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«C’è una storia? Se una storia c’è, inizia tre anni fa», un estratto da Respirazione artificiale

Ricardo Piglia Autori, SUR Lascia un commento

Vi proponiamo un estratto da Respirazione artificiale di Ricardo Piglia, narratore, sceneggiatore e critico letterario argentino, opera che nel 1980 ha portato lo scrittore al riconoscimento internazionale. Dell’autore SUR ha pubblicato anche La città assente e L’invasione. Buona lettura.

di Ricardo Piglia
traduzione di Gianni Guadalupi

C’è una storia? Se una storia c’è, inizia tre anni fa. Nell’aprile 1976, quando viene pubblicato il mio primo libro, lui mi manda una lettera. E con la lettera una fotografia in cui mi tiene in braccio: nudo, sto sorridendo, ho tre mesi e sembro una rana. Lui invece è riuscito benissimo in quella foto: abito spigato, cappello dalla tesa sottile, sorriso affabile: un uomo di trent’anni che guarda il mondo in faccia. Sullo sfondo, nebulosa e quasi sfocata, appare mia madre, talmente giovane che di primo acchito faticai a riconoscerla.

La foto è del 1941; sul retro lui aveva scritto la data, e poi, come se volesse orientarmi, aveva copiato le due righe della poesia inglese che ora serve da epigrafe a questo racconto.

Non vi furono altre tragedie nella storia della mia famiglia; nessun altro eroe degno di memoria. In segreto circolavano varie versioni, confuse, congetturali. Sposato con una donna ricca, una donna che portava l’incredibile nome di Esperancita e della quale si diceva fosse debole di cuore e dormisse sempre con la luce accesa e nei momenti di malinconia pregasse ad alta voce affinché Dio potesse sentirla, il fratello di mia madre era scomparso sei mesi dopo le nozze, portandosi via tutto il denaro della sua signora moglie per andare a vivere con una ballerina di cabaret il cui nome di battaglia era Coca. Con perfetta calma, senza perdere la sua gelida cortesia, Esperancita denunciò il furto, mobilitò influenze, fino a ottenere che la polizia lo scovasse qualche mese dopo: viveva alla grande e con un nome falso in un albergo di Río Hondo.

Ricordo i ritagli dei giornali che parlarono del caso, nascosti in un cassetto più o meno segreto dell’armadio, lo stesso in cui mio padre teneva Fisiologia delle passioni e meccanica sessuale del professor T.H. Van de Velde, autore del Matrimonio perfetto, e il libro di Engels sull’Origine della famiglia, della proprietà privata e dello Stato, insieme a lettere, carte e documenti vari, tra cui il mio certificato di nascita. Dopo complicate operazioni che occupavano le sieste della mia infanzia, aprivo il cassetto e in segreto spiavo i segreti di quell’uomo del quale tutti, in casa, parlavano a bassa voce. Reo confesso, dice va, ricordo, uno dei titoli, che mi emozionò sempre, come se alludesse ad azioni eroiche e un po’ disperate. «Reo confesso», mi ripetevo, esaltandomi perché non capivo bene il significato delle parole ed ero convinto che reo vo lesse dire invincibile.

Il fratello di mia madre rimase in prigione per quasi tre anni. A partire da allora si sa poco di lui; da quel momento iniziano le congetture, le storie immaginate e tri sti sul suo destino e sulla sua vita stravagante; sembra che non abbia più voluto avere a che fare con la famiglia, né vedere nessuno, come per vendicarsi di un affronto ricevuto. Un giorno però la Coca si era presentata a casa nostra. Orgogliosa e distante, era venuta a portare parte del denaro, e la promessa che sarebbe stato restituito tutto. Io conosco le interpretazioni, i racconti di quell’incontro, e so che Esperancita chiamava figliola quella donna che poteva quasi essere sua madre, e che Coca usava un profumo che mio padre non poté mai dimenticare. «Voi», riferiscono che abbia detto prima di andarsene, «non saprete mai che tipo d’uomo è Marcelo»; e quando il racconto arrivava a questo punto, fatalmente e quasi involontariamente io mi ricordavo della storica frase di Hipólito Yrigoyen su Alvear dopo il colpo di stato del ’30, strana associazione di idee, motivata anche dal fatto che Esperancita era imparentata con il generale Uriburu.

A partire da allora e per tre anni Esperancita ricevette un assegno ogni due mesi, finché il debito fu saldato. A quel tempo risalgono i miei primi ricordi di lei, o piuttosto un’immagine che ho sempre ritenuto sia il mio primo ricordo: una donna bellissima, fragile, con un’espressione arrogante e disgustata, che si china verso di me mentre mia madre mi dice: «Da bravo, Emilio, cosa si dice alla zia Esperancita?» Le si diceva: «Grazie», a lei più che a nessun’altra. Emblema del rimorso familiare, era come un oggetto raro e troppo raffinato che ci faceva sentire tutti a disagio, goffi. Ricordo che ogni volta che veniva mia madre tirava fuori il vasellame di porcellana e usava certe tovaglie inamidate che scricchiolavano come fossero di carta. E lei veniva a farci visita, immancabilmente, una o due volte al mese, in genere la domenica o il giovedì, finché morì.

Il fratello di mia madre non venne a sapere che era morta. Scomparso senza lasciare tracce, secondo alcune versioni era ancora in carcere, secondo altre viveva in Colombia, sempre con la Coca. Certo è che non seppe mai che era morta, non seppe mai che quando Esperancita morì trovarono una lettera indirizzata a lui in cui lei confessava che era tutta una menzogna, che non era mai stata derubata, e parlava della giustizia e del castigo ma an che dell’amore, cosa strana trattandosi di chi si trattava.

Non potevo non essere attratto dall’aria faulkneriana di questa storia: il giovane dal brillante avvenire, che appena laureato in giurisprudenza pianta tutto e sparisce; l’odio della donna che finge un furto e lo manda in carcere senza che lui si difenda o si prenda la briga di svelare l’inganno. E io avevo scritto un romanzo su quella storia, usando il tono di Palme selvagge, o meglio: usando i toni che assume Faulkner tradotto da Borges, e così il racconto somigliava involontariamente a una versione più o meno parodistica di Onetti. Nessuno di noi, noi che ci trovammo lì la sera in cui si intravide finalmente, nella intristita penombra che seguì il pomeriggio del funerale, il segreto di quella vendetta covata per anni, nessuno di noi poté evitare di pensare che assisteva alla più perfetta forma dell’amore che un uomo potesse tributare a una donna; devoto patto del quale sembra difficile prevedere il carattere o le conseguenze delle ferite inflitte, ma non l’intenzione e la desiderata beatitudine. Così iniziava il romanzo, e così proseguiva per altre duecento pagine. Per evitare il folclorismo e lo stile colloquiale che imperversavano allora nelle patrie lettere, io ero finito, per così dire, nella merda. Fra i saldi delle librerie di Avenida Corrientes si trova ancora qualche copia del romanzo, e oggi l’unica cosa che mi piaccia di quel libro è il titolo (La prolissità del reale) e l’effetto che produsse sull’uomo al quale, involontariamente, era dedicato.

Strano effetto, è il caso di dire. Il romanzo uscì in aprile. Qualche tempo dopo ricevevo la prima lettera.

Prime rettifiche, lezioni pratiche (diceva la lettera). Nessuno ha mai fatto buona letteratura con storie familiari. Regola d’oro per gli scrittori debuttanti: se l’immaginazione scarseggia, occorre essere fedeli ai particolari. I particolari: la scema della mia prima moglie, labbra arricciate, le si vedevano le vene sotto la pelle traslucida. Pessimo segno: pelle trasparente, donna vitrea, me ne resi conto troppo tardi. Un’altra cosa: chi le ha parlato del mio viaggio in Colombia? Ho i miei sospetti. Quanto a me: ho perso ogni scrupolo per ciò che riguarda la mia vita, ma suppongo che debbano esistere altri argomenti più istruttivi. Per esempio: le invasioni inglesi; Popham, un gentiluomo irlandese al servizio della regina. Let not the land once proud of him insult him now. Il commodoro Popham stregato dall’argento dell’Alto Perù o i contadini impauriti che si danno alla fuga nelle campagne di Perdriel. Prima sconfitta delle patrie armi. Bisogna fare la storia delle sconfitte. Nessuno deve mentire in punto di morte. È tutto falso, figliolo. Ho dilapidato tutto l’argento dell’Alto Perù, e se lei dice che non è vero è perché tenta di spossessarmi dell’unica azione dignitosa della mia vita. Solo coloro che possiedono denaro lo disprezzano; o lo confondono con i cattivi sentimenti. Erano un milione seicentomila e rotti, pesos del 1942, risultato di varie eredità e della vendita di alcuni terreni a Bolívar (terreni che le feci vendere con sacrosanta intenzione, come lei rimprovera opportunamente, anche se non fui io a farle morire i parenti da cui ereditò). Volevo aprire un locale all’angolo tra Cangallo e Rodríguez Peña, ma mi hanno beccato prima. (Da dove salta fuori la storia di Río Hondo?) Le ho restituito i soldi con gli interessi: certo che la Coca venne a trovarvi, e a tua madre per poco non venne un colpo. Però non ti hanno raccontato che la Coca rispose Vaffanculo la prima volta che Esperancita la chiamò Figliola, e a Esperancita dovettero dare i sali. Se sono finito in prigione e sui giornali è stato perché sono radicale, seguace di don Amadeo Sabattini, e allora volevano farci fuori tutti perché c’erano in vista le elezioni del ’43, che poi finirono con il golpe di Rawson. (Neanche questo ti hanno raccontato?) Noi radicali eravamo disorientati, ormai senza gli impeti degli anni eroici, quando difendevamo a fucilate l’onore nazionale e ci facevamo ammazzare per la Causa. E dunque, nel testamento mi perdona? Non vedi che è pazza, ha sempre cacato in piedi, mi risulta, perché qualcuno le aveva detto che era più elegante. In punto di morte dice che non l’ho derubata. Tanto misteriosa è l’oligarchia, e queste sono le figlie che genera. Gracili, spettrali, inevitabilmente sconfitte. Non si deve permettere che ci cambino il passato. Fate che il paese dianzi orgoglioso di lui non lo insulti adesso, diceva Popham. La Coca è andata a stare per suo conto in Uruguay, nel dipartimento di Salto. Ogni tanto mi arrivano sue notizie, e se sono venuto ad abitare in questo posto è stato per essere vicino a quella donna, per averla dall’altra parte del fiume. Non si degna di ricevermi perché è altera e volgare, perché è vecchia. Mi alzo all’alba; a quell’ora si vede ancora la luce dei fanali, sull’altra sponda. Insegno storia argentina al Colegio Nacional, e la sera vado a giocare a scacchi al Club Social. C’è un polacco che è un asso, era solito giocare con il principe Alechin e con James Joyce a Zurigo, e uno dei sogni della mia vita è di impattare una partita con lui. Quando è ubriaco canta e parla in polacco; annota i suoi pensieri su un quaderno e si dice discepolo di Wittgenstein. Gli ho dato da leggere il tuo romanzo; l’ha letto attentamente, senza sospettare che il tipo di cui si narrano sudici sogni sono io. Ha promesso di scrivere una recensione per El Telégrafo, giornale locale. Ha già pubblicato diversi pezzi sugli scacchi e anche qualche estratto del quaderno in cui annota le sue idee. La sua aspirazione è di scrivere un libro interamente composto di citazioni. Non molto diverso è il tuo romanzo, scritto a partire dai racconti familiari; a volte mi sembra di sentire la voce di tua madre; che tu abbia saputo mascherarla sotto quello stile enfatico è anche una prova di delicatezza. Le distorsioni, in ogni caso, derivano da lì. Devo chiederti, d’altro canto, la massima discrezione sulla mia situazione attuale. Massima discrezione. Ho i miei sospetti: in questo sono come tutti. Comunque, ti dico, attualmente non ho vita privata. Sono un ex avvocato che insegna storia argentina a giovani increduli, figli di commercianti e contadini del paese. È un lavoro salutare: niente di meglio che stare a contatto con la gioventù per imparare a invecchiare. Bisogna evitare l’introspezione, raccomando ai miei giovani allievi, e gli insegno quello che ho definito lo sguardo storico. Siamo una foglia che galleggia su questo fiume, e bisogna saper guardare ciò che viene come se fosse già passato. Non ci sarà mai un Proust fra gli storici, il che mi dà sollievo e dovrebbe servirti di lezione. Puoi scrivermi, per adesso, al Club Social, Concordia, Entre Ríos. Ti saluta il professor Marcelo Maggi Popham. Educatore. Radicale seguace di Sabattini. Gentiluomo irlandese al servizio della regina. L’uomo che in vita amava Parnell, l’hai letto? Era un tipo sprezzante ma parlava dodici lingue. Si pose un solo problema: come narrare i fatti reali?

Post scriptum. Naturalmente dobbiamo parlare. Esistono altre versioni che dovrai conoscere. Spero che tu venga a trovarmi. Io non mi muovo quasi più, sono ingrassato troppo. La storia è l’unico luogo dove riesco ad alleviare il peso di questo incubo da cui tento di risvegliarmi.

Questa fu la prima lettera, e così inizia veramente questa storia.

Quasi un anno dopo stavo andando da lui, morto di sonno nel vagone sconquassato di un treno che proseguiva per il Paraguay. Certi tipi che giocavano a carte su una valigia di cartone mi offrirono un sorso di gin. Per me era come avanzare verso il passato, e al termine di quel viaggio capii fino a che punto Maggi aveva previsto ogni cosa. Ma questo accadde dopo, quando tutto finì; prima ricevetti la lettera e la fotografia e cominciammo a scriverci.

© Ricardo Piglia, 1980. Tutti i diritti riservati.

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