Ogni fiction è sempre un c’era una volta

redazione Autori, Guillermo Cabrera Infante, SUR Lascia un commento

Ottantacinque anni fa nasceva lo scrittore e sceneggiatore cubano Guillermo Cabrera Infante. In occasione dell’anniversario pubblichiamo oggi il prologo dell’autore al suo romanzo La ninfa incostante, uscito postumo nel 2008 e pubblicato da SUR nel 2012.

di Guillermo Cabrera Infante
traduzione di Gordiano Lupi

Se trovi anglicismi, correttore di bozze che non approvi, non li toccare: questa è la mia prosa. Lasciali tranquilli sulla pagina. Non li muovere, fa’ che nessuno li muova. Dopo tutto, questa storia è stata scritta in Inghilterra, dove ho vissuto per oltre trent’anni. Una vita, come direbbe il mio omonimo Guy de Maupassant, en passant. De mot passant.

Prologo

Secondo la fisica quantistica si può abolire il passato, o peggio ancora cambiarlo. Non mi interessa cancellare il mio passato, né tantomeno modificarlo. Mi serve soltanto una macchina del tempo per viverlo di nuovo. Questa macchina è la memoria. Grazie a lei posso tornare a vivere quel tempo infelice, a tratti felice. Ma, per fortuna o per disgrazia, posso viverlo soltanto nella dimensione del ricordo. La conoscenza intangibile (tutto ciò che so di quella donna) può modificare una realtà concreta come il passato in cui lei ha vissuto. Una canzone contemporanea sembra esprimere meglio di me lo stesso concetto: «Quando l’oggetto immobile che sono / incontra la sua forza irresistibile». I fotoni possono negare il passato, ma vengono sempre proiettati su uno schermo, in questo caso nel libro che avete tra le mani. La mia storia ha il solo pregio di essere realmente accaduta.

Questo racconto si svolge sempre al presente nonostante i tempi verbali, che aiutano soltanto a creare o rendere credibile il passato. Una pagina, una pagina piena di parole e di segni, bisogna percorrerla, ed è un percorso che si compie sempre ora, nello stesso istante in cui scrivo la parola ora, che verrà letta immediatamente. Ma la scrittura cerca di spingere la lettura a creare un passato, a credere nel passato che viene narrato, proprio mentre procede verso il futuro. Non voglio che il lettore creda in quel futuro, frutto di ciò che scrivo, voglio soltanto che creda nel passato che sta leggendo. Queste convenzioni – scrittura, lettura – consentono a me e a te, che ne sei testimone, di rivedere le mie colpe e riesaminare, per quanto è possibile, la persona che sono stato per un momento. Un momento che sta scritto nelle pagine di questo libro: vi resta inscritto.

Ci saranno momenti in cui l’occhio che legge non crederà a ciò che vede. Si chiama fiction. Tuttavia è necessario che il lettore confonda sempre il presente della lettura con il passato del racconto e che entrambi i tempi avanzino alla ricerca di un futuro che rappresenta il culmine dell’azione contenuta nella narrazione. (Mi piacciono le rime inaspettate). Va tenuto presente che in realtà ogni narrazione è un flashback. L’esempio più chiaro di flashback è il racconto delle avventure e disavventure che Ulisse fa alla corte di Antinoo. Un momento che non si può definire epico, ma drammatico, quasi melodrammatico, visto che la narrazione di Ulisse è preceduta dalle note musicali della lira e dal canto del cantante di corte. I narratori dei racconti di fate cominciano sempre la loro storia con l’immancabile «C’era una volta». Visto che ogni fiction è sempre un c’era una volta, questa mia storia non può essere da meno. Anche se non è certo un racconto di fate. Caso mai è un racconto di fati, di destini. Di niente.

Ho dovuto creare un vuoto in mezzo alla realtà. Io ero, sono stato, quel vuoto. Non vorrei che sembrasse una dichiarazione a effetto, ma ai tempi L’Avana ancora non esisteva. Ricordo (è un ricordo infantile ancora nitido) una figurina della serie Pirati di ieri. Le figurine erano confezionate insieme a un biscotto, che veniva comprato apposta per la figurina; a volte era nuova, a volte un doppione. Il biscotto era un pretesto, che comunque veniva mangiato. Una figurina portava la scritta «Camminando sulla passerella» e mostrava un uomo su una passerella che sporgeva dalla nave. Era un bucaniere. Boccanera. Da un lato c’erano i compagni conosciuti, con le sciabole in mano. Dall’altro lato il mare ignoto e diversi squali che nuotavano intorno all’imbarcazione. Il condannato, sulla passerella, come dice il proverbio inglese, stava «tra il diavolo e il profondo mare azzurro».

Ma ora ero io lo sventurato sulla passerella. Che la vita somigliasse a una figurina di pirati era ciò che si chiama ironia della sorte. Lei si era impegnata a contaminare ogni cosa. Era diventata una vera e propria infezione. Si era completamente impossessata di quell’estate, proprio come un batterio si impossessa della vita. Ma era stata, nel momento del nostro incontro, un soave batterio capace di produrre una dolce infezione. Ho vissuto segregato, e per un po’ di tempo sono stato malato.

Ma fuori di me e del nostro rapporto non esisteva la realtà. Proprio come nei film, quando il tempo che scorre sullo schermo sospende il tempo dell’esistenza. Mi rendo conto soltanto adesso che, per quanto reale sia, la vita non è un film. Cosa dire degli effetti speciali? La narrazione cerca di riempire questo vuoto, ma questo vuoto è il centro della narrazione perché era – chi l’avrebbe mai detto? – la stessa Estelita. Ancora una volta, soltanto la scia di una stella cadente.

Raccontare significa correre dei rischi. Uno di questi è il rischio che si corre nella vita, perché lì non si racconta. La vita è sempre in prima persona, anche se uno sa come sarà, «alla fin fine», il finale. La terza persona è senza dubbio più sicura. Ma costruisce un resoconto distaccato che risulta sempre falso. Questo falso distacco è tipico del romanzo, mentre la vicinanza della prima persona è frutto della vita. La terza persona non va da nessuna parte. Tutto è fiction, ma la prima persona, così singolare, riesce a nasconderla bene.

La vita è un prêt-à-porter dove prêt è abbreviazione di pretérito, passato. Il lettore, se vuole, può credere che non sia accaduto niente, e che questa storia del giornalista povero e del suo incontro fortuito non sia mai successa, ma che sia soltanto frutto della mia memoria.

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