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Cosa è successo a Emma Reyes? / 2

redazione Autori, Emma Reyes, Ritratti, SUR 2 Commenti

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Pubblichiamo oggi la seconda parte della crónica di Diego Garzón, direttore della rivista colombiana SoHo, che ha deciso di mettersi sulle tracce di Emma Reyes, misteriosa e indimenticabile autrice di Non sapevamo giocare a niente.
Qui la prima parte della crónica.

«Cosa è successo a Emma Reyes?» / 2
di Diego Garzón
traduzione di Francesca Signorello

Nel 1999, due anni prima di morire, Guillermo Botero Gutiérrez, scultore originario del Dipartimento di Caldas in Colombia, decise di scrivere la sua autobiografia. In Y fue un día… Botero racconta come intraprese un lungo viaggio per il Sudamerica. Verso la fine di questo libro, che trovai nella Biblioteca Nazionale dopo aver perlustrato invano le librerie, Botero parla del suo lavoro «nella fattoria di Gonzalito»,[1] a Montevideo. Siamo agli inizi degli anni Quaranta e lo scultore racconta che un sacerdote amico suo, «di Punta Gorda», lo andò a cercare lì, accompagnato da una ragazza «simpatica, sorridente e un po’ audace. Salirono nella sala da pranzo che Gonzalito usava come laboratorio e lui me la presentò: Emma Reyes, disse lei con voce sicura. Una voce di donna che sa come conquistare un uomo». Emma veniva dall’Argentina ed era senza lavoro. Botero la interrogò e lei rispose che voleva trovare un lavoro qualsiasi, «non ho soldi. Mia sorella mi aveva promesso di mandarmi un po’ di quattrini dalla Colombia… ma ancora non arrivano». Continuò a chiacchierare, raccontando le sue disgrazie. Come tutti i colombiani che chiedono aiuto all’estero…

Botero le promise che le avrebbe trovato un lavoro in un negozio, le spiegò che il proprietario della casa in cui abitavano era Armando González, un artista importante che girava per il Cile. Le propose di dormire nel letto di «Gonzalito» finché lui non fosse tornato. Emma si offrì di lavare, spazzare e cucinare. Così nacque la storia d’amore tra i due, e in un batter d’occhio erano già sposati.

Botero dice nel suo racconto: «Non so perché mi venne voglia di sposarmi. Organizzammo una cerimonia civile in un paesino di vacche da latte e formaggio». Stava parlando di Colonia Suiza, oggi Nueva Helvecia. Trascorsero la luna di miele in un alberghetto «per turisti sposini», e già allora si era pentito del suo matrimonio. Emma gli rivelò la sua intenzione di diventare un’artista «e recitò la lettera che avrebbe scritto a sua sorella Helenita per invitarla a vivere con noi e a occuparsi delle faccende di casa, di modo che lei potesse dedicare più tempo alla sua amata pittura. Cominciò a dipingere paesaggini di fantasia, fiori ingenui e nature morte dai tratti quasi infantili. La sua era una pittura piena di ingenuità, ad acquerello, come quella dei bambini che esprimono una semplicità difficilissima da imitare… Elogiava da sola le proprie opere e pensava di aver trovato la vera rappresentazione del paesaggio, dei fiori».

Gli amici dell’artista si divertivano con Emma nel vedere le ingenuità della sua pittura; suo marito, invece, «continuava a meditare sul fatto di avermi sposato, sul passo che aveva compiuto a quell’età, così irragionevole e avventato». Dopo partirono per il Paraguay, convinti che lì i colombiani erano come la gente del posto, e si ritrovarono in un paesino vicino ad Asunción di nome Caacupé. Il paesino viveva ancora all’ombra della guerra della Triplice Alleanza, in cui il Brasile, l’Argentina e l’Uruguay combatterono contro i paraguayani. Nei combattimenti morirono così tanti uomini che divenne consuetudine per le donne rimanere incinte per ripopolare il paese. Un amico gli disse che potevano ingravidare tutte le donne che volevano, tanto per loro sarebbe stato un onore. Nel paesino non c’erano né fognature né acqua, i bagni pubblici non esistevano, e la gente faceva i bisogni per strada. Come se non bastasse, il Paraguay stava anche attraversando una guerra interna. Botero dice che una sera un vicino lo avvertì che a Concepción un battaglione era insorto contro Morinigo, il presidente di turno. «Qui rubano e uccidono… distruggono tutto e bruciano quello che non possono portare. Dobbiamo seppellire il cibo, è l’unica soluzione, e se siamo coraggiosi, disseppellirlo di notte, per continuare a vivere, altrimenti non ci resta che fuggire», gli disse il vicino a Botero.

Parecchi anni dopo Emma confermò questi fatti di sangue, e una volta raccontò contrita a Germán Arciniegas che aveva avuto un bambino ma durante quelle rivolte glielo avevano ucciso, quando il piccolo aveva appena pochi mesi: un gruppo di uomini entrò con la forza nella casa in cui vivevano con l’intento di saccheggiarla e tutto finì in tragedia. Questo episodio lo raccontò poche volte e a poche persone. Nel suo libro Botero non ne parla affatto, accenna solo allo sconcerto di vivere la guerra che stava scoppiando. «Pochi giorni dopo accadde qualcosa di strano. Arrivò Helenita, la sorella di Emma. Era una donna quasi matura, né brutta né bella. Non era intelligente, ma neanche ottusa. Né alta né bassa, portava i capelli né lunghi né corti. Un viso senza contrasti, né allegro né triste. L’unica cosa sicura era che si trattava di una donna, per via del seno, del viso, della voce, e che aveva una presenza, o comunque, anche senza averla occupava uno spazio». Botero dice che andarono d’accordo e che Helena era stata l’amante di un signore di Cali, gestore della Lotería del Valle. «Quest’uomo raccontava che l’amava molto, ma che un giorno amò di più un’altra donna e così lasciò Helena. Lei, avendo ricevuto la lettera di Emma, era venuta a vivere con noi».

In seguito attraversarono il Río de la Plata alla volta di Buenos Aires. Botero non sopportava più quel matrimonio. Lui stesso scrive che non vuole scendere nei dettagli del divorzio, «discussioni banali, la scelta di un avvocato e l’inizio di un processo burocratico… feci una mostra, lasciai un po’ di soldi a Emma e a Helenita, e partii per l’Uruguay diretto allo studio di Gonzalito».

In queste pagine Botero racconta le stesse cose che Emma confessò al giornalista Carlos Enrique Ruiz, direttore della rivista Aleph, in un’intervista che le fecero a Bordeaux nel 1998, quando aveva già settantanove anni: tempo dopo lei andò a cercarlo da Gonzalito e gli raccontò che aveva vinto una borsa di studio a Buenos Aires per andare a studiare a Parigi. La stava aspettando una nave pronta a salpare per l’Europa, così Emma cercò di convincerlo ad andare via con lei. A questo proposito Botero scrisse: «La osservai a lungo. Non capivo niente. Rimasi a pensare e riuscii a dirle soltanto: ti invito a colazione e voglio accompagnarti alla nave. È l’unica risposta che posso darti. Lei non disse nulla, tacque e aspettò». E così lui l’accompagnò fino alla cabina della nave, Emma gli consegnò una sua foto e i due si dissero addio. «Scendendo per il ponte e attraversando il molo, cominciai a strappare lentamente quella fotografia e mi misi a gettare senza fretta i suoi resti in mare. In realtà quel gesto non era altro che un addio definitivo».

In quell’intervista, Emma dà la sua versione dei fatti: «La nave rimase ferma al porto di Montevideo per quasi cinque ore, e lì mi venne in mente di prendere un taxi e di andare a vedere Guillermo per informarlo del mio nuovo futuro. E così feci. Ci sono momenti della vita che non si dimenticano mai, anche se immersi nel silenzio. La nave era ancorata di fronte a un’enorme piazza. Guillermo mi accompagnò sulla nave, addirittura dentro la cabina, dove c’era un cavalletto che mi avevano portato alcuni amici pittori. Lo riaccompagnai fuori scendendo le scale della nave, e ogni volta che penso a lui lo vedo attraversare quella piazza enorme, quasi per un’ora, senza mai girarsi a guardare indietro».

Eppure Emma non sapeva che la tristezza di quell’addio sarebbe stata rimpiazzata di lì a poco dall’arrivo di un altro amore, quello più grande: Jean Perromat, un medico francese che viaggiava sulla sua stessa nave e che sarebbe diventato, qualche anno dopo, suo marito per sempre.

 

«Dov’è nata, signorina? C’è scritto sul passaporto: sono nata a Bogotà. Ha una famiglia, un padre e una madre? No, devono essere tutti morti. Ma cos’è questa storia? Ha fratelli? Sì, una sorella, ma ho perso anche lei. È morta? No, l’ho persa per strada e da allora non l’ho più ritrovata; secondo me, non mi voleva bene e mi ricordo anche che aveva un caratteraccio. Allora avrà forse un protettore? Sì, San Giovanni Bosco, e poi sono anche diventata figlia di Maria Ausiliatrice. Scoppiò a ridere e mi diede una pacchetta sulla spalla, chiendendomi di tornare all’ufficio dell’ambasciatore. Ah… mi scusi, mi scusi, signorina, cos’è venuta a fare in Francia? Sono venuta a studiare. A studiare cosa? Voglio dipingere quadri, di quelli che si appendono alle pareti. Studia anche qualcos’altro? No, nient’altro. E di cosa si è occupata in tutti questi anni? La mia occupazione principale è sempre quella di vivere e difendermi. Conosce persone importanti in Colombia che l’hanno aiutata? No, signor console, non conosco ancora nessun colombiano di spicco, ma spero di conoscerne tanti in futuro», scrisse Emma Reyes sulla rivista Aleph a proposito del suo arrivo a Parigi, dopo essere stata fermata dalla polizia e rispedita dal console colombiano. Dopo l’intervista che Carlos Enrique Ruiz le fece a Bordeaux, mentennero contatti epistolari e lui la convinse a pubblicare una parte di questi testi sulla rivista.

La Fondazione Zaira Roncoroni, che le assegnò la borsa di studio, le consegnò una somma di denaro iniziale, e l’accordo prevedeva che in seguito le avrebbero fatto pervenire ogni mese un importo a copertura delle spese di mantenimento. Appena arrivata a Le Havre, in Francia, la polizia le sequestrò la valigia perché Emma aveva comprato dei franchi a Buenos Aires e quelle banconote erano state stampate dai tedeschi durante l’invasione in Francia in tempi di guerra. Quel gesto era un’offesa pesante, perché chi deteneva quei soldi era molto probabilmente un collaboratore dei tedeschi. Ma l’incidente fu superato ed Emma avrebbe cominciato una nuova vita in un paese dove visse per più di cinquant’anni.

Già prima di partire da Buenos Aires, Emma era malata. In Paraguay fu colpita da leishmaniosi e per un periodo fu ricoverata nella capitale argentina. Sulla nave ebbe una ricaduta e nel suo racconto pubblicato su Aleph parla della solerzia di un medico che la visitò, senza rivelarne il nome. Si sarebbe saputo in seguito che quell’uomo era Jean Perromat. Una volta arrivata in Francia, Emma contattò un uomo che lavorava a Bayer e che aveva conosciuto sulla nave, e lui l’aiutò a trovare uno studio in cui lavorare. Rivide anche il cantante argentino Atahualpa Yupanqui, che aveva conosciuto in Paraguay e con cui aveva condiviso una lunga amicizia. Con i soldi della borsa di studio si iscrisse all’Accademia delle Belle Arti di André Lothe, una delle più prestigiose della capitale. Voleva imparare qualche tecnica di pittura, con modelli che posavano davanti agli studenti, ma fallì nel tentativo. «Una volta arrivò Lothe e mi disse: “Lei non ha guardato per niente il modello, non ha fatto altro che inventare; inoltre, non ha la minima idea del disegno, però voglio parlare con lei”. Andai a trovarlo e diventammo grandi amici. Mi disse che dovevo lavorare da sola, “perché ci sono tante persone che sanno fare questo lavoro, ma di persone che hanno qualcosa da dire ce ne sono ben poche. E lei di cose da dire ne ha tante, perciò le consiglio di cercare la forma espressiva che le è più congeniale. Frequenti tanti musei”, e così cominciai ad avvicinarmi alla pittura anche in senso professionale» racconta nell’intervista di Gloria Valencia.

Con Jean strinse un fidanzamento che non durò a lungo, ma che i due riallacciarono per poi finalmente sposarsi nel 1960, con Germán Arciniegas e la moglie, Gabriela, che facevano da testimoni. Lei preferiva Parigi, lui invece Bordeaux o Périgueux. Ciascuno trascorreva le giornate nel suo posto preferito e ogni fine settimana si rincontravano, come se volessero avere nostalgia l’uno dell’altro, e tutte le estati Jean proponeva a Emma una vacanza a sorpresa. Jean «era un signore nel vero senso della parola», come ricorda chi lo conosceva. Era coltissimo, leggeva molto e a Emma riservava un trattamento privilegiato. Solo che il centro dell’attenzione era lei, perfino nella famiglia Perromat. Álvaro Medina, che le fece visita a Bordeaux, ricorda che tutti i pranzi familiari, lunghi ore, giravano intorno a lei.

Emma rimase a Parigi nei tre anni previsti dalla borsa di studio, e poi partì per Washington ingaggiata dall’Unesco per la realizzazione di sillabari di alfabetizzazione rivolti all’America Latina. Lavorò anche con Diego Rivera in Messico e come assistente nella galleria di Lola Alvárez-Bravo, una delle più prestigiose del D.F.; e non solo contribuì all’allestimento dell’ultima mostra in vita di Frida Kahlo, ma in quello stesso posto espose le proprie opere insieme a pittori del calibro di Rivera, José Clemente Orozco e Rufino Tamayo. Dopodiché andò in Italia: visse a Capri, Venezia, Firenze e Roma. Emma continuava a essere povera. Alloggiò in un seminterrato con finestre da cui entrava la luce e da cui si riuscivano a intravedere solo le scarpe dei passanti. Ma grazie alle sue opere pittoriche e al suo carisma, finì per frequentare i principali intellettuali italiani. Elsa Morante, Alberto Moravia, Enrico Prampolini, tra gli altri, furono non solo amici suoi, ma commentarono anche la sua opera. La permanenza di Emma in Italia fu interrotta solo da un viaggio di diciotto mesi a Israele. Emma le inventava tutte per vendere i suoi quadri e, fra le tante trovate, lavorò anche come autista di una marchesa. Dipingeva e guidava per Roma. Finché un giorno non investì una persona – dicono che era con lei anche l’artista Carlos Rojas – e questo inconveniente la costrinse ad abbandonare la città. La vittima dell’incidente non ebbe gravi conseguenze, ma insistette nel presentare un’istanza contro di lei. Nessun tentativo di conciliazione produsse risultati. Emma decise di fuggire. Tornò in Francia, per stabilirsi lì definitivamente.

Dice Plinio Apuleyo Mendoza in Nuestros Pintores en París: «I pittori che si affermarono alla fine degli anni Sessanta e nel corso degli anni Settanta si imbattevano spesso in Emma. Lei aiutò Botero ad allestire il suo negozio a Parigi. Darío Morales e Ana María, sua moglie, vedevano spuntare l’alba chiacchierando con lei nel suo appartamento vicino all’Observatoire. Caballero, Cuartas, Cogollo, Barrera, Francisco Rocca e Gloria Uribe le giravano intorno, appena arrivati. Sì, prima di mettere le piume, loro erano i pulcini e lei la gallina».

EmmaReyes_edizioniSUR«Che cosa dipingeva Emma?», domandò al critico d’arte Álvaro Medina.

«Il suo tema prediletto era la gente normale. Sebbene avesse dipinto tante nature morte e alcuni paesaggi, il suo tema fondamentale era la gente di strada. Fece un disegno figurativo in parte astratto. I suoi dipinti sono come disegni colorati, questa è la struttura fondamentale che, come diceva lei stessa, è frutto della sua esperienza di ricamo con le monache».

Ramiro Castro, fratello di Dicken, pubblicò un libro che raccoglie vari testi critici sull’opera di Emma Reyes. Lì Luis Caballero scrisse: «Ci sono pittori mitici, leggendari. Persone che sono al centro delle chiacchiere, sui quali si costruiscono e si disfano aneddoti, ma la cui pittura si ignora. Emma è una di loro. Sfortunatamente per gli amanti della pittura, la sua enorme personalità impedisce di vedere la sua opera. La leggenda di Emma è stata elaborata a partire dalla sua stessa vita, malgrado i suoi dipinti; è per questo motivo, forse, che la sua opera è ignorata». Germán Arciniegas diceva: «Lei non dipinge con i colori a olio, ma con le lacrime».

Emma espose i suoi quadri in varie città del mondo. Oggi gran parte della sua opera appartiene alla Fundación Arte Vivo Otero Herrera, a Málaga, in Spagna. Altre si trovano al Museo La Tertulia a Cali. La biblioteca di Périgueux conserva un suo grande murale. A proposito della sua arte lei disse: «È vero che la mia pittura è fatta di grida senza correnti d’aria. Dalla mia mano escono fuori mostri, e sono uomini e dèi, o animali, o un po’ di tutto. Luis Caballero dice che io i miei quadri non li dipingo: li scrivo».

[1] Nome d’arte dello scultore uruguayano Armando González Ferrando.

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