J.-C.-Onetti

Introduzione all'edizione italiana de I sette pazzi, di Roberto Arlt

redazione Juan Carlos Onetti, Roberto Arlt, SUR 3 Commenti

In attesa dell’imminente uscita per le edizioni Sur de Il cantiere, di Juan Carlos Onetti nella nuova traduzione di Ilide Carmignani, presentiamo oggi un testo dell’autore che fu pubblicato per la prima volta in italiano come introduzione a I sette pazzi di Roberto Arlt (tr. Luigi Pellisari, Bompiani 1971).

di Juan Carlos Onetti
traduzione di Violetta Colonnelli

Voglio chiarire fin da subito che queste pagine sono state scritte, misteriosamente, perché l’editore e l’autore si sono trovati d’accordo sul loro tono. Non potrei introdurre questo romanzo di Arlt emettendo giudizi letterari, psicologici, sociologici; non potrei nemmeno abbandonarmi a facili sentimentalismi su, per esempio, il grande scrittore scomparso prematuramente.

Non potrei farlo a causa di gusti e incapacità personali; ma, soprattutto, immagino e conosco la sonora risata che una cosa del genere strapperebbe a Roberto Arlt. Sento la sua risata irriverente, ripetuta negli ultimi anni per colpa di esegeti e neoscopritori.

Non ho riletto Roberto Arlt per questo motivo, anche se l’ avvertenza è di troppo perché lo conosco a memoria, tanti sono gli anni passati incessanti a leggerlo. Non ho neanche voluto dare un’occhiata a ciò che si è pubblicato su di lui e che ho nella mia libreria: ho creduto più opportuno un incontro faccia a faccia, senza mentire né tollerare i suoi trucchi. Credo sia un’indiscutibile manifestazione d’amicizia, ammesso che Roberto Arlt abbia mai avuto un amico. Aveva altro a cui pensare. Di conseguenza intendo chiedere scusa per date sbagliate, aneddoti ignorati, o forse già raccontati.

A quel tempo, intorno al ’34, a Montevideo, io soffrivo un celibato o una vedovanza in parte involontari. Ero tornato dalla mia prima spedizione a Buenos Aires fallito e povero. Ma non mi importava troppo perché avevo venticinque anni, ero austero e casto per un patto d’amore e, sopratutto, perché stavo scrivendo un romanzo “geniale” che battezzai Tiempo de abrazar e che non arrivò mai alla pubblicazione, forse perché brutto, o magari, semplicemente, perché lo persi in qualche trasloco. Avevo altre cose oltre al romanzo, proprie di quell’età; fra cui un amico, Italo Constantini, che viveva a Buenos Aires e allora giocava a fare lo Stavrogin.

Tra il 1930 e il 1934 avevo letto, a Buenos Aires, i romanzi di Arlt – Il giocattolo rabbioso, I sette pazzi, I lanciafiamme, e alcuni dei suoi racconti – ma a dare allo scrittore una popolarità incomparabile fu la sua rubrica, Aguafuertes porteñas, pubblicata settimanalmente nel quotidiano El Mundo.

Le Aguafuertes uscivano inizialmente tutti i martedì, e per il giornale fu un successo esagerato. Il direttore, Muzzio Sáenz Peña, constatò molto presto che il martedì El Mundo vendeva quasi il doppio. Allora decise di depistare i lettori e pubblicare le Aguafuertes in qualsiasi giorno della settimana. Chi cercava Arlt non poteva far altro che comprare El Mundo tutti i giorni, così come si continua a scommettere sullo stesso numero della lotteria con la speranza di azzeccarlo.

Il trionfo giornalistico delle Aguafuertes è facile da spiegare. L’uomo comune, il piccolo e piccolissimo borghese delle strade di Buenos Aires, l’impiegato, il padrone di un vecchio negozietto, l’enorme percentuale di amareggiati e scettici potevano leggere i loro stessi pensieri, le loro tristezze e le pallide speranze, indovinate e pronunciate nel linguaggio di tutti i giorni; e ancora, il cinismo che loro nutrivano senza osare confessarlo; oltretutto, intuivano nebulosamente il talento di chi gli stava raccontando le loro stesse vite, con un sorriso canzonatorio che però aveva l’aria di essere complice.

A proposito di cinismo: il già citato Muzzio Sáenz Peña – al quale normalmente Arlt consegnava i suoi scritti perché correggesse gli errori ortografici – si allarmò perché lo scrittore aveva pubblicato degli articoli in alcune riviste di sinistra. Questa inquietudine, o capriccio, di Arlt preoccupava l’amministrazione del giornale, timorosa di perdere gli annunci della Ford, Shell, eccetera, e decisa a conservarli.

Muzzio chiamò Arlt e gli disse (non era una domanda):

– Hai idea del casino in cui mi stai mettendo?

– Per quessto? Non ti preoccupare, domani sistemo tutto.

(Jorge Luis Borges, il più importante tra gli scrittori argentini dell’epoca, in un’intervista recente ha detto che Roberto Arlt pronunciava lo spagnolo con un forte accento germanico o prussiano, ereditato dal padre. È vero che il padre era austriaco e un figlio di buona donna matricolato; ma io credo che la prosodia arltiana fosse la sublimazione della parlata porteña: lesinava le “s” finali e le moltiplicava a metà delle parole come un tributo allo spirito di equilibrio che non ebbe mai).

Il giorno successivo, dopo che Muzzio finì di correggere gli errori grammaticali, le Aguafuertes comunicarono una cosa di questo tipo: “Mi sono avvicinato ai problemi operai per curiosità. L’unica cosa che mi interessava era ottenere più materiale letterario e altri lettori”.

L’aneddoto non deve scandalizzare congiunti, amici e ammiratori. Il problema Arlt persona in questo aspetto è facile da comprendere. Arlt era un artista (mi sente e mi sfotte) e per lui niente era più importante della sua opera. Come è giusto che sia.

Torniamo adesso a Italo Constantini, a Tiempo de abrazar e a un altro periodo a Buenos Aires. Stufo di castità, nostalgia, e piani per uccidere un dittatore, cercai rifugio per tre giorni, a Pasqua, a casa di Italo (Kostia): ci rimasi tre anni.

Kostia, fra le persone che ho conosciuto personalmente, fino al limite dell’intimità che lui imponeva, è una delle più intelligenti e sensibili in questioni letterarie.

Purtroppo per lui lesse il mio romanzone in due giorni e il terzo mi disse dal letto – diversi grammi di cenere di Player’s Medium sul risvolto:

– Questo romanzo è buono. Bisogna pubblicarlo. Domani andiamo da Arlt.

Così seppi che Kostia era un vecchio amico di Arlt, che era cresciuto con lui a Flores, un quartiere di Buenos Aires, e che probabilmente aveva partecipato alle avventure iniziali de Il Giocattolo rabbioso.

Ma chi e com’era Arlt? Lo immaginai come un compadrito porteño, un bullo di Buenos Aires, definizione intraducibile che richiederebbe ore per essere spiegata, probabilmente senza successo.

Per il momento, alla vigilia di un colloquio che mi sembrava inverosimile, seppi che Kostia, almeno, conosceva molti dei protagonisti de I sette pazzi e I lanciafiamme. Naturalmente Erdosain restava invisibile, impalpabile, perché era il fantasma fatto personaggio dello stesso Arlt.

Sempre alla vigilia, cercavo di sondare il mio immediato futuro:

– Ma quello che scrivo io non ha niente a che vedere con ciò che fa Arlt. E se non gli piace? Con quale diritto gli imporrai di leggere il libro?

– È chiaro che non c’entra niente – sorrideva Kostia con dolcezza. – Arlt è un grande romanziere. Però odia quella che potremmo chiamare letteratura fra virgolette. E il tuo libriccino, se non altro, in questo senso è pulito. Non ti preoccupare – altri bicchieri di vino e il risvolto che paziente accettava la sua missione di posacenere –, la cosa più probabile è che ti mandi a cagare.

L’incontro a El Mundo alla fine si rivelò tanto indimenticabile quanto sconcertante. Artl aveva il privilegio, così raro in una redazione, di occupare un ufficio senza doverlo dividere con nessuno. Almeno in quel momento, alle quattro del pomeriggio. Salutò Kostia:

– Come te la passi, mascalzone?

E dopo le presentazioni Kostia pensò a divertirsi in silenzio e in disparte. L’originale del romanzo rimase sulla scrivania. Roberto Arlt si adeguò alla flemma del suo amico, mosse appena la testa per rifiutare una sigaretta delle mie. Avrà avuto trentacinque anni allora, una testa ben fatta, pallida ma sana, un ciuffo di capelli neri e ispidi sulla fronte, un’espressione di sfida che non era intenzionale, gli era stata imposta dall’infanzia e ormai non l’avrebbe mai più abbandonato.

Rimase a guardarmi, fermo, fino a collocarmi in uno dei suoi capricciosi casellari in una delle sue capricciose caselle personali. Compresi che sarebbe stato inutile, fastidioso, forse offensivo, parlare di ammirazione e rispetto a un uomo come quello, un uomo imprevedibile che sarebbe stato sempre “con la testa altrove”.

Finalmente disse:

– Cossì lei ha scritto un romanzo, Kosstia dice che è buono e io devo trovargli uno stampatore.

(A quei tempi a Buenos Aires praticamente non c’erano case editrici. Disgraziatamente. Oggi, altrettanto disgraziatamente ce ne sono troppe).

Arlt aprì il manoscritto con pigrizia e lesse frammenti di pagine, saltandone cinque, dieci. In questo modo la lettura fu molto rapida. Io pensavo: ci ho messo quasi un anno a scriverlo. Provavo solo stupore, l’assurda sensazione che la scena fosse stata predisposta.

Alla fine Arlt lasciò il manoscritto e si girò verso l’amico che fumava indolente seduto distante alla sua sinistra, quasi estraneo.

– Dimmi, Kosstia – chiese –  ho pubblicato qualche romanzo quesst’anno?

– Neanche uno. L’hai annunciato ma non se ne è fatto niente.

– È per le Aguafuertes, mi fanno diventare matto. Tutti i giorni qualcuno se ne esce con un soggetto geniale, mi assicura. E sono tutti amici del giornale e nessuno sa che i soggetti delle Aguafuertes mi cercano per strada, o nella pensioncina dove meno ti immagini. Allora, se sei sicuro che non ho pubblicato nessun libro quest’anno, quello che ho appena letto è il miglior romanzo scritto quest’anno a Buenos Aires. Dobbiamo pubblicarlo.

Aveva simulato l’amnesia così grossolanamente che la mia unica preoccupazione era di sparire.

– Ti avevo avvisato – disse Kostia.

– Sei come me, con i libri non ti sbagli mai. Per questo non ti faccio vedere gli originali, non voglio avere dubbi.

Sospirò, poggiò la mano aperta sopra il manoscritto e si ricordò di me.

– Certo, lei penserà che la sto prendendo in giro e avrà voglia di insultarmi. Ma non è così. Vede: quando ho abbastanza soldi per comprare libri, me ne vado in una libreria qualunque di calle Corrientes. E non devo fare altro che sfogliarlo, per essere sicuro che un romanzo è buono oppure no. Il suo è buono e adesso andiamo a bere qualcosa per festeggiare e divertirci a parlare dei colleghi.

Arlt entrò nel bar, tra Rivadavia e Río de Janeiro, all’angolo opposto dell’edificio di El Mundo. Era alto, e in quei giorni giocava a fare l’uomo atletico e in salute. Forse era lo stesso bar dove la moglie di Erdosain spiava il profilo immobile e melanconico del marito, attraverso i vetri sudici, sprofondato tra il fumo del tabacco e la macchina del caffè.

Parlammo di molte cose; quel pomeriggio, soprattutto, parlava lui. Sfilarono quasi tutti gli scrittori argentini contemporanei e Arlt li citava con precisione e risate che risuonavano strane in quel bar di quartiere, in quell’ora placida del pomeriggio.

– Ma guarda, un tipo che è capace di scrivere sul serio una frase del genere: e giù la frase e le risate. Ma le battute di Arlt non avevano niente a che fare con quelle prevedibili e rituali dei circoli e delle conventicole letterarie. Rideva con franchezza, perché gli sembrava assurdo che negli anni Trenta qualcuno potesse scrivere o continuare a scrivere usando temi e stili che erano accettabili a inizio secolo. Non attaccava nessuno per invidia; era sicuro di essere superiore e diverso, di muoversi su un altro livello.

Evocandolo ora, posso immaginare la sua risata di fronte alla trovata effimera del boom, di fronte a quelli che continuano a pagare, con sforzo evidente, il viaggio inutile e grottesco verso un tutto che finisce sempre in niente. Arlt, che era geniale solo quando raccontava di persone, situazioni e della coscienza del paradiso irraggiungibile.

In proposito ho un ricordo, per confondere o chiarire. Una volta ci disse e lo scrisse anche: “Quando in redazione – del giornale dove lavorava – compare un tizio con un manoscritto o mi chiedono di leggere un libro di uno sconosciuto che ha del talento, non procedo mai come i miei colleghi. Questi si spaventano e pongono al nuovo arrivato mille ostacoli (molto cortesi, molto rispettosi e ben educati). Io adotto un altro sistema. Mi impegno a fornire al nuovo genio ogni agevolazione perché possa pubblicare. Non fallisce mai: dopo un anno o due il tipo non ha più niente da dire. Ammutolisce e torna alle cose che erano la sua vita prima dell’avventura letteraria.

Visto che l’introduzione minaccia di essere più lunga del libro racconto due acquefortiarltiane:

1) Una mattina i suoi colleghi di lavoro lo trovarono in redazione (era un altro giornale, Crítica, dove Arlt si occupava della cronaca nera) con i piedi scalzi sul tavolo, in lacrime, i calzini rotti. Di fronte a lui c’era una rosa avvizzita in un bicchiere. Alle domande, alle ansie, rispose: “Ma non vedete il fiore? Non vi rendete conto che sta morendo?”.

Un’altra mattina le scarpe le aveva ma era mezzo morto, la ciocca di capelli sul viso, e si rifiutava di parlare. Aveva appena visto il cadavere di una ragazza, una domestica, che si era buttata di sotto dal quinto o settimo piano. Restò muto e scontroso per diversi giorni. Dopo scrisse la sua prima, e migliore, opera di teatro: Trescientos millones o una cifra simile, basata sulla presunta storia della ragazza morta.

2) A quel tempo, come ora, io vivevo appartato da quella coerente masturbazione che si chiama vita letteraria. Scrivevo e scrivo, e il resto non ha importanza. Una sera, per puro caso, mi unii ad Arlt e altri conoscenti in un bar. Il mostro, antonimo di sacro, ricordo, non beveva alcolici.

Sul tardi, in quattro o cinque ci risolvemmo a prendere un taxi per andare a mangiare. Tra noi c’era uno scrittore, anche lui drammaturgo, che battezziamo col nome di Pérez Encina. Durante il viaggio si parlò, ovviamente, di letteratura.

Arlt guardava in silenzio le luci della strada. Vicini alla nostra meta – una strada storta, una cantina che si fingeva italiana – Pérez Encina disse:

– Quando presentai al pubblico La casa vendida

Allora Arlt riemerse dall’ombra e cominciò a ridere e continuò a farlo fino a che il taxi si fermò e qualcuno pagò la corsa. Continuava a ridere appoggiato alla parete della cantina e, sospetto, tutti pensammo fosse stato colpito da un  prevedibile attacco di pazzia.

Finalmente esaurì le risate e disse pacato e serio:

– A te, Pérez Encina, nessuno ti da un attestato di intelligenza. In compenso sei il premio Nobel della memoria. Sei l’unica persona al mondo che si ricorda di La casa vendida!

La numerosa tribù dei manichei può scegliere tra i due aneddoti. Io credo nella sincerità dell’uno e dell’altro e non mi esprimo sulla persona di Roberto Arlt. Che, d’altra parte, mi interessa meno dei suoi libri.

A questo punto credo i ricordi siano abbastanza ed è, o sarebbe, necessario parlare del libro. Ma ho sempre pensato, d’altra parte, che i lettori, gli unici che importano veramente – e questo è dimostrabile –  non sono bambini che hanno bisogno di aiuto per attraversare le tenebre ed evitare le buche o arrivare al bagno. Sono sempre loro, i lettori, a dire l’ultima, definitiva parola dopo la verbosità critica che si appiccica alle prime edizioni.

Questo non è un saggio critico – sarei incapace di scriverne uno seriamente – ma un semplice ritratto, in realtà molto breve se lo paragono con quanto ricordo proprio adesso, questa notte di maggio in un posto che voi non conoscete e che si chiama Montevideo. Un ritratto di un tizio chiamato Roberto Arlt, destinato a scrivere.

E il destino, immagino, sa quello che fa. Perché quel pover’uomo si difese inventandosi calze indistruttibili, rose eterne, motori a superscoppio, gas per sterminare una città.

Ma fallì sempre, e probabilmente è da lì che in questo libro hanno fatto irruzione metafore industriali, chimiche, geometriche. Mi risulta che ebbe fede e che lavorò alle sue fantasie con serietà e metodo teutonici.

Ma era nato per scrivere le sue sventure infantili, adolescenziali, adulte. Lo ha fatto con rabbia e genio, due cose che non gli mancavano affatto.

Tutta Buenos Aires, almeno, lesse questo libro. Gli intellettuali interruppero i loro martini dry per scrollare le spalle e bofonchiare pietosamente che Arlt non sapeva scrivere. Non conosceva, è vero, e disdegnava la lingua dei baroni; ma dominava la lingua e i problemi di milioni di argentini, incapaci di commentarlo in articoli letterari, capaci di capirlo e sentirlo come un amico che accorre – burbero, silenzioso o cinico – nel momento della disperazione.

Arlt nacque e sopportò l’infanzia su quella soglia che gli statistici di tutti i governi di questo mondo chiamano miseria-povertà; tollerò un padre di puro sangue ariano che a ogni malefatta gli diceva domani alle sei ti prenderò a legnate. Arlt ha cercato di raccontarci, e probabilmente ci è riuscito nel suo primo romanzo, le ore di insonnia in cui guardava il nero di una piccola finestrella, scorgendo l’annuncio di una mattina implacabile.

Ho saputo che lesse Dostoevskij in miserabili edizioni argentine della sua epoca. Umiliati e offesi, senza dubbio. Dopo scoprì Rocambole, e credette. Era, letterariamente, uno sbalorditivo semianalfabeta. Non plagiò mai nessuno: rubò senza neanche accorgersene.

Nonostante tutto, insisto, era un genio. E prima di concludere, un’osservazione: se esiste ancora qualche lombrosiano c’è da dire che le ossa frontali del genio mostrano una protuberanza tra le sopracciglia. Questo tratto in Roberto Arlt era considerevole; io non ce l’ho.

E adesso, disgraziatamente, riappare la parola sconcertante. Ma visto che è esibita, guardiamola da vicino. Da vecchi ammiratori di Arlt, da antichi ciarlatani e polemici, abbiamo constatato che le obiezioni delle persone più colte all’opera di Roberto Arlt sono difficili da respingere. Nemmeno il desiderio di vincere una polemica per qualche minuto mi ha mai permesso di smentire le numerose accuse che dovetti ascoltare e che, ciò nonostante, curiosamente, nessuno osa pubblicare. Scegliamo le più contundenti, le più apparentemente definitive.

1)Roberto Arlt ha tradotto Dostoevskij in lunfardo. Il romanzo composto da I sette pazzi e I lanciafiamme è nato da I Demoni. Non solo l’argomento, ma anche situazioni e personaggi. Maria Timofoyevna Lebiadkina, “la zoppa”, è facile da riconoscere: qui si chiama Hipólita; Stavrogin è ricostruito sull’Astrologo, e così via; il diavolo appare puntualmente a Erdosain tante volte quante a Ivan Karamazov.

2) L’opera di Arlt può essere un esempio di carenza di autocritica. Dei suoi nove racconti raccolti in volume, questo lettore ne invidia due: Le fiere, Ester Primavera e spregia il resto.

3) Il suo stile è spesso nemico personale della grammatica.

4) Le Aguafuertes porteñas sono, per la maggior parte, assolutamente deplorevoli.

Le obiezioni continuano, ma queste sono le principali e possono bastare.

Le quattro argomentazioni dell’avvocato del diavolo sono, lo ripetiamo, inconfutabili.

Siamo ancora profondamente, definitivamente convinti che se qualche abitante di questi umili lidi è riuscito ad avvicinarsi alla genialità letteraria, questi portava il nome di Roberto Arlt. Non abbiamo mai potuto dimostrarlo. Ci è stato impossibile aprire un suo libro e far leggere il capitolo o la frase capaci di convincere il contraddittore. Disarmati, abbiamo preferito credere che la sorte ci aveva provvisto, almeno, della facoltà dell’intuizione letteraria. E questo dono non può essere trasmesso.

Parlo di arte e di un grande, strano, artista. Su questo terreno i grammatici, gli esteti, i professori possono muoversi poco. O meglio, possono muoversi molto, ma senza avanzare. Il tema di Arlt era quello dell’uomo disperato, dell’uomo che sa – o si inventa – che solo una sottile o invincibile parete ci separa tutti dalla felicità sicura, che comprende che “è inutile che la scienza faccia progressi se noi continuiamo ad avere il cuore duro e aspro come quello degli esseri umani di mille anni fa”.

Parlo di uno scrittore che comprese come nessun altro la città in cui gli toccò in sorte di nascere. Più profondamente, forse, di chi scrisse musica e testi di tangos immortali. Parlo di un romanziere che sarà sempre più grande man mano che passeranno gli anni – su questa carta si può puntare – e che, incomprensibilmente, è quasi sconosciuto nel mondo.

Dedito a catechizzare, ho distribuito i libri di Roberto Arlt. Qualcuno mi venne restituito con tutti gli errori ortografici, tutti i turbinii della sintassi segnalati, senza eccezioni, con una matita. Chi ha eseguito il compito ha ragione. Ma ci sono sempre compensazioni: costui non ci scriverà mai niente di equivalente a L’agonia del ruffiano melanconico, a L’umiliato o a Haffner cade.

Non ci dirà mai, in modo maldestro, geniale e convincente, che nascere significa accettare un patto mostruoso e che, nonostante ciò, essere vivi è l’unica vera meraviglia possibile. E non ci dirà neanche che, assurdamente, è il caso di perseverare.

E su un altro livello di arltismo: chi ci restituirà la gota pensierosa, il profilo disgraziato e cinico di Roberto Arlt nello sporco locale bonaerense all’angolo di Río de Janeiro e Rivadavia, quando si chiamava Erdosain?

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