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Violenza e rivoluzione, passando per un bordello

Francesca Lazzarato Autori, Recensioni, Ritratti, Roberto Arlt, Scrittura, SUR

RobertoArlt_edizionISURI lanciafiamme di Roberto Arlt è in libreria, a completare finalmente, dopo I sette pazzi, il dittico capolavoro dell’autore argentino. Pubblichiamo oggi la lettura che ne ha dato Francesca Lazzarato su Alias, ringraziando l’autrice e la testata.

«Erdo­sain fissò un attimo gli occhi sul viso rom­boi­dale dell’altro; quindi, sor­ri­dendo con aria scher­zosa, disse: – Lo sa che lei somi­glia a Lenin?
E, prima che l’Astrologo potesse rispon­der­gli, se ne andò».
«L’Astrologo restò a guar­dare Erdo­sain che si allon­ta­nava, attese che vol­tasse l’angolo ed entrò nel giar­dino della villa, mor­mo­rando: — Sì… ma Lenin sapeva verso cosa stava andando».

I due para­grafi, per­fet­ta­mente con­se­cu­tivi, sem­brano far parte di un unico testo: il primo, invece, con­clude I sette pazzi di Roberto Arlt, apparso nel 1929, e il secondo lanciafiamme, che l’autore pub­blicò due anni dopo, sot­to­li­neando nella pre­fa­zione – che è anche una sorta di mani­fe­sto sul suo modo di con­ce­pire la let­te­ra­tura come «cross alla man­di­bola del let­tore» – la con­ti­nuità tra i due romanzi, così asso­luta da poterli in realtà con­si­de­rare uno solo. Vi ven­gono nar­rate le vicende di un gruppo di per­so­naggi che, gui­dati da un lea­der impro­ba­bile come il miste­rioso Astro­logo, si riu­ni­scono in una ancor più impro­ba­bile società segreta decisa a finan­ziarsi tra­mite una rete di bor­delli e a sca­te­nare la rivo­lu­zione in un’Argentina inquieta e delusa.

Con­si­de­rato il capo­la­voro di Arlt – che aveva già pub­bli­cato nel 1926 Il gio­cat­tolo rab­bioso e che avrebbe con­cluso la sua atti­vità di roman­ziere nel 1932 con il meno riu­scito L’amore stre­gone – que­sto sin­go­la­ris­simo uni­cum nar­ra­tivo è già apparso nella nostra lin­gua in edi­zioni diverse che ne hanno però pri­vi­le­giato la prima parte, men­tre della seconda si cono­sceva fino a oggi solo la tra­du­zione di Luigi Pel­li­sari pub­bli­cata da Bom­piani quarant’anni fa. A ricom­porre il dit­tico e a ripor­tare in libre­ria, pro­prio in que­sti giorni, l’introvabile I lan­cia­fiamme (tra­du­zione di Luigi Pel­li­sari, pp. 384, euro 15, 00) sono le edi­zioni SUR, che vanno pre­sen­tando da qual­che anno un vasto pano­rama di testi capi­tali della let­te­ra­tura lati­noa­me­ri­cana, e che nel 2012 ave­vano già ripro­po­sto I sette pazzi: ma nel mede­simo cata­logo c’è anche l’antologia arl­tiana Scrit­tore fal­lito, ed è annun­ciata l’uscita autun­nale di altri rac­conti, tra i quali il cele­bre «El jorobadito».

Se la sco­perta di que­sto ormai osan­na­tis­simo scrit­tore da parte dei let­tori ita­liani è stata tar­diva – risale infatti ai primi anni ’70 – e limi­tata a pochi titoli, sem­bra dun­que che si stia recu­pe­rando il tempo per­duto, così come è avve­nuto da tempo in Argen­tina, dove la for­tuna dell’Arlt nar­ra­tore è stata soprat­tutto postuma e l’attenzione dell’accademia, che ha pro­dotto una enorme mole di studi, è cre­sciuta con len­tezza, giun­gendo infine a ribaltare i feroci giu­dizi con cui fu a suo tempo accolta: per­ché l’autore era accu­sato di «scri­vere male» e per­ce­pito come estra­neo sia al canone di una let­te­ra­tura intesa come bel­les let­tres, sia al rea­li­smo sociale dell’Editorial Cla­ri­dad di calle Boedo, attorno alla quale si riu­ni­vano gli scrit­tori aper­ta­mente di sini­stra ai quali Arlt è stato spesso associato.

Quanto sia impro­prio que­sto acco­sta­mento, e quanto vago e con­trad­dit­to­rio il rap­porto che lo scrit­tore intrat­te­neva con i socia­li­sti e i comu­ni­sti del gruppo di Boedo, lo dimostrano pro­prio romanzi come I sette pazzi e I lan­cia­fiamme, là dove con­fer­mano, concen­trano ed esa­spe­rano i temi di un autore che giu­sta­mente Bea­triz Sarlo defi­ni­sce non solo eccen­trico, ma anche «estre­mi­sta», con­vinto com’era che fosse pos­si­bile sov­ver­tire l’ordine esi­stente sol­tanto per mezzo della violenza.

L’universo nar­ra­tivo di Arlt include, ovvia­mente, le sue per­so­nali osses­sioni (il denaro, la pas­sione per la tec­nica, il disprezzo per l’avida meschi­nità piccolo-borghese, il ter­ri­bile rap­porto col padre e quello dif­fi­cile con le donne, il ten­ta­tivo di affran­carsi da una vita misera e oscura attra­verso assurde inven­zioni scien­ti­fi­che) e poi tutto ciò che gli scrit­tori suoi con­tem­po­ra­nei non vedono, o vedono sol­tanto attra­verso lenti pura­mente ideo­lo­giche, o fin­gono di non vedere: sot­to­pro­le­tari, pic­coli delin­quenti, pro­sti­tute, popo­lane sfi­nite, ragazzi di strada, insomma il popolo umi­liato, mar­gi­nale e spesso feroce che soprav­vive nei bas­si­fondi del «bosco di mat­toni» di Bue­nos Aires, metro­poli in per­pe­tua espan­sione, che lo scrit­tore cono­sceva a fondo per via dei lun­ghi vaga­bon­daggi com­piuti in cerca di mate­riale per le Agua­fuer­tes por­teñas (le cro­na­che pub­bli­cate da Arlt per alcuni anni sul quo­ti­diano El Mundo) e da lui rein­ven­tata attra­verso tur­bo­lente meta­fore e tene­brose imma­gini geo­me­tri­che, da più parti messe in rela­zione con l’espressionismo tede­sco, o con una sorta di cubi­smo apocalittico.

È que­sta la società che i pro­ta­go­ni­sti dei Sette pazziI lan­cia­fiamme vor­reb­bero radere al suolo per costruirne un’altra dai con­torni ancora impre­ci­sati, mesco­lando alla rin­fusa nazio­na­li­smo, fasci­smo, comu­ni­smo e per­fino bran­delli di occul­ti­smo, fino a svuo­tare le ideo­lo­gie di qual­siasi senso e signi­fi­cato per sosti­tuirle con uno spa­zio di pura ever­sione, in cui con­flui­scono la rab­bia o la dispe­ra­zione di per­so­naggi con­no­tati da sopran­nomi signi­fi­ca­tivi come il Cer­ca­tore d’Oro, il Ruf­fiano Malin­co­nico, l’Avvocato, e chia­mati a rap­pre­sen­tare grot­te­sca­mente sia le diverse voci del discorso pub­blico in corso all’epoca, sia il sot­to­fondo cospi­ra­to­rio della vita poli­tica argen­tina di allora, pre­lu­dio al golpe mili­tare del 1930 e alla depo­si­zione del pre­si­dente Yrigoyen.

Scritti subito prima del colpo di stato, i due romanzi acqui­stano dun­que, come lo stesso Arlt mette in evi­denza in una postilla alla terza edi­zione dei Sette pazzi, una dimen­sione quasi pro­fe­tica, ma, poi­ché adot­tano il punto di vista di pro­ta­go­ni­sti persi in un deli­rio tanto per­so­nale quanto col­let­tivo, rien­trano a fatica nella dimen­sione cru­da­mente rea­li­sta di molti dei rac­conti di Arlt e anche del Gio­cat­tolo rab­bioso, pur essendo pie­na­mente capaci di inter­pre­tare e resti­tuire un pre­ciso con­te­sto sto­rico e ideo­lo­gico, la fru­stra­zione delle classi medie e il furore dei bas­si­fondi, l’ossessione del potere, la cre­scente sfi­du­cia nella demo­cra­zia. E se I sette pazzi rac­conta, riflet­ten­dola in uno spec­chio defor­mante, l’Argentina pre-golpe, I lan­cia­fiamme sem­bra piut­to­sto espri­mere, attra­verso la pro­gres­siva dis­so­lu­zione della società segreta capeg­giata dall’Astrologo e una catena di delitti e di sui­cidi ali­men­tati dalla dispe­ra­zione, dalla colpa o da un’insensata cru­deltà (e rac­con­tati, a tratti, con un vio­lento, sar­ca­stico umo­ri­smo), la delu­sione suc­ces­siva al golpe e un pes­si­mi­smo senza rime­dio, imman­ca­bil­mente con­fer­mato dagli eventi.

Ma, oltre a cap­tare meglio di chiun­que il clima dell’epoca, Arlt com­pie anche una pro­di­giosa ope­ra­zione for­male, attin­gendo a tutto ciò che la let­te­ra­tura argen­tina igno­rava con osten­ta­zione, dal feuil­le­ton alla cro­naca nera, dalla divul­ga­zione scien­ti­fica al cinema e al tea­tro popo­lare, e incro­cia il tutto con le sue vaste let­ture di auto­di­datta, rac­co­gliendo sug­ge­stioni e segnali dell’avanguardia euro­pea e ser­ven­dosi all’occorrenza di una lin­gua par­lata e di strada che inclu­deva il voca­bo­la­rio e la sin­tassi del lun­fardo e del coco­li­che (le neo­lin­gue degli immi­grati), mani­fe­sta­zione tan­gi­bile di una nuova iden­tità in costru­zione, di un colos­sale e ribol­lente mel­ting pot.
Altret­tanto inno­va­tivo è stato il suo modo di met­tere in rela­zione mer­cato e let­te­ra­tura, di intuire per primo la natura di una nascente indu­stria cul­tu­rale, di rivol­gersi a un pub­blico che non fosse sol­tanto quello colto e bor­ghese di sem­pre; è anche per que­sto che la nar­ra­tiva di Arlt e la scrit­tura rude e sin­co­pata dei suoi romanzi sono diven­tate un vero e pro­prio ariete da sca­gliare con­tro le con­ven­zioni, per con­sen­tire l’irruzione della moder­nità nella let­te­ra­tura argen­tina, pro­iet­tan­dola verso il futuro.

A tutt’oggi, la sua opera man­tiene un carat­tere di uni­cità che non per­mette al canone di inghiot­tirla e nor­ma­liz­zarla, come sem­pre avviene: pur senza «figli» né epi­goni, Arlt ha lasciato die­tro di sé tracce pro­fonde e rico­no­sci­bili, e la pre­cisa sen­sa­zione che la sua pre­senza sia ancora quella forte, intensa e in qual­che modo rivo­lu­zio­na­ria che affiora dalla let­tura dei Lanciafiamme.

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