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Revueltas e i bassifondi

redazione José Revueltas, Scrittura, SUR 1 Commento

Il 20 novembre del 1914 nasceva lo scrittore e attivista politico messicano José Revueltas. Nel giorno in cui si celebra il suo centenario, abbiamo il piacere di presentarvelo con questo articolo di Edith Negrín – tratto dalla rivista Nexos, che ringraziamo – e di annunciare la prossima pubblicazione di una delle sue opere più importanti: El apando (Le scimmie).

«Revueltas e i bassifondi»
di Edith Negrín
traduzione di Claudia Tebaldi

«Che l’uomo sia incline a costruire, e tracciare strade, è indubbio», dice il protagonista di Memorie dal sottosuolo. «Ma perché ama alla follia anche la distruzione e il caos? […] Non sarà perché istintivamente teme di raggiungere lo scopo completando l’edificio che sta costruendo?» Dostoevskij è qui radicale, iperbolico – forse demoniaco – e pieno di uno smisurato desiderio di annichilimento. «E chissà – aggiunge – forse il fine a cui tende l’umanità consiste unicamente in questo incessante sforzo per arrivare».
Ha detto incessante sforzo? Sì, può rispondere Dostoevskij: vi invito a essere una parte meravigliosa dell’infinito.

José Revueltas, Las evocaciones requeridas

Buona parte della narrativa messicana del XX secolo racconta gli ultimi, i vinti, gli offesi, gli umiliati. Ma nessun autore ha proposto una descrizione tanto completa, complessa e con un così alto livello letterario dei bassifondi del Messico di quegli anni come José Revueltas.

Le sue narrazioni esplorano in profondità la condizione umana: per quanto riguarda la visione del mondo, a partire dal materialismo storico e dialettico assorbito in gioventù; per quanto concerne invece la letteratura, dal realismo critico che, cercando un’alternativa al realismo socialista, lui trasforma in una teorizzazione sul “lato perituro” della realtà.

Letti in ordine cronologico, i suoi romanzi documentano un percorso verso il disincanto, la degradazione sociale, la disumanizzazione: evoluzione vincolata dalla sua deludente peregrinazione in diverse organizzazioni della sinistra messicana. Visti come simultanei, i romanzi dialogano tra loro, suggeriscono costanti e interrogativi non risolti. Rappresentano un panorama dell’occulto, del non detto, di ciò che è stato omesso o rimosso dalla cultura ufficiale, e dalla cultura dell’opposizione.

I bassifondi di Revueltas – di tradizione nella sua amata letteratura russa, in Gor’kij, e soprattutto in Dostoevskij – connotano e legano elementi di diversa indole. Gli spazi urbani, così come i corpi e le loro funzioni, simboleggiano le dinamiche politico-sociali, la condizione umana, i nostri abissi interiori.

Un po’ come nella citazione di Memorie dal sottosuolo scelta dall’autore, la narrativa revueltiana è un’esplorazione del surrettizio, uno sforzo incessante per tracciare, o meglio per scoprire, una strada, brancolando sempre sull’orlo della disperazione e a volte con il panico di approdare non all’infinito ma a un nulla esistenziale, come quello che spesso menziona nelle sue invenzioni letterarie.

Se i suoi bassifondi sono questi sottomondi marginali generati dal presunto progresso e dall’ingiusta distribuzione della ricchezza avvenuta con l’espandersi delle città, inizieremo con il collocare José Revueltas tra i grandi narratori urbani della nostra letteratura.

Il suo primo racconto pubblicato, «Foreign Club» (1938), descrive uno scontro tra tassisti in sciopero e le forze della repressione, la polizia, i vigili del fuoco, i soldati, in un contesto chiaramente legato alla capitale. Anche se l’azione ne Los muros de agua (1941) si svolge in una prigione delle Isole Marías, il tragitto dei prigionieri, una successione di veicoli chiusi, inizia nella capitale.

Nel Coltello di pietra (1943), affresco del fallimento dei progetti agrari del sistema politico della Rivoluzione, seguiamo nella sua fuga il personaggio di Calixto, guerrigliero villista che sottrae una manciata di gioielli durante l’assalto a una proprietà dell’antico regime. Attraverso lo sguardo dell’ingenuo contadino, che nella metropoli viene privato del suo tesoro e del suo futuro, il narratore mostra un percorso che potrebbe essere allo stesso tempo una metafora del romanzo della Rivoluzione: «all’improvviso cessa la campagna e un tentativo di città nutrita di bambini dal ventre gonfio, cortili, alberi, fango, stendibiancheria, mendicanti, sopravviene […]. Questa era la città messicana, polverosa, di piccoli edifici e vie diritte, con i suoi cocchieri sgraziati e le sue vertiginose, insensate, automobili Ford!» Questo scenario che spaventa Calixto sarà, in buona parte, quello dell’autore nei suoi successivi romanzi: la polvere e il fango della miseria, insieme alla vertigine dell’industrializzazione rappresentata indiscutibilmente dalle auto.

Tuttavia, è ne Los días terrenales (1949) che i personaggi si muovono quasi tutto il tempo nell’ambientazione metropolitana. In termini generali tutta la spazialità della narrativa di Revueltas ha il marchio del periodo clandestino del Partito Comunista Messicano, articolando un formidabile caleidoscopio tematico di occultamenti, proibizioni e congetture. Ma sono i suoi romanzi politici, Los días terrenales, Los errores (1964) e anche El apando (1969), quelli che portano quest’impronta al suo limite massimo. Sono tutti e tre romanzi cittadini.

Ne Los días terrenales alcuni dei personaggi, oltre che completamente urbani, abitanti rappresentativi della capitale, sono cosmopoliti, contemporaneamente connessi al mondo attraverso flussi di idee che oltrepassano frontiere geografiche e culturali, come suggerisce José Manuel Mateo. Gli attivisti politici protagonisti dell’intreccio regolamentano la sua condotta attraverso i lineamenti dell’Unione Sovietica, in accordo con lo sviluppo del comunismo internazionale. Ne Los errores questo cosmopolitismo si amplia, e qualche scena si svolge perfino a Mosca.

Ma l’ottica dell’autore delinea sempre determinati spazi delle città, i luoghi della marginalità: le zone abitate o frequentate per la maggior parte da bisognosi e delinquenti, così come dai militanti comunisti; il luogo marginale più estremo, il carcere.

Ne Los días terrenales, titolo con il quale lo scrittore di Durango desiderava contestualizzare la sua intera opera, dall’allucinante scena iniziale è evidente che solo gli indigeni possono recuperare tanto la dignità della loro condizione umana, quanto la magia dei loro rituali, fuori dalle zone urbanizzate. Dentro, corrono il rischio di essere divorati dai bassifondi.

[…]

Los errores è invece il romanzo che l’autore pubblicò dopo un silenzio di sette anni, per quanto riguarda la sua produzione narrativa. Come si sa, le critiche dei suoi correligionari a Los días terrenales scatenarono in lui un profondo e triste processo di revisione dei suoi presupposti estetici, per farli coincidere con quelli politici. Tra i due romanzi, il XX Congresso del Partito Comunista dell’Unione Sovietica (1956), nel quale Nikita Chruščëv condannò la politica di Stalin, diede inizio a una fase di autocritica e di rinnovamento nei partiti comunisti di molti paesi. Da questo momento Revueltas considererà appropriato rinnovare le sue critiche a un certo tipo di militanti ora identificati come stalinisti. La descrizione che lo scrittore fa di loro ne Los días terrenales allude al Messico, mentre ne Los errores anche all’URSS.

[…]

Il luogo limite dei bassifondi è il carcere. A partire da Los muros de agua, fino a El apando, e in alcuni dei racconti, la narrativa di Revueltas ricrea i numerosi luoghi di reclusione che conobbe: il riformatorio giovanile, le Isole Marías e il penitenziario di Lecumberri, per citare i principali. Anche se questo è uno degli aspetti più analizzati dalla critica, non mi riservo dal commentarlo. Ripeto solamente che questo è lo spazio dove si trovano i delinquenti e i dissidenti, e ricordo che ne El apando lo occupa completamente; salvo i visitatori, l’esterno esiste a malapena. Non ci sono persone incarcerate per le loro idee o il loro attivismo. Restano solo le persone comuni, gli assassini, i vili, i drogati. Non ci sono nemmeno evasioni né tentativi di fuga, ma una rassegnazione assoluta alla fatalità da parte delle persone. Non si tratta di una narrazione esplicitamente politica, come nei romanzi precedenti. Tuttavia, il contesto della sua scrittura, ovvero il carcere di Lecumberri dove l’autore fu prigioniero dopo il movimento del ’68, le interruzioni che governano il ritmo narrativo carente di pause, e anche la stampa, affinano la simbolica suggestione politica. Come è successo ai prigionieri insorti, la repressione ha vinto il dissenso nel paese, non esiste altro che «quella città e quelle strade con sbarre, queste sbarre moltiplicate dappertutto, questi luoghi appartati».

Nell’universo narrativo revueltiano il corpo è, in ogni romanzo, più degradato. Da una parte, sono stati banditi, quasi completamente, il piacere sessuale e la procreazione. Nel Coltello di pietra l’unica donna che sembra essere incita è “la Calixta”, ma la sua gravidanza è una messa in scena, in realtà è affetta da idropisia. Ne El apando la madre di El Carajo è una donna abbruttita, che si presta a introdurre la droga in carcere inserendola nella sua vagina. Alla fine, El Carajo sembra essere venuto al mondo da solo.

Se nei primi romanzi si possono passare al setaccio i sentimenti amorosi, nell’universo di El apando i sentimenti positivi scompaiono e viene appena accennata una parodia del piacere sessuale, rappresentato dal desiderio insoddisfatto di vari personaggi e dalle forme oscene che assume il tatuaggio di uno di loro con il movimento.

Dall’altra parte, c’è la presenza costante della merda. Già ne Los muros de agua i prigionieri mettono in scena una raccapricciante battaglia di escrementi nella stiva della barca che li conduce all’isola.

Ne Los días terrenales l’autore propone una dettagliata riflessione sul tema. Bautista, nella discarica, evoca le ore precedenti, passate con Fidel e Julia, e riflette sul significato di ogni azione, di ogni parola. D’un tratto le sue congetture s’interrompono bruscamente al sentire «che aveva pestato qualcosa di molle e viscoso tra i resti dell’immondezzaio» e all’annusare «l’infame pestilenza»: «E non è neppure di un animale – sbottò tra sé mentre cercava di pulire la suola della sua scarpa, è proprio di un essere umano».

La merda reindirizza le sue cavillazioni: nel mondo della discarica gli uomini, simili a lui, «non avevano alcuna necessità, di nessuna specie, di mascherare le loro passioni e le loro vergogne». Mentre nel mondo di fuori «il sudiciume e la miseria morale erano nascosti dal più pudico dei veli». Ad ogni modo erano mondi uguali e rivelatori della condizione umana.

La merda era un indizio significativo, «il segnale per un’etica o per un sistema scientifico. Era tanto importante la deiezione dell’uomo così come la mela di Newton, trattandosi di punti di partenza. La gravitazione universale o la defecazione universale». Pestare la «deplorevole materia fu come tirare il velo che copriva le loro passioni e ora davanti ai loro occhi gli si mostrava la nuda e amara verità».

Nella narrativa di Revueltas c’è un’alimentazione retroattiva tra i bassifondi urbani, quelli del corpo, quelli del sistema politico, quelli delle ideologie. Esemplifica più e più volte la tesi esposta ne Los errores: l’uomo è un essere erroneo.

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