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«Le grandi aziende producono creature senz’anima», un’intervista a Eduardo Rabasa

Carlos Acuña Appuntamenti, Autori, Interviste, SUR Lascia un commento

Esce oggi Cintura nera di Eduardo Rabasa, una storia ironica e grottesca a metà fra Orwell e la saga di Fantozzi che prende in giro il mondo delle grandi aziende. La voce di Rabasa, spietata e divertentissima, è una rivelazione in Messico e giunge in Italia grazie alla traduzione di Giulia Zavagna.

Per farvi un’idea del libro, che ha «incasinato la vita» del suo autore, vi invitiamo a leggere quest’intervista, pubblicata originariamente su Chilango e qui riprodotta per gentile concessione della rivista.

di Carlos Acuña
traduzione di Silvia Seminara

È il sogno di tutte le aziende: individui che, come degli automi, accettano con un sorriso di cedere la propria intera vita alla produzione in serie. A questo fine, vengono predisposti una serie di discorsi motivazionali, psicofarmaci e altri meccanismi di controllo che convincono gli impiegati a rinunciare del tutto ai propri desideri.

Di questo parla Cintura nera, il secondo romanzo di Eduardo Rabasa [il primo a essere pubblicato in italiano, n.d.r.], fondatore e editor della casa editrice messicana Sexto Piso. In questo romanzo, Rabasa esplora le relazioni di potere che esistono nei nuovi contesti lavorativi: dalle gerarchie negli organigrammi aziendali ai premi e le penitenze che suggestionano gli impiegati.

«La mia idea», spiega Rabasa «era raccontare il percorso di un individuo nel mondo contemporaneo, un soggetto la cui mente è contaminata, rapita, da un’ideologia sempre più new age che le imprese sfruttano, e con cui convincono gli impiegati a rinunciare, felicemente, ai loro diritti di lavoratori».

Quest’individuo è Fernando Retencio, un impiegato di Soluzioni, un’azienda che si occupa di risolvere ogni tipo di problema gli venga commissionato, e che pretende dai suoi impiegati una creatività senza limiti qualora vogliano entrare a far parte dell’élite delle cinture nere, il grado più alto dell’impresa.

Lo stile ironico di Rabasa riesce a ritrarre la dimensione assurda causata dal clima di competitività delle grandi aziende, e al tempo riunisce una serie di personaggi sempre più strani: un pugile che non riesce più a lottare dopo essersi convertito al buddismo zen, una filantropa che finanzia i poveri perché creino opere d’arte partendo dalla miseria, uno scrittore megalomane che scrive saghe di vampiri sadomasochisti che combattono contro gli zombi, una direttrice di dipartimento che parla tutto il tempo con una rana di peluche.

 

Come hai fatto a immergerti nel mondo delle grandi aziende? Hai avuto qualche contatto diretto con quest’ambiente?

Ho molti amici che lavorano in grandi aziende e ho letto vari libri che spiegano la filosofia di queste grandi società. Non sapevo, per esempio, dei sistemi di valutazione ai quali sono sottoposti gli impiegati di Google: «Questa settimana il tuo punteggio è 8.732, tre decimi in meno rispetto alla scorsa settimana. Che sta succedendo?» È una follia. Aggiungici la devozione ai pezzi grossi: se gli impiegati di Google incrociano in corridoio uno dei proprietari, Larry Page o Sergej Brin, si sentono onorati per averci parlato dieci secondi. C’è una specie di teologia imprenditoriale che risulta ridicola. Alcuni dei miei conoscenti lavorano nelle aziende a un livello più o meno alto. Si riuniscono periodicamente e hanno tutto un codice di abbigliamento e saluti quasi da massoneria. E in queste riunioni parlano di sostegno psicologico a livello lavorativo tanto quanto a livello privato: «Devi incanalare le tue emozioni per portare un risultato economico all’azienda…» Sono sette, o comunque seguono dinamiche molto simili.

Qual è stata la differenza tra Cintura Nera e il tuo libro precedente, La suma de los ceros?

La suma de los ceros è stato un lavoro più circoscritto, più divertente, che mi ha dato una maggiore serenità. Questo libro, invece, mi ha incasinato la vita. Ho avuto un sacco di problemi con l’alcol e la marijuana di cui ancora pago le conseguenze. E quando dormivo non facevo altro che pensarci, mi ha incasinato la vita nel vero senso della parola. Non ne capivo il motivo: il primo libro era più duro, più viscerale. Con questo secondo romanzo invece ho esplorato un personaggio che, in qualche modo, rifletteva i lati oscuri di me stesso di cui non ero a conoscenza, o di cui non volevo venire a conoscenza.

Cos’è che ti ha turbato più di tutto?

Il protagonista ha poco più di trent’anni, anche se non lo dico mai esplicitamente. Quando lo conosciamo è un individuo spregevole, con un sacco di lati negativi. E ci sono vari flashback in cui si spiega perché è diventato così: un padre alcolizzato, con problemi che hanno scatenato la sua misoginia ecc. Questi passaggi sono profondamente autobiografici. Dovevo spiegare da dove veniva questo disprezzo verso i suoi subalterni, le donne e tutti i suoi simili. E per quanto uno voglia convincersi di non essere così, la verità è che potenzialmente lo siamo tutti: la sfida per me non era creare un cattivo raccapricciante. Volevo che il lettore potesse identificarsi con Fernando Retencio, che potesse addirittura provare empatia. Insomma, in pratica ho convissuto per tre o quattro anni con questo stronzo. Questo per me è stato devastante.

Qualche anno fa Sexto Piso ha pubblicato un libro: Strictly Bipolar di Darian Leader. Dalle pasticche delle quali il personaggio non può fare a meno, alla megalomania che fa da contrasto alla sua miseria quotidiana, la vita imprenditoriale a volte sembra corrispondere ai sintomi di una malattia mentale.

Quel libro è stato molto importante nella mia vita e in particolare nella scrittura del mio romanzo. L’idea delle pillole come strumento per aumentare la produzione l’ho presa proprio da lì. Alcune aziende non potrebbero funzionare senza certe pasticche, ne hanno bisogno per mantenere gli impiegati totalmente concentrati sui loro compiti, per aumentare il loro rendimento. Nel mio libro l’impresa gliele dà gratis, una sorta di investimento affinché non crollino. Un altro elemento che ho ripreso dal libro di Leader è il contrasto tra stati maniacali e stati depressivi. È un elemento che si riflette anche nel linguaggio: quando sono in fase maniacale gli impiegati diventano eloquenti, brillanti, hanno mille idee. Quando sono depressi il linguaggio è tutto frammentato, oscuro. Mi interessava che succedesse questo al mio personaggio: quando è in high è il re del mondo, e quando gli scende è la peggior merda dell’umanità. E quando si sente la peggior merda, maltratta gli altri, il custode, la moglie, i colleghi.

Dal tuo punto di vista, e nell’universo del tuo romanzo, che tipo di uomo è, oggi, l’uomo moderno?

Ho letto da poco Margaret Thatcher. Diceva che «l’economia è il mezzo, l’obiettivo è quello di cambiare il cuore e l’anima degli uomini». Stiamo formando un uomo il cui cuore e anima sono legati esclusivamente all’utilitarismo, al successo, alla produzione. È un concetto esplicito nella teoria neoliberale. Quest’etica, questa morale, riescono a ficcarcela in testa fin dalla nascita: abbiamo una mente strumentale, sempre più orientata al nostro tornaconto, e consideriamo gli altri, nel migliore dei casi, come mezzi per raggiungere i nostri obiettivi. Stiamo producendo automi, creature senz’anima.

© Carlos Acuña, 2017. Tutti i diritti riservati.

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