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Cuba, il sottile attaccamento all’attesa

Luis Alberto González Arena Reportage, Società, SUR Lascia un commento

A poco tempo da due grandi eventi che hanno segnato la storia di Cuba – la visita di Obama e il concerto degli Stones – pubblichiamo un reportage di Luis Alberto González Arenas. Il pezzo è uscito su Nexos, che ringraziamo.

di Luis Alberto González Arenas
traduzione di Pier Quarto

Il mondo è tornato a guardare Cuba e la sua bella capitale meticcia. Le palpitazioni per prima la visita del gruppo rock più famoso del mondo e per quella di un presidente degli Stati Uniti dopo 88 anni, hanno resuscitato un dialogo che è rimasto statico per più di mezzo secolo. Cuba è un’ode all’attesa: aspettare per comprare qualcosa da mangiare, aspettare per entrare in banca, aspettare perché arrivi l’acqua, aspettare la luce, aspettare una lettera, aspettare un amore. L’isola sembra trovare una disposizione organica mentre tenta di recuperare il proprio ritardo e di lasciare lo stereotipo e la paura a vantaggio della libertà di parola. Vuole conservare la sua innocenza, ma cerca alternative per costruire avvenimenti: dal movimento punk cubano che si unisce con il rock’n’roll, agli studenti che spingono per la caduta del blocco tecnologico. La guajira guantanamera non resta ferma ad aspettare in una melodia, ma esce a cercare la sua sessualità e un paese differente. Il fotografo della rivoluzione non parla più di politica ma della sua passione per l’arte e per le canzoni dei Beatles. L’attesa continua a essere complessa, ma incline alla tolleranza e immaginazione.

Bisogna essere creativi per nascondersi in una casa che misura 40 mq, inventivo per far sì che tuo padre, tua madre e tuo fratello non possano trovarti. Potrebbe essere nell’armadio dove sono riposti i vestiti di famiglia con un’immagine della Vergine della Carità del Rame a vigilare o nella doccia che non ha la tendina, ma è troppo rischioso. «Se non puoi nasconderti, scappa». A 10 anni, Humberto, fuggiva da casa sua non per la porta o la finestra, ma con uno stratagemma. Si buttava addosso chili di tutta la roba sporca che si accumulava in famiglia e, senza curarsi che la temperatura salisse fino a 35 gradi, o che il sudore lo avvolgesse e la poca aria lo asfissiasse, portava con sé un piccolo registratore che riproduceva a scarso volume Sister Morphine dei Rolling Stones.

«Mio padre era un meccanico militare, era bravissimo a riparare tutto ciò che avesse un motore. Mia madre vendeva succo di guayaba ed era profondamente religiosa. Che io seguissi quello che chiamavano diversionismo ideologico o musica del diavolo li faceva impazzire. Per me, il divieto, cominciò logicamente ad assumere una connotazione molto interessante».

Humberto, che ha compiuto cinquantaquattro anni due mesi fa, diventò punk nell’Avana degli anni Novanta. Aveva una cresta viola di quasi venti centimetri e indossava pantaloni e giacca di pelle, indipendentemente dal caldo. Così affrontava i quattro fermi al giorno che gli facevano in media per chiedergli i documenti d’identità e fargli delle domande che a volte sembravano uscite da un copione poliziesco: «Perché sei diventato un handicappato intellettuale?»

«Immagina la cosa più complessa per te che mi stai intervistando. Quella che credi sia la cosa più difficile del mondo. Questo è essere punk a Cuba».

Punk ormai fuori moda, che si dedica alle arti visuali e alla meccanica, Humberto afferma che la sua vocazione punk durerà per tutta la vita, finché avrà cuore e coglioni. Le nuove generazioni punk di Cuba, dice, non si sentono rappresentate dalla musica dei Rolling Stones, ma sono al concerto perché pensano che la visita della band rock più longeva del mondo, così come la presenza di un presidente degli Stati Uniti, marchi un momento storico.

«Bisogna esserci. La verità è che la stessa società, compresi quelli che seguono il rock’n’roll, guardano male chi è punk. Io sono un esperimento strano: la musica del Rolling Stones mi ha spinto in qualche modo ad attraversare un confine più profondo, quello del punk, e sembra che oggi me ne farà attraversare un altro, verso una maggiore libertà. Speriamo sia vero».

Per Humberto il punk a Cuba si riassume in coglioni: «Se hai i coglioni sei punk. Non è il fatto di avere una cresta più grande o più colorata, è avere cuore, qualcosa che viene dal profondo, da una convinzione».

Humberto, artista visuale, ha molti amici tra le nuove generazioni coinvolte in questo movimento urbano. Lo vedono con rispetto e ammirazione, quasi come un maestro. Così prende la parola una giovane donna del gruppo, Silvia Marlen, per dire che dentro la rivoluzione stessa c’è un cambiamento. Non credono che Obama sia venuto a risolvere il problema di Cuba, ma solo per trattare la parte che può portare beneficio agli Stati Uniti. Intorno si notano creste, piercing, tatuaggi e leggende anarchiche in giubotti senza maniche. Tutti aspirano fumo di tabacco che inonda la gola di speranza.

«Sì, è un momento speranzoso e inaspettato. Né il punk né nessuno in questo paese si è reso conto di quello che stava accadendo, e molte persone hanno risposto positivamente, sebbene ci sia una minoranza per cui tutto questo risulta doloroso. Si tratta di coloro che hanno dedicato la propria vita a un ideale antiimperialista. Nel contesto storico in cui hanno vissuto, videro come procedeva la rivoluzione e gli conveniva lottare per questo. In seguito si resero conto che la loro lotta non esisteva più, e che s’era portato via qualcuno in più».

L’icona del punk cubano – che protegge la sua identità dalle telecamere – comincia a sussurrare qualcosa a chi lo accompagna, è un sussurro che emerge come comandamento: «La tua memoria morirà, ma noi stiamo con loro e con quelli che non ci sono più».

I panni sporchi non si lavano più solo in casa, la paura di parlare svanisce poco a poco in favore di un’aria nuova, di un lungomare dalle acque apparentemente più serene per poter nuotare senza il bisogno di fuggire o di tirarsi addosso una montagna di calzini e pantaloni. Secondo Humberto, bisogna intendere tutto questo come un movimento di pace in cui si uniscono tutte le tribù urbane e rurali e che, oltre la politica, è una vittoria per il rock’n’roll.

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Guantanamo e la sua base militare statunitense è forse l’ultimo inciso che si negozierà con il vicino del nord, è una «i» a cui nessuno ha ancora messo il punto, la risposta logica di molti cubani quando si mette in dubbio il rispetto dei diritti umani nel loro paese.

Raquel è un’orgogliosa contadina di Baracoa, Guantanamo. È cresciuta lì prima di cercare opportunità a L’Avana. Non solo opportunità di lavoro ma uno spazio «privo di pregiudizi» dove manifestare la propria sessualità. E nella Ciudad de las Columnas – come Alejo Carpentier chiamava la capitale cubana – è dove ha conosciuto la sua ragazza Luisa, attrice, che per accettare un invito in Europa dell’Est è arrivata fino in Macedonia, il paese di confine della ex Yugoslavia con la Grecia, lì dove la piazza centrale conserva un colosso di Alessandro Magno fatto di bronzo.

Raquel e Luisa si scrivono ogni giorno, parlano di bird watching – una passione che le ha inculcato un buon amico inglese conosciuto a un congresso di fotografia – sempre con nostalgie e belle metafore sulla distanza e sulla loro terra: «Cuba è come una speranza sfortunata, è un’attesa che un giorno ha le ali ma quello dopo non ha nemmeno i piedi».

A quarant’anni, Raquel è cuoca e laureata in musica; ha una delle facce più buone che uno può incontrare, sembra che né il tempo né il sole che punge i solidissimi cactus abbiano scalfito la sua pelle. Lavora senza sosta, vuole raccogliere denaro sufficiente non per andarsene dall’isola, ma perché quando Luisa sarà tornata lei possa darle una vita comoda, poiché sente che il ritorno sarà bello ma per niente facile. «Lavoro duro, perché voglio darle il meglio. Qui l’amore cammina in una linea molto delicata, tra l’interesse economico e il cammino della possibilità che qualcosa di tanto astratto possa essere sincero».

Raquel non è potuta andare al concerto dei Rolling Stones, un concerto che a quanto dice l’avrebbe distratta in una maniera che stava aspettando da molto tempo. Venerdì. Feriale. Evento unico. E per lei… turisti. Palati senza limite. Cucinare. Lavare i piatti. Pulire i tavoli.-

Il concerto è cominciato puntuale. 8.30 pm. Sharp. È finito intorno alle 11.00 pm. Raquel è uscita stanchissima ed è passata da un benzinaio su Calle Lacret per comprare due bottiglie di rum Havana Club 3 años. Lì ha incontrato alcuni yuma (stranieri) che festeggiavano per aver partecipato all’evento. Ha offerto rum a tutti. Ha parlato delle sue due ragazze: di Cuba e di Luisa. Poi ha detto: «Qui è molto difficile che un cubano voglia offrire da bere agli yuma, comprensibile con l’economia, però alla fine io lavoro anche per poter condividere l’allegria: yuma. Neri. Mulatti. Omosessuali. Donne. Uomini. Transessuali. Siamo esseri umani. Questo è quello che importa».

Uno degli stranieri mostra a Raquel il video che ha girato quando gli Stones hanno suonato Satisfaction o «Satisfecho» / «Satisfacción» come è usuale dire qui. Raquel dice: «Muoio, però la vita è più di questo».

Prima che Raquel chiarisse la sua sessualità, ebbe cinque fidanzati. Quello che ricorda maggiormente è il secondo. Aveva ventidue anni e era un periodo speciale a Cuba. Forse il momento economico più complicato della Gomorra delle Antille. All’epoca, Raquel racconta che molti dei suoi amici mangiavano solo riso e nuotavano per più di 10 km al giorno: «La ragione era che se arrivavi alla base di Guantanamo, gli Stati Uniti ti accoglievano». Era il periodo in cui si vedevano cubani a centinaia costruire gommoni e spingersi in mare per trovare altri orizzonti.

Francisco con le sue spalle larghe era un magnifico nuotatore. Alla fine decise di raggiungere la base militare via terra. Raquel narra la sua storia in poche parole: «Il mio fidanzato volò in pezzi. Pestò una delle tante mine che ci sono intorno alla base».

Raquel sa fare un riso buonissimo e spera di cucinarlo un giorno alla sua cara Luisa.

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CubaLo Stadio Latinoamericano è una fortezza. La sicurezza predomina per un raggio di cinque chilometri. Una carovana di squadre speciali prepara le strade appena asfaltate affinché possa passare liberamente «La Bestia», come chiamano l’auto presidenziale di Barack Obama, che in realtà non è una, ma due identiche, due bunker in forma di cadillac nere e eleganti. Due copie esatte proprio come i campidogli situati uno a Washington e l’altro a L’Avana.

Al suo arrivo, Obama ha tenuto un discorso in cui invitava a lasciare il passato tra i due paesi per andare verso un futuro più promettente. Le critiche non si sono fatte aspettare. Migliaia di morti nella memoria collettiva dei cubani per le differenze politiche tra i due paesi non sono una cosa facile da dimenticare. Eppure, nel pubblico in attesa che tutto cominci, c’è un gruppo di giovani che pensa il contrario.

«È bello che abbia detto che bisogna dimenticare il passato; è una buona idea cominciare da zero. Ha detto che non bisogna avere paura dei cambiamenti. Il passato non esiste, quello che conta è il presente e il futuro».

Marcos, Jamaris e Osvaldo, rispettivamente di 14, 21 e 28 anni chiacchierano di quella settimana che li ha entusiasmati, soprattutto per il pubblicizzato concerto dei Rolling Stones, che ascoltano da un paio di mesi grazie alle cover che le band indipendenti cubane hanno suonato in diversi luoghi per familiarizzare il pubblico cubano con la musica del gruppo britannico.

Per i tre amici, la nuova generazione non deve subire quello che è accaduto, ma approfittare di quello che questo avvicinamento porterà. Osvaldo dice che c’è speranza e molto futuro per la cultura: «Il futuro dell’apertura culturale è quello che importa, il resto è opzionale. Per me la rivoluzione è ormai morta, che vengano cose nuove e che si chiamino con altri nomi».

Shorts corti, jeans strappati, rasta e tatuaggi formano parte dell’identità di questa trio che pronuncia parole senza paura, sebbene assicurano che potrebbero essere arrestati per manifestarsi ostili verso una rivoluzione in cui non credono più. Incrociano le braccia e posano un polso sopra l’altro in un simbolo chiaro di manette sulle mani: «Noi siamo progressisti e non vogliamo avere paura. Ciò che stiamo vivendo è unico. Ci piacerebbe che venissero pure i Metallica. Se vediamo loro, possiamo morire tranquilli».

Lo stadio impazzisce non appena entra il presidente afroamericano. Lo celebrano. Obama sorride. I suoi denti brillano. Saluta Raul Castro e si siede a guardare l’incontro. Come da protocollo, c’è un gruppo di ballerine che saltano nel campo e marcano l’aria con i loro movimenti calcolati. Tra di loro ci sono studentesse dell’Università de La Habana, come Tania, che comincia a parlare di quello che per lei significa questo simbolico evento.

«Credo che sia ottimo, faranno un investimento di capitali a Cuba in ambiti che ne hanno molto bisogno. Per ora per noi è una cosa buona, ma chi lo sa. Storicamente gli Stati Uniti hanno avuto conflitto con Cuba tutta la vita, quindi chissà cosa può esserci dietro».

Tania studia economia. Crede che gli Stati Uniti vogliano aiutare in certi aspetti, però non sa come risponderà il suo paese. Dice che la verità è che Cuba non ha molto da offrirle, le sembra che gli Stati Uniti abbiano tutto e Cuba non abbia molte risorse: «rum, tabacco, turismo, credo che abbiamo pure nichel e cobalto, ma nulla di più».

Pensa che alla fine un intervento statunitense a Cuba non farà una grande differenza, perché nel loro sistema nulla è gratuito: «Non è che ci aiuteranno in modo solidale, i loro aiuti non saranno gratis. Il sistema degli Stati Uniti non è così. Non è come il Venezuela che ci dà molto petrolio per poco denaro».

Come studentessa, Tania pensa che in fase di apertura sia necessario conservare tutto il buono che il suo paese ha, soprattutto in materia di sicurezza. Dice che come donna le piace poter camminare alle tre o quattro di mattina senza avere paura che qualcosa le accada, e lo paragona con il Messico, avendo già visitato l’antico Distretto Federale.

«Sono stata in Messico, tutta la violenza che vedevo nei telegiornali mi intimoriva. Quando ero in città, sono salita su un taxi e l’autista ha alzato il finestrino, che aveva un buco. L’autista ha guardato il vetro, e ci ha detto che quel buco era stato fatto da una pallottola. Cose così non succedono a Cuba. Non abbiamo questo livello di insicurezza».

Tania ricorda anche il giorno in cui un suo amico si è perso in un centro commerciale al nord della città. Lo hanno chiamato a gran voce dal megafono una volta, poi un’altra fino a che qualcuno si è avvicinato e ha detto: «Non lo avranno sequestrato?» Felipe, il suo collega, poi è riapparso, però Tania si è resa conto che parlare di sequestro in Messico è comune come domandare «Cosa mangi oggi?»

Un suono assordante scuote lo stadio, sembra che la selezione di Cuba abbia fatto gol. Tania alza la voce per mettere in chiaro che i giovani stanno spingendo per il cambiamento, per creare condizioni e opportunità che ancora non hanno. A lei interessa uscire ed esercitare la sua professione, diversamente da sua madre, che non è mai stata interessata ad andarsene perché, secondo Tania, ha avuto la possibilità di vivere bene a Cuba. Suo nonno era scrittore e sua nonna Consigliera di Stato.

«Noi stiamo studiando e passeremo cinque anni in aula finché probabilmente il salario che avremo sarà minore a quello che guadagna qualcuno che lavora in una caffetteria, e questo è molto frustrante. La maggioranza dei giovani vuole emigrare dopo aver finito di studiare. Studiano per avere un titolo e esercitare in un altro paese».

I giovani a Cuba stanno cercando di fomentare una corrente di pensiero che chiamano «ZunZuneo», nome che è rimasto da una strategia segreta degli Stati Uniti per incoraggiare, attraverso la programmazione di un blog interno all’isola, una sorta di «primavera cubana». Tania dice che i giovani vogliono semplicemente difendere un pensiero diverso dal punto di vista giovanile, che contribuisca a ragionare in un’altra maniera sul sistema del paese: «Non vogliamo parlare a vuoto, non vogliamo lamentarci e basta, dobbiamo fare proposte fertili per seminare soluzioni».

In generale, i giovani studenti si pronunciano per un’apertura della comunicazione per mezzo di internet, non solo per avere una pagina Facebook, ma per il loro sviluppo professionale: «Per studiare bisogna progredire, non abbiamo la comodità di internet». Tania aggiunge che ci sono professori che danno un punto in più a chi porta il compito con le informazioni aggiornate.

Tania crede in Cuba perché, dice, credere è la unica via per pensare a qualcosa di migliore.

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Mick Jagger è la tropicalizzazione più creativa e ingegnosa che si possa vedere. Un uomo rinascimentale che assorbe i mormorii della terra dove si è fermato. Alan McGee, produttore che scoprì il gruppo rock alternativo Oasis, mi disse una volta che la sua fede nella musica la sosteneva in una sola immagine: «Ho capito l’amore per la musica quando sono stato a un concerto dei Rolling Stones, e ho visto Mick Jagger saltare senza fermarsi per quasi tre ore per tutto il palco».

Immagino la bellissima relazione che dovette avere Jagger con il suo amico camaleonte David Bowie. Tutti e due caleidoscopici e trasformisti. È innegabile che Mick poteva essere un solista potente come David, però di Bowie ce n’è solo uno e Jagger sono solo quattro che possono affinarlo, colmarlo di felicità e riempirlo di salute.

«Finalmente a Cuba questa sarà una notte indimenticabile… sappiamo che prima era difficile ascoltare la nostra musica però credo che i tempi stiano cambiando, no?», dice il cantante dopo aver interpretato le prime canzoni in territorio habanero. Un americano di nome Clark, studente dell’Istituto superiore d’Arte di La Habana, a torso nudo, celebra le prime parole di Jagger con il pubblico e si avvolge in una bandiera cubana. Con allegria e un po’ di rum mescolato con succo d’arancia che gli ha rinfrescato il corpo, va gridando tra la gente: «Questo è il più bel giorno della mia vita, cazzo!» Tanta sincerità e chiarezza di linguaggio sconcerta e pretende sorrisi.

L’ambiente è molto piacevole, tutti sono felici e curiosi, sanno che stanno partecipando a qualcosa di unico, ripartito tra la band britannica e il paese caraibico. Edifici adiacenti al luogo e porte di calcio sono occupate totalmente da gente che si è messa nella posizione migliore possibile per vedere lo spettacolo. C’è gente di Matanzas, Pinar del Rio e Santiago. Il concerto avanza, si vede di tutto, da gruppi organizzati come la cosiddetta «Unión di Motociclistas Latinoamericanos», fino a giovani che alla meglio si riposano un poco e aprono videogiochi portatili mentre si ascolta Dance with the Devil.

Cuba è diversa in molti sensi dal resto del mondo, e oggi non è un’eccezione. Per molti qui, gli Stones sono un gruppo rock in più, che merita di essere ascoltato per quello che rappresenta. Ma niente di più. Questi inglesi dovrebbero essere molto più che i Rolling Stones: i miti, i soprannomi, la bocca con la lingua, la storia con le droghe e le ragazze o le riabilitazioni, non esistono, non ci sono mai stati nel loro periodo d’oro. Oggi i Rolling Stones devono convincere il pubblico come se fosse la prima volta che vanno in scena. Alla fine, con l’età media del gruppo che è più di settant’anni, ce la fanno. Non Stop.

«Grazie a Cuba per tutto l’amore che ha regalato al mondo», lascia Jagger nell’aria, mentre suelle guance gli si formano delle fossette dovute all’acida caduta di un’età che non conta niente. L’orologio di Cuba e dei Rolling Stones coincide nel tempo, non solo perché scorre dando vita e speranza, ma anche per trovare risposte che siano sue alleate. Che gli avranno detto affinché si fermasse nei loro corpi come una sinfonia atemporale? Che avranno detto al diavolo perché smettesse di demonizzarsi?

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Nella penombra c’è qualcuno che osserva nostalgico il campo dove la musica si è fatta storia. Si tratta di Roberto Chile, conosciuto popolarmente come «il fotografo di Fidel» poiché ha dedicato gran parte della sua carriera a essere il ritrattista del leader rivoluzionario, nonché uno degli artisti più grandi che ha dato Cuba. La gente ammette che ha un grande talento per il modo particolare che ha di dipingere con la luce. Oggi si trova a dirigere un documentario sull’evento e, oltre la politica, vuole brindare per gli amori che gli sono serviti da motore per tutta la vita: l’arte e la musica.

Secondo Roberto, il concerto dei Rolling Stones a L’Avana è piaciuto a tutti quelli che erano presenti, ma crede che se lo siano goduto di più i cubani della sua generazione, quelli che hanno pianto con la musica dei Beatles e in momenti più atipici con gli accordi delle pietre rotanti.

«Avere qui i Rolling Stones. Avere a L’Avana Mick Jagger che è l’enigma fatto persona. Il più enigmatico e carismatico di loro, che canta “Satisfacción”, è come realizzare un sogno. Non abbiamo mai pensato che una cosa del genere potesse succedere. Credo che abbia detto una cosa molto bella oggi: ringraziava Cuba per la musica e l’amore che aveva regalato al mondo. Io penso che i Rolling Stones siano venuti a Cuba proprio per la musica che il nostro paese ha potuto condividere con tanto amore. Non è facile che un gruppo del loro calibro faccia un concerto senza prendere un centesimo, anzi investendo per poterlo organizzare. Se c’è un popolo che si merita una cosa del genere, quello è il popolo cubano».

Il fotografo si toglie il cappello e indica la notte. Mi dice che è una serata indimenticabile e che dà una grande energia perché Cuba possa continuare a transitare verso il futuro e, incantatore di immagini quale è, dipinge con le mani un ricordo con cui saluta: «L’immagine di migliaia di cubani come me, di diverse generazioni, che sorridono, con le mani alzate, con il cuore che batte, cantando “Satisfacción”, questa è l’immagine che porto con me».

Per Roberto le foto sono come i figli, non si riesce mai a preferirne una su un‘altra, la migliore potrebbe essere scattata domani. Non una foto dei Rolling Stones, ma della vita stessa. Detto questo fa l’occhiolino al giorno che avanza, verso un’altra attesa che possa un giorno trasformarsi in effetto: «Ora, ti dico, aspettiamo Paul McCartney, non riesco a immaginare come si sentirebbero i cubani, se qui, in un luogo come questo, ascoltassero “Hey Jude”. So che tutti i cubani canteranno le canzoni dei Beatles, perche c’è una quantità enorme di canzoni che gli sono rimaste nel cuore. Quando si suoneranno accordi così belli qui, Cuba vibrerà e questo significa vivere alla cubana. Papa Francesco ha detto qualcosa con cui sono d’accordo: Che Cuba si apra al mondo e che il mondo si apra a Cuba. Sta già succedendo ed è un risultato che da cubani siamo stati capaci di raggiungere, un giusto premio alle tante difficoltà che abbiamo superato e che ancora stiamo superando in tutti questi anni».

© Luis Alberto González Arena, 2016. Tutti i diritti riservati.

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