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Tradurre i classici.
Conversazione con Lydia Davis

Ilan Stavans e Regina Galasso BIGSUR, Interviste, Traduzione Lascia un commento

Questo pezzo è uscito originariamente su Words Without Borders, che ringraziamo.

di Ilan Stavans e Regina Galasso
traduzione di Giuliano Velli

Nella primavera del 2016, come co-docenti del corso Translating the Classics abbiamo condotto, insieme ai nostri otto studenti, un’intervista via email a Lydia Davis, acclamata autrice di racconti, raccolti in libri come Can’t and Won’t (2014), Varieties of Disturbance (2007; edizione italiana: Creature nel giardino, BUR 2011) e Break It Down (1986; edizione italiana: Pezzo a pezzo, minimum fax 2004), nonché traduttrice di La strada di Swann di Proust (2003), Madame Bovary di Flaubert (2010) e altri classici della letteratura francese. Il corso era incentrato sulla traduzione di classici come Don Chisciotte di Cervantes, Delitto e castigo di Dostoevskij, La metamorfosi di Kafka e, anche, la traduzione intralinguistica del Macbeth di Shakespeare. Abbiamo parlato con Lydia Davis delle sue strategie traduttive.

Annoiarsi traducendo un classico è un peccato?

Lydia Davis (LD): Ammetto che mentre traducevo Proust a volte mi annoiavo, ma forse quella che sentivo non era esattamente noia ma un repentino: Non di nuovo, non più, non la stessa cosa di eri anche oggi! Ma quando fai un lavoro lungo è inevitabile. La strada di Swann è un libro lungo, e sono felice di dire che ho avuto quella sensazione solo occasionalmente. Penso che se mentre si traduce ci si annoia spesso, che si lavori o meno a un classico, vuol dire che non bisognerebbe farlo. Non è peccato, è solo un segno: che si è scelta la professione sbagliata.

Secondo te bisogna correggere gli errori del testo originale?

LD: Alcuni traduttori lo fanno. In Proust errori se ne trovano; adesso non ricordo i particolari, ma c’è un punto in cui parla di quattro amici partiti insieme per un viaggio in Italia, poi in un altro punto dice che sono tre. Ma credo sia molto importante, per quanto forte possa essere la tentazione, non alterare in quel modo il contenuto dell’originale. Uno dei doveri di un traduttore è quello di provare a ricreare qualcosa che si avvicini all’esperienza che il lettore nativo fa del testo. Errori inclusi… ci terrei, tuttavia a spendere due parole sull’errore in una nota.

Ci sono dei momenti specifici in Madame Bovary in cui ti è capitato di pensare che la tua traduzione ha introdotto un significato o una musicalità che non era presente nel testo originale?

LD: Sul significato non saprei dire, ma senza dubbio nella mia traduzione ci sono passaggi che introducono una musicalità che nel testo originale non esisteva. Non è intenzionale da parte mia, o per lo meno lo è raramente. Credo però che in una traduzione si possa operare una specie di equivalenza, e laddove in un passaggio rispetto all’originale si perde in musicalità, si può compensare introducendola in un altro brano dove originariamente non c’era. Non tutti i testi, tuttavia, sono concepiti per essere musicali.

Il motivo per cui dico che «sul significato non saprei dire» è in parte che il significato è qualcosa di molto elusivo e parzialmente dipendente dall’interpretazione del lettore; c’è anche da dire che, mentre traduco, non penso sempre, magari nemmeno spesso, al significato di per sé. Confido – e sembra funzionare – che se sono fedele a ciò che capisco mentre leggo l’originale, il «significato» e tutto il resto – umorismo, ironia, pathos e così via – verranno fuori. Cerco di mantenere l’atto traduttivo il più semplice possibile. (Questo, a proposito, è valido per la traduzione di prosa – la traduzione della poesia è tutt’altra cosa.)

Un traduttore ha bisogno di dominare tanto la cultura della lingua di arrivo che quella della lingua di partenza?

LD: Con «dominare» intendi «padroneggiare»? O ancora meglio: «averne una comprensione profonda e scrupolosa»? Voglio chiarire, perché l’atteggiamento di chi scrive, traduttori compresi, tanto nei confronti della propria cultura che di quella del testo di partenza, dovrebbe essere più quella di un esploratore che di un dominatore. Si cerca sempre di imparare. Si acquisisce un po’ di conoscenza, ma non si impara mai tutto: questo è vero di qualsiasi cultura in cui si lavora o vive.

Per rispondere più semplicemente: partiamo dal presupposto che il traduttore abbia un’ottima e approfondita conoscenza della sua cultura. A questo punto la domanda diventa: quanto dev’essere approfondita la sua conoscenza dell’altra cultura? Traducendo Madame Bovary ho scoperto che buona parte del testo era comprensibile, e traducibile, anche senza una conoscenza approfondita di quella che era la cultura francese del diciannovesimo secolo in un paese di provincia. Certi comportamenti umani sembrano essere sufficientemente universali, o quanto meno comuni nelle civiltà occidentali degli ultimi due secoli. (Dovrei stare in guardia dalle generalizzazioni – ci sono sempre delle eccezioni!) Altri costumi, consuetudini ed espressioni invece, non sono altrettanto familiari per noi che viviamo nel ventunesimo secolo. Tuttavia, tradurre come faccio io, restando fedele all’originale – anche nel caso di espressioni come «mettere paglia negli stivali» o «altri cani da bastonare» (giusto? È così che dice Homais al mendicante?) – invece di cercare le espressioni inglesi equivalenti, le consuetudini, i costumi e anche il modo di pensare dei tempi di Flaubert emergono piuttosto bene. Ma potrei tradurre accuratamente gli oggetti che si trovano sul caminetto di Emma anche se ignorassi il significato del suo gusto per l’arredamento. Saperlo sarebbe utile, anche se, in questo caso, non influirebbe sulla mia traduzione. Per Flaubert, chiaramente, quello che Emma teneva sul caminetto indicava il suo seguire pedissequamente la moda del momento, la sua aspirazione alla ricercatezza borghese. I lettori del tempo lo avrebbero capito. Consulto molti libri, imparo quel che posso, scrivo molte note per aiutare i lettori, ma non sento di dover diventare una studiosa della cultura di cui, o all’interno della quale, Flaubert scriveva. (Questa era lunga! Terza tazza di caffè!)

Abbiamo notato come in Madame Bovary tendi a mantenere le parole che si riferiscono all’estrazione e alla posizione sociale nella forma francese originale (per esempio marquise, vicomte, curé) ma cerchi equivalenti inglesi per il cibo, sebbene anche questo si può considerare culturalmente specifico. Questo tipo di distinzione è un sistema che applicheresti a qualsiasi traduzione di prosa, o è una scelta dettata dal contenuto del testo?

LD: Non mi sono mai chiesta se ho una regola generale per questo tipo di scelta, probabilmente perché non ce l’ho. O meglio la regola generale è: quando tradurre una parola francese produrrebbe un equivalente ingannevole, come nel caso dei titoli nobiliari che citi, dato che un duca non è lo stesso di un duc, o per lo meno in inglese ha connotazioni diverse, allora non la traduco. (A questo proposito, i traduttori del Proust della Penguin erano in disaccordo sul fatto di tradurre o no curé, ma la mia sensazione è che la figura francese del curé abbia connotazioni abbastanza specifiche e non vorrei che traducendo la parola queste si perdessero.) Per quanto riguarda i cibi, in questo momento non mi vengono in mente esempi concreti, ma lo stesso ragionamento si può applicare tranquillamente anche in questo caso. Tuttavia bisogna fare attenzione a non riempire la traduzione di parole lasciate nella lingua di partenza.

C’è stato un momento determinante per te quando eri una giovane aspirante traduttrice? Qual è stata la tua prima traduzione?

LD: Ho tradotto delle poesie di Blaise Cendrars per una rivista letteraria di un’università, su richiesta di un amico che stava mettendo insieme una piccola antologia di poesia francese. Ma il pensiero di fare la traduttrice mi era passato per la testa già alle superiori (così come quello di fare la scrittrice: è un’idea che ho avuto prestissimo). Quando lavoravo alla mia prima traduzione di un libro, La sentenza di morte di Maurice Blanchot, che ho cominciato a vent’anni, non avevo l’aspirazione di diventare una grande traduttrice, ad esempio, o di intraprendere quella carriera. Mi divertivo semplicemente a farlo: il libro mi piaceva e ne ero ammirata (è una specie di storia d’amore, che parla di una donna morente che viene richiamata per un istante alla vita dall’amore del narratore); mi attirava quel tipo di attività di scrittura che è la traduzione. Volevo che la mia traduzione fosse perfetta.

Sei mai soddisfatta delle tue traduzioni? Consideri compiuta la tua traduzione di Madame Bovary? Una traduzione è effettivamente compiuta nel momento in cui l’editore la legge?

LD: Posso avere la sensazione che realisticamente non posso fare di più nel tempo previsto per la consegna e la pubblicazione. Non mando una traduzione all’editore finché non penso che sia buona, o almeno al meglio delle mie possibilità. Ci saranno sempre, tuttavia, dei brani della traduzione che, anche dopo averci lavorato a lungo, non mi soddisfano. Ma tradurre richiede spesso compromessi. Nel caso della traduzione di Proust, ho apportato modifiche all’edizione americana (era stata pubblicata prima in Inghilterra) e poi ancora a quella del tascabile americano: migliaia di piccole modifiche sparse nell’arco di migliaia di pagine. Dopo la pubblicazione, ho trovato altre piccole cose che avrei voluto cambiare. Ma ci dev’essere un momento in cui ti fermi, a meno che la traduzione «perfetta» di un libro non diventi il lavoro di una vita. (E, in alcuni casi, può e deve diventarlo.)

I grandi autori hanno un «qualcosa», uno stile peculiare che li contraddistingue. Anche i traduttori hanno una simile cifra stilistica?

LD: In teoria no – o almeno, teoricamente, un traduttore non dovrebbe avere una cifra stilistica riconoscibile. Altrimenti potrebbe imporla sull’originale, a prescindere dallo stile di questo. Un traduttore dovrebbe infilarsi nella pelle dell’autore originale (lo so, suona grottesco…) e diventare l’autore, in una certa misura, farsi trasparente, perdersi, e lasciarsi alle spalle il proprio stile. Ma ho realizzato che, inevitabilmente, ogni scrittore– e, ripeto, un traduttore è uno scrittore – ha il suo approccio alla scrittura, non soltanto ha uno stile ma anche un vocabolario preferito. Lo stile della traduzione sarà, si spera, determinato dallo stile dell’originale, ma dato che per ogni parola francese esistono una serie di equivalenti inglesi, possiamo scegliere il «nostro» tipo di parola piuttosto che un altro.

Pensi che si abusi della scelta di lasciare parole nella lingua di partenza? E quando le parole sono lasciate nella lingua di partenza, pensi che dovrebbero essere messe in corsivo?

LD: Alcune parole straniere sono evidentemente diventate parte del lessico inglese, parole come apropos, prix fixe e così via. Altre parole, come vicomte, possono restare in francese senza essere messe in corsivo. Lo stesso vale per curé. Altre, quando sono inusuali, inconsuete, dovrebbero essere messe in corsivo. Le norme redazionali degli editori, di fatto, indicano come comportarsi in questi casi. Non dovrebbero esserci troppe parole in corsivo – non dovrebbero saturare il testo – ma penso che ai lettori anglofoni non disturbi incontrare e decifrare una parola straniera di quando in quando. E prediligo le note lunghe a fine testo (niente rimandi di nota nel testo, però!).

Pensi che i traduttori dovrebbero essere invisibili?

LD: Sto rispondendo alle domande mano a mano senza leggere in anticipo (è anche il modo in cui traduco, una pagina alla volta, senza guardare troppo avanti), quindi ho già toccato la questione prima, e sì, penso che il traduttore deve essere più o meno invisibile, fatta eccezione per la possibilità di esprimersi con le note alla fine del libro, o di parlare direttamente al lettore in una postfazione o in una nota sulla traduzione del testo. Sono contraria anche alla pratica di includere una dedica nelle prime pagine, penso sia un’intrusione sgradita e immotivata del traduttore tra il lettore e l’opera originale.

Accetteresti il miglioramento della tua traduzione da parte di un altro traduttore tra, diciamo, un paio di decenni? Un aggiornamento della tua traduzione al posto della realizzazione di una nuova?

LD: In teoria sarebbe ipocrita da parte mia non essere d’accordo, dato che spesso ho avuto il desiderio di «migliorare» la traduzione di qualcun altro – e non parlo di una vecchia ma di traduzioni contemporanee! In altre parole, il traduttore originale presumibilmente ha fatto il più del lavoro, e diciamo che ha fatto un buon lavoro, ma sono rimaste alcune inesattezze e infelicità stilistiche che potrebbero essere corrette. Qui le cose si fanno di sicuro un po’ più complicate: le inesattezze sono una cosa, ma le infelicità stilistiche potrebbero essere una questione soggettiva, ed è possibile che chi si propone di migliorare la traduzione creda di avere un senso dello stile migliore del traduttore originale, ma in realtà non sia così. Di fatto, mi viene in mente che i due revisori del Proust di Scott Moncrieff non sempre ne hanno migliorato la traduzione. Anzi, hanno introdotto delle pesantezze nella scrittura e almeno un errore grammaticale, cosa che mi ha fatto indignare in vece di Scott Moncrieff. Quindi, chi si propone di migliorare una traduzione dovrebbe fornire delle note scrupolose sui cambiamenti che vi ha apportato. E si spera che la traduzione originale possa rimanere a disposizione dei lettori.

C’è differenza tra la traduzione di un classico e una traduzione classica, quelle traduzioni tanto buone da resistere alla prova del tempo?

LD: Sì. Esistono più di venti traduzioni di Madame Bovary, ma non ne considero nessuna classica. Molte non sono affatto buone. (Mentre lavoravo alla mia ne ho esaminate tredici). Altre sono buone sotto certi aspetti ma non lo sono per altri. La traduzione di Francis Steegmuller viene considerata un classico, perché è un buon esercizio di scrittura, vivace, ma a volte si allontana molto dall’originale: la si può definire un classico? La traduzione di Proust di Scott Moncrieff è certamente chiamata e considerata un classico, e credo che in una certa misura lo meriti, dal momento che è un monumentale lavoro di passione, veramente magistrale se si accetta un certo tipo di stile e di approccio alla traduzione (più libero di quanto io mi permetterei di essere, per dire). È un classico, ma lo consiglierei soltanto con riserva. La poesia di Keats «On First Looking into Chapman’s Homer» è un omaggio a una traduzione classica.

© Ilan Stavans e Regina Galasso, 2016. Tutti i diritti riservati.

Ilan Stavans, editore di Restless Books e autore, tra gli altri, di Quixote: The Novel and the World (2015), insegna Cultura latinoamericana all’Amherst College. Regina Galasso è ricercatrice di lingua spagnola presso l’Università del Massachusetts a Amherst.

 

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