visto nel bagno un giorno se l’è portata via un militare, se l’è portata a casa, ha fatto di lei la sua donna per qualche mese e poi l’ha liberata, le ha fatto tante promesse, alcune le ha mantenute, altre no. Lei ha dimenticato tutto e poi, molto tempo dopo, poco a poco, ha recuperato la memoria, ha testimoniato… Mi dico: magari è successo qualcosa di simile anche a te, e ti manca solo la parte in cui recuperi la memoria. O magari sei… non so, in Mongolia. Si è detto tante volte che i desaparecidos erano in Europa. A me, non so perché, suona meglio la Mongolia.

Sapevi che in Marocco c’è stato per quasi vent’anni un carcere clandestino pieno di gente? Si chiamava Tazmamart. «Sono stato morto per diciotto anni nell’inferno di Tazmamart», ha detto il sottotenente Ahmed Marzuki quando è stato liberato. «Hanno cercato di restituirci un aspetto umano, ma alcuni di noi ormai camminavano a quattro zampe», si lamentava qualche tempo dopo essere uscito. Immaginati un carcere come quello ma qui, in qualche sotterraneo di avenida Tres de Febrero, o José C. Paz. Non mi sembra un’ipotesi tanto assurda. Se l’hanno fatto i feudatari marocchini potrebbero benissimo averlo fatto anche i militari argentini. Qui ormai avreste passato rinchiusi il doppio degli anni rispetto ai prigionieri di Tazmamart, ma potrebbe essere. Di fatto, se i militari avessero portato via anche me, insieme a voi, probabilmente ora invece di essere qui a scrivere questa lettera sarei in quello strano carcere che deve essere vivere in una famiglia estranea senza saperlo. Magari non camminerei a quattro zampe. Ma potrei benissimo essere una specie di cane.

desaparecidosDi te, papà, invece, so qualcosina in più: ti hanno visto morire ammazzato nel Campo de La Ribera, Córdoba. Dicono che per assassinarti prima ti hanno appeso a un albero, a testa in giù; ti hanno picchiato, pungolato e ti hanno stirato la faccia fino all’osso. Te l’hanno stirato passandoci sopra un ferro da stiro. Poi ti hanno steso al sole, con le estremità legate a quattro paletti conficcati a terra, e sei morto così, al sole. Sarà vero? Il repressore Pedro Vergez lo smentisce. Ma vuoi sapere una cosa? Da quando ho saputo del ferro sul tuo viso mi è sembrato di capire perché non stiro mai i vestiti. In casa ce l’ho un ferro da stiro, sai?, però non lo trovo mai. Non sono nemmeno mai riuscito a fare il morto nell’acqua.[2] Mai. Dicono che è perché sono molto magro e mi manca il grasso che mi farebbe stare a galla. Una spiegazione fisiologica viene sempre bene, quando esiste. Ma allora mi chiedo: perché mai sono così magro, pelleossa e senza un filo di ciccia? Tu eri così? E a quarant’anni, che è la cosa importante, perché io ormai vado per i quaranta, sarai stato così come me, senza nemmeno un accenno di pancia da alcol?

Prendo coraggio e vi scrivo perché visto che non so dove siete forse tutto quello che si dice di voi è una bugia e insomma, magari proprio oggi vi mettete a leggere Anfibia e ci trovate una bella sorpresa. Bisogna insistere. Lo scacchista Miguel Najdorf fece qualcosa di simile per comunicare la propria esistenza alla sua famiglia polacca persa nell’Olocausto. Organizzò delle partite simultanee alla cieca contro quarantacinque scacchiere a Sao Paulo. Lo fece per battere il record dell’epoca, finire nei notiziari di tutto il mondo e fare così in modo che qualche suo parente sopravvissuto sapesse di lui. E fu così: batté il record e diventò famoso. Ma i suoi parenti erano tutti morti. Eppure un tentativo andava pur fatto, no? Najdorf era un genio degli scacchi e un genio della vita. Fare una cosa del genere per contattare la sua famiglia, pazzesco. Il mio è un tentativo molto più modesto. E di scacchi, neanche a parlarne. Modestissimo. Scrivo questa lettera proprio nel giorno in cui inizia il Torneo dei candidati per il campionato mondiale di scacchi. Speriamo che in finale arrivi Fabiano Caruana, e speriamo che Fabiano Caruana arrivi prima o poi a essere campione del mondo. Un italiano campione del mondo di scacchi sarebbe un risultato davvero importante per la civilizzazione occidentale. Italo-nordamericano, in realtà, come Rocky Balboa. A volte penso che a questo mondo non ci siano abbastanza Rocky Balboa.

E nella vita… Be’, si fa quel che si può. Ho tre figli, per esempio, nella vita (e voi avete tre nipoti, sì), e mi è sembrato giusto includerli in questa lettera. Dopo tutto, loro senz’altro potranno leggerla. Quindi questa lettera è anche per voi, piccoli miei.

Per esempio a te, Valentino, voglio raccontare una cosa: sai qual è stata la prima domanda che hai fatto sui tuoi nonni desaparecidos? Te lo ricordo io, mi hai chiesto: «E dove sono?»

All’epoca parlavi appena. Immagino che ora, che hai dieci anni, tu capisca che è stata una domanda importante. Perché… è proprio quello che ci chiediamo tutti! Da quel giorno (in realtà, da molto tempo prima, ma in modo particolare da quel giorno) ho cercato di dirti qualcosa, di darti una risposta. Piuttosto frustrante, lo ammetto. Per quanto sia sempre necessario esaurire tutte le possibilità. Ormai non mi aspettavo più di trovare i tuoi nonni, ma almeno di poterti dire qualcosa su dove erano finiti.

Fino a quel momento, quando mi hai fatto quella domanda così precisa, io ero convinto che non avremmo potuto sapere nient’altro, ed ero allo stesso tempo contentissimo di sapere il poco che sapevo (la maggior parte delle persone con familiari desaparecidos non sa assolutamente nulla di quello che gli è capitato, concretamente nulla), mi sembrava che aver raccontato nei miei primi due libri le peripezie del non sapere, del cercare e cercare tanto per cercare, quasi senza senso, fosse sufficiente, forse pure troppo.

E poi sei arrivato tu con la tua piccola domanda. Una cosa molto semplice. «Dove sono?» E mi è sembrato che fosse arrivato il momento di riprovarci. Ci ho messo un po’ ad abituarmi all’idea, e tutto è venuto fuori senza che mi mettessi realmente a rincorrere una risposta. Fare di nuovo il giro di tutte le organizzazioni per i diritti umani? Andare a controllare i risultati delle indagini giudiziarie che era ricominciate dopo la riapertura dei processi? Sì, ovviamente sì. Ma perché non spingermi un po’ oltre, già che c’ero. Ed è stato così che ho iniziato a imbucarmi alle udienze del caso ESMA, come per fare pratica. Una cosa che ho iniziao a fare così, per mantenermi aggiornato, per informarmi. Ogni volta che ci si affaccia su uno di quei posti, qualcosa viene fuori per forza. E nello stesso periodo, quasi per caso, ho iniziato a fare visita ai militari detenuti al penitenziario Marco Paz.

Ero pazzo? Può essere. Quando sono tornato a casa mi sono ammalato e sono dimagrito di diversi chili. Non è stata la migliore esperienza della mia vita, lo ammetto. Anche se, da un certo punto di vista, cos’altro potevo fare? Entrare e chiedere ai responsabili. Non chiederglielo durante un processo, come ogni tanto fanno i testimoni che si siedono a rilasciare dichiarazioni sui propri parenti desaparecidos. In sede di processo parlare è difficile. Non conviene. La legge esime dall’autoincolparsi, obbliga a difendersi. Meglio, allora, andare in carcere e dirgli: «Se decideste di parlare e di dire la verità ne uscireste bene, perché non lo fate? Non avete nulla da perdere. Siete già condannati all’ergastolo». Che importanza può avere ora continuare a mantenere il silenzio? È stato tutto molto strano, davvero. in carcere, pensate come vanno le cose, piccoli miei (ora mi rivolto a tutti perché tutti faranno quella domandina, «dove sono», no?), ho conosciuto, per caso, due fratelli (uno era in prigione, l’altro lo andava a trovare) che sapevano del caso del nonno. Perché il nonno non era un ragazzetto qualunque. All’epoca il nonno era un coscritto, e ha consegnato il Comando de Comunicaciones 141 di Córdoba all’Ejército Revolucionario del Pueblo. Durante l’operazione, il nonno e i suoi compagni non hanno ucciso nessuno, ma uno di questi militari che ho conosciuto in carcere, che allora era il superiore del nonno coscritto, è stato maltrattato e l’hanno lasciato lì, legato mani e piedi con un cavo di acciaio. Secondo loro, era il nonno il responsabile di quella missione. Sapete qualcosa di che fine ha fatto il nonno? Non avete mai verificato che cosa è successo all’uomo che ha consegnato un’intera caserma e maltrattato e legato uno di loro? Gli ho detto anche: «Se mi raccontate qualcosa, sarebbe giusto che parlaste di tutti i casi di cui siete a conoscenza. Se conoscete un caso, senz’altro ne conoscete molti altri». Il detenuto è arrivato a dire: «Abbiamo fatto cose terribili». L’altro ha promesso di fare qualche ricerca. E poi, silenzio. Ed eccoci qui. È passato un anno e mezzo, ormai. Alcuni di noi, io (forse anche voi), possono ancora aspettare. Cos’è un anno e mezzo dopo che ne sono passati già quaranta?

Insomma, figli miei, potrei andare avanti ancora e ancora. Non prendete tutto questo troppo sul serio. Due cose non sopporto più: la compassione e la serietà. È una faccenda seria, sì, e fa molto male, ma si può vedere con una certa ironia. Il buon umore allevia sempre l’attesa. In carcere anche i militari hanno raccontato una barzelletta stupida, di quelle che piacciono a me, mentre mangiavamo panini pomodoro e avocado. Nella barzelletta, un venditore di aspirapolveri dimostrava a un cliente le qualità del prodotto usando l’aspirapolvere per stappare uno scarico. Era tale la forza di aspirazione della macchina che, quando la smontarono per svuotare il sacchetto interno, dentro ci trovarono il vicino del piano di sotto, seduto sul suo water che leggeva il giornale. Non era una barzelletta sulla dittatura. Però si «risucchiava» letteralmente una persona. Mi ha fatto molto ridere. E mi ha dato il voltastomaco. O forse è stato l’avocado a essermi rimasto indigesto. Sono andato al bagno del penitenziario e gli ho lasciato un regalino impressionante e odoroso che ha subito inondato la sala dove ci trovavamo. Ho preferito non prendermi la responsabilità per l’odore di cui tutti avevano iniziato a lamentarsi. Tutti hanno pensato che il responsabile fosse un altro, uno che era uscito dal bagno poco dopo di me. Intanto torno alla mia barzelletta stupida, che a voi piace tanto. Chi è il cucchiaio? Chi è la forchetta? Chi ascolta e chi saluta? Perché il cucchiaio non parla? Perché la forchetta saluta? Ci sono secondi fini, o terzi, o quarti? Le cose sono sempre difficili. Bisogna stare attenti. Sento passare il treno. Non ho più tempo, lo devo usare per andare al lavoro e lasciare questa lettera qui.

 

© Félix Bruzzone, 2016. Tutti i diritti riservati.

[1] La barzelletta si basa su un gioco di parole intraducibile: in spagnolo il termine «cucchiaio», cuchara, coincide parzialmente con la voce del verbo «ascoltare», eschuchar. La battuta finale della barzelletta ha quindi un doppio significato in spagnolo: «parece que no escuchara» significa «sembra che non ascolti», ma anche, per assonanza, «sembra che non sia un cucchiaio». [n.d.t.]

[2] In spagnolo si usa la stessa parola, plancha, per definire il «ferro da stiro» e la posizione del «morto». [n.d.t.]

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