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Intervista a Fernando Botero

redazione SUR 1 Commento

Oggi due brevi testi: l’intervista al pittore colombiano Fernando Botero realizzata dal critico J.G. Cobo Borda, e un brano di Francesco Varanini dedicato a un «faccia a faccia» tra Botero e Gabriel García Márquez.

J.G. Cobo Borda ha raccolto questa e altre testimonianze nel libro Inolvidable Botero, Bogotá, Laguna Libros, 2011; aveva già pubblicato Fernando Botero. La plenitud de la forma, Bogotá, Panamericana Editorial, 2006.

Il brano di Francesco Varanini è tratto dal suo Viaggio letterario in America Latina (Marsilio 1998), ripubblicato da Ipoc nel 2010 e tradotto in spagnolo nel 2000 (Acantilado, Barcelona).

Ringraziamo entrambi gli autori per averci concesso il permesso di utilizzare i loro testi.

di J.G. Cobo Borda
traduzione di Raffaella Accroglianò

Come ricostruirebbe la sua traiettoria?

Sono nato in una città di provincia, Medellín, situata in una valle fra le montagne, dove c’erano immagini del Sacro Cuore su tutti i muri delle case.

Da lì si poteva andar via solo a cavallo o in treno, un treno che non sempre funzionava. Naturalmente non c’era nessun museo per conoscere e apprezzare l’arte, ma i primi vent’anni che trascorsi a Medellín mi convinsero della necessità di avere una scala di valori a partire dai migliori dipinti esposti nei musei d’Europa. E che potevo apprezzare solamente in dubbie riproduzioni.

Ma già da allora mi sentivo anche immerso in un continente ancora non raccontato, ancora non razionalizzato, che però si era già espresso nell’arte precolombiana, nell’arte coloniale, nei colori e nelle forme di arte popolare e nei poeti che allora leggevo – e continuo a leggere – come César Vallejo e Pablo Neruda. Da lì proviene la mia ricerca plastica di una realtà nella quale la poesia e il mito alimentavano la mia pittura. Nella quale gli aspetti smisurati ed eccessivi di un paese, nelle feste o nel lutto, avevano bisogno di queste forme immense, portate all’esasperazione e al limite. Per questo nei miei dipinti appaiono i musicisti, le piccole feste di quartiere, la vita quotidiana e le donne impegnate nelle loro faccende, il tutto trasferito in una dimensione superlativa, di nostalgia e poesia per un mondo che si è trasformato radicalmente.

La mia pittura ha due fonti primordiali: da una parte ci sono le mie idee estetiche, dall’altra il mondo latinoamericano nel quale sono cresciuto. Penso inoltre che la sensualità sia la fonte principale del piacere e costituisca il contributo dell’artista alla realtà. Ho provato a vedere le immagini della mia infanzia, i paesini della Colombia, la loro gente, i loro generali e vescovi… attraverso il prisma dei miei principi artistici, e questo è ciò che fa uno stile.

In conclusione, il suo stile è realista?

Qualsiasi artista altera o deforma la natura. Nessuno copia la realtà così come la vede. Nemmeno gli artisti realisti riproducono le cose esattamente come sono. Il realismo non è la stessa cosa della realtà. È semplicemente un altro tipo di stile. Il proposito del mio stile è esaltare i volumi, non solo perché questo amplia l’area nella quale posso mettere il colore, ma anche perché così posso comunicare la sensualità, l’esuberanza e l’abbondanza della forma che sto cercando.

Arcivescovi morti, vescovi e monsignori, nunzi e monache. Che peso ha la religione nella sua pittura?

Del clero, nei miei dipinti satirici, m’interessavano di più le buffe vesti e le situazioni improbabili in cui li mettevo: cardinali smarriti in un bosco o arcivescovi che fanno il bagno in un fiume, per esempio. Ovviamente con tutte le tonalità dei loro ornamenti. La mia famiglia non era religiosa e neanche io lo sono; queste tematiche le vedo da un punto di vista strettamente pittorico.

Lei è un fervente studioso di storia dell’arte. Oltre ai musei, quali libri l’hanno segnata e tiene più vicini?

Sul comodino tengo testi che hanno a che vedere con l’arte: il Diario di Delacroix, le lettere di Ingres, il Piero della Francesca di Longhi. Tutte opere che parlano concretamente della pittura. Ci sono tanti libri d’arte che ti raccontano le vite noiose delle donne ritratte…

Lei lavora sempre avendo in mente una serie: le Monna Lise, La corrida, Abu Ghraib o Il circo?

A volte mi interessa un tema, come nel caso della tortura nel carcere di Abu Ghraib, o il circo o la corrida, e posso trascorrere molti mesi cercando di dire tutto quello che riesco su quel tema. A un certo punto, si sente un vuoto e si torna a temi più tradizionali della pittura, come la natura morta o il nudo femminile.

Esaltare la vita con la sensualità della forma ed esasperare i volumi. Come riesce a ottenere che questi propositi estremi conservino un’indubbia armonia?

Nell’arte si crea uno squilibrio che bisogna aggiustare. Con uno stile coerente si ottiene la naturalezza della deformazione.

Si può parlare ancora della dismisura come di una caratteristica dell’America Latina?

C’è dismisura in Michelangelo, Giotto, Paolo Uccello o Piero della Francesca. Vicino a loro, tutto è timido e misurato.

Nel luogo in cui si trova deve sempre esserci uno studio. Influisce molto l’atmosfera della città o conta solamente il dialogo con la tela?

L’influenza della città è innegabile. Il posto dove si lavora e specialmente le stagioni hanno una grande influenza sulla creazione. Quando stai lavorando non te ne rendi conto, ma mesi dopo guardi il lavoro, e percepisci il luogo e la temperatura. Tutti i posti vanno bene, ma ogni cosa possiede un suo momento. Ovviamente l’estate in Italia è fantastica perché c’è il mare, e il clima è buono. Tuttavia in inverno non mi piacerebbe vivere lì. Invece, per esempio, New York in autunno è stupenda; o Parigi in aprile, o Montecarlo a gennaio, perché non c’è nessuno. In Colombia ci sono tutti i climi e le luci, dalla luce e il clima violento delle zone costiere fino alla luce filtrata e al clima temperato dell’altipiano dove sorge Bogotá, la capitale. Il clima sarebbe comparabile a una primavera permanente, ma i miei quadri non si basano mai sulla contemplazione diretta del paesaggio o della gente. Nascono nella mia esperienza con la pittura…

Corot e Pissarro, Renoir e Monet, Toulouse-Lautrec e Degas, Picasso e Matisse, Kokoschka, Bonnard e Balthus, Chagall e Braque, Léger e Max Ernst, Giacometti e Miró, Klimt e Giorgio de Chirico, Matta e Lam, De Kooning, Henry Moore, Francis Bacon e Rufino Tamayo, Calder e Rauschenberg sono alcuni degli artisti di cui lei ha donato opere alla Colombia. Come ha vissuto queste donazioni?

Quando si è artisti si agisce sull’assoluto. Per orientarsi nel grande labirinto che è la creazione, bisogna essere molto rigorosi e poco generosi. Non bisogna cambiare d’opinione, perché la creazione richiede coerenza e una disciplina di pensiero molto grandi. Il collezionista colleziona ciò che riesce ad acquisire. Nella mia collezione immaginaria ci sarebbero un Vermeer, un Velázquez, un Piero della Francesca, un Rembrandt e tutti i primitivi italiani, solo che non ci sono loro opere disponibili nel mercato, né denaro sufficiente per comprarle. Ma ciò che ho donato, molto orientato verso il figurativo, che è il mio campo d’azione nell’arte, l’ho integrato con opere di pittori astratti famosissimi per mostrare un panorama più completo dell’arte del XX secolo. Vorrei che, in qualche modo, si potesse vedere in Colombia una pittura della quale, quando io iniziai, non esisteva nessun esemplare originale nel paese. Il piacere che mi dà è così grande che francamente la donazione mi ha procurato solo soddisfazioni.

Sapere che migliaia di persone, a Medellín come a Bogotá, possono vedere costantemente queste mostre è un piacere molto più grande del piacere egoista di tenere queste opere nel mio appartamento per sedermi da solo su una sedia a guardarle.

Márquez e Botero

di Francesco Varanini

Come in certe pagine di Márquez – forse le migliori – nei quadri di Fernando Botero, colombiano come Márquez, suo coetaneo, vediamo solo forme cristalline, ricche di colori.

I personaggi e gli sfondi sono gli stessi. Alberi enormi, contorti; animali mai visti; strade selciate di città della sierra, strette e grigie, ma con fiori sui davanzali; uomini e donne che a noi paiono irresistibilmente patetici nei loro vestiti colorati, riccioli e collane e anelli, uniformi coperte di medaglie.

Ma nelle pagine di Márquez questi generali, questi colonnelli, che pure hanno perso tutte le loro guerre, non mancano mai di esprimersi con una ridicola determinazione. Queste donne che hanno molto vissuto hanno sempre un ruolo: femmine lussuriose, madri protettive, figlie malate.

L’autore ci parla dei suoi personaggi senza ironia, senza lasciarsi andare. Si sforza di controllare la situazione; ha paura dei silenzi. Mentre Botero, di fronte a suoi modelli, sembra giocare e dormire. Nel candore dignitoso degli sguardi, nella diafana trasparenza dei corpi obesi, si leggono segreti che non possono essere svelati. Un artista rispettoso ha chiesto loro di mettersi in posa. Loro, per educazione, per bontà d’animo, hanno accettato.

Perciò i quadri di Botero appaiono inadatti a illustrare i romanzi di Márquez. Troppo misteriosi. Troppo lontani dalla ovvietà rassicurante di un esotismo di maniera.

[L’edizione commentata di Cien años de soledad apparsa nel 1996 nella collana Letras Hispánicas reca in copertina la statuina di un generale di Botero. La scelta iconografica appare fredda, fuori luogo. Quel militare impacciato non può essere il colonnello Buendía.]

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