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«Lunga distanza»: un racconto di Rodrigo Hasbún

Rodrigo Hasbún Racconti, Rodrigo Hasbún, SUR Lascia un commento

Andarsene, dello scrittore boliviano Rodrigo Hasbún, è in libreria. Per farvi scoprire l’autore e la sua opera, dopo una lunga intervista sul romanzo, pubblichiamo oggi un suo racconto tratto dalla racconta Los días más felices. L’illustrazione è di Manuel Gómez Burns.

di Rodrigo Hasbún
traduzione di Giulia Zavagna

Poi mio padre chiede che cosa faccio, e commetto l’errore di dirgli che sto aspettando la ragazza di Ignacio per andare a pranzo con lei.

E lui non viene?, chiede papà.
È via, dico io.
Resta zitto, non riesco a immaginarmelo all’altro capo della linea.
Pa?, chiedo appena lo sento sbuffare.
Non provarci con lei, mi dice.
Non mi aspettavo una cosa del genere, e ancor meno in quel modo.
Ascoltami, dice.
Sì, dico io.
Non provarci con la ragazza del tuo amico.
Lo so, pa. Non c’è bisogno che tu me lo dica.
Ma papà insiste.
Ignacio ha fatto tanto per te, non puoi fargli questo.
Lo so.
Non puoi ripagarlo in questo modo, dice lui.
Non c’è bisogno che tu mi faccia la predica, dico io.

E più tardi, in camera mia, prima di andare a pranzo, mentre inizio a muovermi sopra Emma, non riesco a smettere di pensare al tono allarmato di papà.
La sera mi richiama. Si è inventato una scusa maldestra, quello che vuole davvero sapere è com’è andata con la ragazza di Ignacio.
Alla fine non è nemmeno venuta, dico. C’era bisogno di lei al laboratorio.
Papà resta in silenzio, decidendo se credermi o no.
E tu non sei andato?, chiede alla fine.
Da quando è andato in pensione la sua vita è cambiata in modo radicale. Ha sempre detto che sarebbe morto sul suo tavolo di lavoro, che dal suo ufficio sarebbe uscito in orizzontale, ma l’azienda l’ha obbligato.
Sì, ma più tardi e solo per un po’. Oggi era il mio giorno libero.
Che hai fatto?, continua a indagare.
Ne ho approfittato per riposare un po’, dico mentre ricordo come il volto di Emma si trasforma quando è sul punto di venire. Prima tira fuori la lingua e poi i tratti del volto le si distendono poco a poco e c’è un momento in cui diventa più bella che mai. Dura quello che durano i suoi sussulti e io la guardo come impazzito mentre le vengo dentro. Poi, molto in fretta, torna in sé, alla sua durezza abituale, a quello che io chiamo il suo distacco canadese, e quasi sempre si allontana subito, come se da un momento all’altro le facesse schifo avermi vicino.
Riposare è importante, dice papà, anche se non è mai stato capace di farlo. Io ho potato gli alberi del giardino.

Sento dei rumori fuori e, con la cornetta sulla spalla, mi affaccio alla finestra. Per la strada vedo due adolescenti con dei cappotti troppo grandi per loro. Presto inizierà a nevicare e qui tutto sarà bianco. Come se mi sentisse pensare o come se i suoi alberi avessere qualcosa a che fare con me, mi chiede se torno a casa a dicembre.
Non lo so ancora, pa. Dipende da come va al laboratorio.
Speriamo di sì. Sembra che il fico sarà bello carico quest’anno.
Poi, un silenzio di qualche secondo. Le ragazzine si sono già allontanate, la strada è di nuovo vuota.
Va bene, dice lui di colpo.
Va bene, dico io. Ma vorrei che non se ne andasse ancora. Anche se non abbiamo già più niente da dirci, anche se abbiamo parlato due volte oggi, per un secondo ho voglia di chiedergli che aspetti ancora un po’.
Riposati, dico.
Grazie, dice lui.
Ed entrambi mettiamo giù quasi nello stesso momento.

*

Quando torna Ignacio?, chiedo a Emma il giorno dopo. In generale ci vediamo una volta a settimana, ora è diverso perché lui non c’è.

Piega i vestiti e li lascia sulla sedia, ormai le restano solo le mutande, alla fine si toglie anche quelle. Ignora la mia domanda.

A volte penso alla sua infanzia e alla sua adolescenza, alla sua giovinezza, a quando devono essere state diverse dalla mia e da quella di Ignacio. Papà e suo padre erano migliori amici e siamo cresciuti insieme. Abbiamo frequentato la stessa scuola e la stessa università e poi lui è partito per tentare fortuna qui. Ha fatto fatica a trovare il suo posto ma alla fine ce l’ha fatta e qualche anno dopo ha convinto a partire anche me. Ho accettato soprattutto per fuggire dal mio lavoro, che non pagava nemmeno un quinto di quello che mi offriva Ignacio.

La vedo buttarsi sul mio letto, il riscaldamento è acceso, fa caldo. Un caldo finto, fuori tutto è gelato.

Non ci siamo praticamente scambiati una parola da quando è arrivata. Ma non importa poi tanto se mi sta già aspettando nuda a letto.

Vieni, dice.
Resto in piedi lì accanto, a guardarla.
La pelle bianca, il pube frondoso.
Cos’è che ci unisce? Perchè siamo qui?
Vieni, leccami, dice lei senza malizia, seria.

*

Come se non ci vedessimo da anni, Ignacio mi abbraccia quando lo incontro al laboratorio. È almeno venti centimetri più alto di me e l’abbraccio è strano, perché non si è chinato a sufficienza e la mia testa, per qualche secondo, è rimasta posata sul suo petto.

È tornato pieno di energia.
C’è vita là fuori, dice. C’è ancora vita, esiste.
Io sorrido, non dico niente.
Con viali e bar e rumore. Odori, gente normale. Non come in questo paese tristissimo.
Non sembra ma è un tipo brillante. E non conosco nessuno che sia generoso e dedito a quello che fa come lui, anche se non sembra nemmeno questo.
Com’è andata la conferenza?, chiedo senza riuscire ad allontanare il pensiero di Emma. È come se la sentissi ancora in bocca, come se il suo zapore mi fosse rimasto addosso.
Lui mi racconta tutto.
Ma ormai non riesco più a starlo a sentire.

*

La sera mi chiama papà. Non menziona Ignacio né la fidanzata, se ne è dimenticato o ha deciso che è meglio non insistere. Però parla delle vacanze.

Allora torni a dicembre?, chiede.
Non lo so ancora, pa, dico io.
Non hai le ferie?, chiede. Com’è possibile che tu non abbia mai ferie? Quello non era il primo mondo? Per fare quella vita tanto vale che restavi qui.
A differenza di Ignacio, sono quasi tre anni che non torno a casa, ed è qualcosa che papà ha fatto molta fatica ad accettare. Perché lui sì e tu no?, mi ha chiesto per settimane l’ultima volta.
In ufficio, il giorno dopo, controllo il calendario su uno dei computer. Con timore, come se mi stessi affacciando su un pozzo.
Ignacio riesce a vedere il mio schermo da dov’è seduto.
Dovresti farti coraggio, dice.
Lui c’era quando è successa la tragedia, sapeva della distruzione prolungata, quando mamma è morta senza preavviso due anni fa. Io non sono potuto tornare e non ho voluto e ora va un po’ meglio. Perlopiù grazie a Emma e alla consolazione che mi dà.
Voi andate?, chiedo.
Siamo indecisi, forse andiamo a Montreal. Non sarebbe male, no?

*

Due lunedì dopo, però, mentre si rimette le calze, Emma mi dice che lo vuole lasciare. Mi sembra un annuncio talmente improvviso, e il suo tono è così neutro e quindi così doloroso che mi lascia senza parole.
Non so cosa provare, c’è qualcosa che non va per il verso giusto. È terribile, penso, non era così che doveva andare.
Non è per te, aggiunge con quella franchezza spietata che ho sempre ammirato in lei.
E per chi, allora?, è l’unica cosa che oso chiederle.
Per me, dice Emma.
Non capisco, dico io.
Non è poi così difficile, voglio stare da sola per un po’. Ci ho pensato e mi sono resa conto che è questo ciò di cui ho bisogno.
Così di colpo?
Non è così di colpo.
È come se io non esistessi, penso cercando di trovare il mio posto in quell’equazione e terrorizzato all’idea di fare altre domande.
C’è qualcosa che non so?
Lascerò anche te.
La freddezza era sempre stata lì, la freddezza non era un segno.
Cos’è che ci unisce? Cosa ci ha unito finora?
Mi alzo dal letto e inizio a vestirmi.
Sei una gringa uguale a tutte le altre, penso che dovrei dirle. Questo o che per me non era stato altro che sesso. Ma quando finisco di prepararmi, mi avvicino e quello che faccio è abbracciarla da dietro.
Non essere precipitosa, dico.
Pensando a Ignacio. Pensando a me.
La bacio varie volte sulla nuca, so quanto le piace.
Lei sicuramente chiude gli occhi.
E non risponde.

*

Dopo tre anni che mi sembrano dieci, un mese e mezzo dopo, a dicembre, torno a casa. Mamma non c’è più e tutto è diverso perché mamma non c’è più e la distanza tra quello che esisteva e non esiste più è insalvabile. Eppure, la prima domenica, senza lasciarci fermare da niente, io e papà facciamo un abrbecue e mangiamo sotto gli alberi, bevendo birre ghiacciate.

Non c’è niente di più buono della birra quando si fa strada lentamente, lontano da quel paese dove sopravvivere è così difficile. Con questo caldo che si attacca alla pelle, non c’è niente di più bello di appisolarsi poco a poco, accanto a papà, a cui sicuramente starà succedendo la stessa cosa.

Alla terza o quarta birra gli dico che dovrebbe trasferirsi anche lui.
La mia vita è qui, risponde lui, anche se di quella vita non è rimasto più nulla, né il suo lavoro né sua moglie né suo figlio né niente.
Almeno vieni a trovarmi, dico io.
Lui annuisce appena ma so già che non verrà. E come se l’unica cosa certa laggiù fossero loro, quasi automaticamente mi chiede di Ignacio e della ragazza.
Gli dico che sono più felici che mai, per qualche ragione gli dico questo, quasi augurandoglielo. E un attimo dopo, visto che il resto non mi sembra sufficiente, gli dico che hanno deciso di avere un bambino.
Papà risponde che è ora che ci pensi anch’io.
Prendo un sorso di birra. Quelle di là sono acqua in confronto a questa, che ha un peso e una consistenza e un bel retrogusto amaro.
Stai con qualcuno?, chiede grattandosi la barba.
Faccio di no con la testa.
Raccontami, dice.
Nessuno, pa, dico io.
Raccontami, insiste lui.
Nessuno, ripeto.

E penso a Emma, ovviamente. Emma con la lingua di fuori, Emma che si trasforma. Emma nuda e lontana e sola. Emma che fa del male a tutti quelli che la circondano.

È importante che ci sia qualcuno, dice lui, forse pensando a mamma, a qualche versione di mamma che non riesco a immaginare.
Poi prende un sorso di birra e io pure e mi viene in mente che presto, troppo presto, dovrò ripartire.
Salute, pa, dico.
È la cosa più facile da dire quando ci si sente confusi o in colpa.
Lui deve saperlo bene.
Salute, dice papà.

© Rodrigo Hasbún, 2011. Tutti i diritti riservati.

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