Joni Mitchell

La solitudine, la felicità e il senso di colpa: intervista a Joni Mitchell

Malka Marom BIGSUR, Interviste, Musica Lascia un commento

Pubblichiamo un estratto dal libro intervista con Joni Mitchell Both Sides: Conversazioni sulla vita, l’arte, la musica, a cura di Malka Marom.

di Malka Marom
traduzione di Francesco Graziosi

Malka Marom: Quando ti ho telefonato da Toronto, prima di venire qui a registrare la nostra intervista, hai accennato al fatto che non vedevi l’ora di andare in tour con una band per la prima volta, perché così non ti saresti sentita troppo sola.
Joni Mitchell: Ah, quella è la solitudine del palcoscenico. Anche fra gli applausi della folla ti senti sola perché il tuo essere speciale ti distingue dagli altri. E oggi che vado in scena con un gruppo di musicisti, con cui dividerò gli omaggi, quando finiamo posso dire: «Siamo stati bravissimi, no?», oppure «Bleah, abbiamo fatto schifo», a seconda. C’è una condivisione, non è più un’esperienza solitaria.

La solitudine… Ascoltando le tue canzoni noto che certi temi riappaiono continuamente. La solitudine è uno di questi.
Credo che la gente abbia sempre avvertito la solitudine, ma secondo me in maniera particolarmente acuta in quest’epoca. Tanti si sentono confusi o inutili. Conosco molta gente che vive un’esistenza libera, e che però è convinta di non aver fatto le scelte giuste, e dentro di sé è confusa. In più le cose cambiano con tanta rapidità. I rapporti sembrano privi di longevità. Ogni tanto vedi persone che stanno insieme da sei, sette, magari dodici anni, ma la maggior parte non fa che passare di continuo da una storia all’altra. Non ci si impegna davvero in niente. Siamo una società usa e getta. Le auto sono usa e getta. Tutto si può sostituire.
E poi c’è una solitudine che proviene dalla transitorietà delle cose. Cioè, magari vivi in un palazzo per due anni, te ne vai per un anno e quando torni lo hanno abbattuto.

E che mi dici della solitudine a livello personale?
La solitudine a livello personale?

Dico nella tua vita privata.
Be’, quella l’ho trattata ampiamente nei miei dischi. Cioè, l’ho espressa quasi in forma di lettere aperte. Gli aspetti incompleti di un rapporto, hai presente? Quel senso di mancato appagamento con l’altro. Possono due persone molto diverse stare insieme e conservare ciascuno la propria individualità? Si può essere continuamente abbastanza generosi da approvare l’espressione dell’altro, o prima o poi ci si scontra con l’incompatibilità degli umori, dei caratteri?
Io ho bisogno di trascorrere parecchio tempo in solitudine. Vorrei potermi ritirare in un angolino di una stanza piena di gente e mettermi a lavorare. Amo il trambusto di una stanza piena di gente affaccendata, dove io magari sto in disparte ma mi dedico ai fatti miei.
Invece mi è capitato di trovarmi in compagnia e sentirmi incredibilmente sola. Magari c’è un gruppo di persone che hai conosciuto da poco, parlano tutti di un amico comune ma tu non sei abbastanza intima da conoscerlo. Magari fanno un’ora e mezza così, tu te ne stai lì seduta e a un certo punto tiri fuori carta e penna (io lo farei per autodifesa) e ti dici: «Insomma, vanno avanti così da un’ora e mezza, io non ho modo di partecipare alla conversazione, perciò adesso mi rifugio nei miei pensieri». Però se ti metti a scrivere loro fanno: «Stai prendendo appunti? Stai trascrivendo la nostra conversazione? Ti ha mandato Rolling Stone?», e a quel punto come ti giustifichi? Questa è una forma di solitudine che ho sperimentato.
Poi ci sono altri tipi di solitudine, bellissimi. Per esempio, ogni tanto vado su nel mio terreno nella Columbia Britannica e passo del tempo da sola in campagna, circondata dalla bellezza della natura. A questo si accompagna un certo romanticismo, quindi in genere non stai ad autocommiserarti.
In città, quando sei circondato da persone che interagiscono fra loro di continuo, la solitudine ti fa sentire un peccatore, come ha detto Leonard Cohen. Tutt’intorno vedi innamorati, oppure famiglie, e tu sei sola e pensi: «Perché? Cosa ho fatto per meritarmelo?» Ecco perché secondo me le città ti fanno sentire molto più sola della campagna.

Un altro tema che trovo predominante nelle tue canzoni è l’amore.
L’amore… già. Uno dei miei interessi principali nella vita è quello dei rapporti umani, delle interazioni e dello scambio di emozioni, da persona a persona, fra individui, oppure su scala più ampia, con un pubblico.
Credo davvero che l’individualità e la sua conservazione siano necessarie per quello che chiamiamo un amore vero o duraturo; che chi dice «Ti amo» e poi si comporta da pigmalione sia nel torto, insomma. L’amore deve abbracciare tutti gli aspetti di una persona.
L’amore è un sentimento molto difficile da tener vivo. È una pianta molto fragile, ecco. È un sentimento particolare, perché soggetto a tanti cambiamenti. Il modo in cui lo si prova all’inizio di una storia e tutti i cambiamenti che subisce. Io continuo a chiedermi: «Cos’è?» [Ride.] Una forza tanto grande, parlando di potere. È un gioco prediletto… ecco cosa diventa: un gioco.
«Ti amo»: queste parole per me sono un impegno. Quando le hai dette a qualcuno, o le hanno dette a te, significava che per quella persona tu c’eri e che potevi fidarti di lei. Ma sapendo, dalla mia esperienza, che le ho dette e poi me le sono rimangiate – nel senso dell’appoggio, della presenza fisica, che non ero più al fianco di quella persona… mi chiedo: questo cancella il sentimento? Ho amato davvero? Cos’è l’amore?
C’è stato un periodo in cui ero molto presa dalla filosofia di Nietzsche, che è la filosofia di un solitario. E a farmi capire la sua debolezza è stato il fatto che, quando mi sentivo sola e appartata, quella filosofia per me era chiara, bellissima e perfettamente vera, mentre quando mi sentivo calorosa e ben disposta verso la gente, in un gruppo di persone, quella filosofia non lasciava spazi. Escludeva completamente quel sentimento, che è meraviglioso e molto umanitario. Perciò non potevo seguirla fino in fondo, anche se contiene molta verità. Non lasciava posto per l’amore. Era come se non avessi tanto amore a disposizione, perché l’amore era l’idea di superare sé stessi.
Però…. Sono davvero molto disillusa nei confronti della gente, della conoscenza e di dove ci ha condotti, ecco.

Qual è la tua idea di felicità, Joni?
Oddio. [Ride.] Andiamo sul pesante, eh. La mia idea di felicità? Non saprei. Non so che rispondere, è proprio una domanda difficile. È buffo perché non sono mai riuscita a descrivere la mia gioia bene quanto la mia…
Per me la felicità si esprime nelle mani, nel viso e nella luce degli occhi. Hai presente? A parole non so esprimerla bene quanto l’insoddisfazione o l’angoscia. Per quelle ho un vocabolario più ampio.

E anche per il senso di colpa. Io mi aspetterei un senso di colpa quasi innato, nell’opera di un’artista che esplora la storia del Giardino, di Adamo ed Eva, del peccato originale…
Stasera, qui, tu e la band stavate provando il tuo ultimo disco, Court and Spark: «“Tutti i colpevoli”, ha detto / Hanno visto la macchia / Sul loro pane quotidiano / Sui loro nomi di battesimo / Io mi sono purificata / Ho sacrificato la mia tristezza». E l’altro giorno hai detto di temere che un bambino debba patire i sensi di colpa. Cos’ha di tanto brutto il senso di colpa? È una molla potente per la creatività.
Be’, non è tanto bello conviverci. [Ride.] A me non piace mica. [Ride.] Oddio, non saprei.
Io quanto a sensi di colpa sono nella media. Cioè, sono un’apprensiva. E ho sempre questi dilemmi morali, battaglie continue su cos’è giusto e cos’è sbagliato. Sono una persona spregevole? Mi sento in colpa perché… sto parlando troppo adesso. Per la mia fragilità, pure, che prima tu hai voluto dipingere come una qualità positiva. Cioè per essere troppo debole, o troppo forte, oppure per aver esagerato quella volta o fatto troppo chiasso quell’altra, o per essere stata troppo zitta quell’altra ancora. Insomma, ci sono sensi di colpa per tutte le occasioni. [Ride.] Secondo me non serve mica averne così tanti.
Sono come la coscienza, i sensi di colpa. E penso che a modo loro, a volte, ti segnalino quando vai fuori strada; ma la strada è una cosa che ti viene inculcata in tenera età.
C’è un romanzo di Hermann Hesse intitolato Narciso e Boccadoro. È una storia davvero bellissima sullo spirito e la coscienza dionisiaci e apollinei. Dapprima sono in opposizione fra loro, e poi, alla fine, si ricongiungono, guardandosi negli occhi e riconoscendo che, pur avendo vissuto due vite del tutto diverse… Uno la vita monastica di devozione e stenti, in cui si nutre la mente più che il corpo eccetera; l’altro che invece lascia il monastero e conduce un’esistenza di abbandono, diventa un donnaiolo e uno che è sempre di passaggio. E in tutto questo tempo, senza sapere bene il perché, scopre di voler fare lo scultore e diventa bravissimo. Però non si sente mai del tutto appagato perché vuole scolpire una madonna, che riassuma in sé tutte le espressioni che lui ha visto sul volto delle donne: un ricordo vago di sua madre, che era una scapestrata e lo ha abbandonato da piccolo; donne che partoriscono, donne che piangono, donne appestate con la morte sul viso; tutte queste espressioni lui vuole plasmarle in una sola immagine della madonna. E non arriva mai a completare la scultura, non si sente mai all’altezza del suo ideale estetico.
Be’, tutte queste cose le sento anch’io dentro di me.
È come quando ho lasciato la mia casa a Laurel Canyon, che mi sembrava troppo delicata e confortevole, troppo poco illuminata, con troppe tappezzerie rosse. Cioè, in senso figurato, mi sembrava proprio troppo comoda. Invece la casa che ho costruito sul mio terreno nella Columbia Britannica era quasi come un monastero. Il tizio, il costruttore, continuava a ripetermi: «Ah, non è il caso di mettere quella finestra lì. Sembra già una chiesa». Pavimenti di pietra e legno massiccio, panche di legno massiccio. Qualunque cosa dava un’aria penitenziale. Niente specchi. Come se in qualche modo dovessi sforzarmi di tirar fuori le buone virtù che dovevano pur esserci dentro di me, ecco. È proprio una cosa ridicola. Insomma, sono passata da un estremo all’altro, e quella casa l’ho voluta fare molto scomoda, come una scarpa ortopedica.
Penso che l’artista si trovi da sempre in conflitto, forse perché ha tanto tempo a disposizione per riflettere su cose che riguardano ideali e valori alti, ed è portato a riconoscerne la bellezza. Al tempo stesso, la carne è debole e ha tanti appetiti, così sei in perenne conflitto con te stesso, capisci? Puoi esprimere pensieri sublimi e splendidi, ma poi magari nella vita non li metti in pratica.

Un altro tema che ricorre nelle tue canzoni è quello dei viaggi. «Viaggiare, viaggiare, viaggiare…» Hai compiuto molti vagabondaggi.
Una vita da nomade, vero? Mi sa che sono diventata un po’ zingara. [Ride.] Faccio fatica a mettere radici, soltanto l’idea… Mi piace vivere così, un po’ di passaggio. È quasi come se inseguissi la canzone. Ci tengo alla mia libertà di vagabondare.

Ecco, stavo giusto per chiedertelo: nelle tue canzoni ricorre il tema della libertà, soprattutto la parola «libero».
Per me la libertà è il lusso di poter seguire la strada del cuore, di conservare la magia nella propria vita. La libertà mi serve per poter creare, e se non posso creare non mi sento viva.

© Malka Marom, 2014. Tutti i diritti riservati.

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