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Gli scrittori argentini all’estero

redazione Scrittura, SUR 1 Commento

Pubblichiamo oggi un approfondimento di Valeria Tentoni sugli scrittori argentini all’estero. Che cosa succede, alla scrittura e alla lingua, quando non si vive nel proprio paese? «La lingua anfibia costituisce di per sé un fenomeno letterario», dice Andrés Neuman, radicato in Spagna. Una panoramica sulle esperienze di Sergio Chejfec, Ariana Harwicz, Patricio Pron, Ezequiel Zaidenwerg, Samanta Schweblin e Sylvia Molloy. Il pezzo è uscito sul blog di Eterna Cadencia, che ringraziamo.

«Gli scrittori argentini all’estero»
di Valeria Tentoni
traduzione di Giada Poggianti

Sono numerosi i casi di autori nati in Argentina che vivono e scrivono fuori dal loro paese ma che continuano a risiedere nell’elenco degli scrittori nazionali e a essere qui pubblicati, pensati e letti. Alcuni in maniera temporanea, altri in quell’andare rimanendo segnalato da Sylvia Molloy (perché, com’è possibile pensare a una residenza o a una qualsiasi altra cosa della vita come qualcosa di permanente, con tutto questo futuro davanti?), si insediano in un ecosistema diverso da quello che per la prima volta li ha accolti nel mondo. Come trattano questa condizione nella scrittura?

Sergio_ChejfecSergio Chejfec è arrivato negli Stati Uniti nel 2005. Prima in New Jersey poi a New York. Dall’Argentina, comunque, se n’era andato prima, nel 1990, direzione Venezuela. Ora è docente del corso di Scrittura Creativa in spagnolo alla New York University: «tengo delle lezioni e seguo il lavoro di vari studenti. A parte, scrivo. E cerco di fare tutto in bicicletta o a piedi, ma non sempre è possibile», spiega l’autore di Modo linterna. «Estar y no estar» è il titolo del testo con il quale ha partecipato all’antologia di narratori latinoamericani Escribir en Nueva York. Si legge: «Non solo vivo in una comunità che parla un’altra lingua, ma scrivo anche cose che, per questa comunità, risultano inesistenti. […] Tuttavia, non ho la sensazione di scrivere in una lingua di immigrati, per quanto il castigliano, qui in questa città, sia soprattutto quello. Ho l’impressione di scrivere in una lingua che non appartiene a nulla, probabilmente a causa di questa sorta di incapsulamento dell’esperienza che si produce quando non si è né nativi né immigrati». Dopo aver segnalato come caratteristica peculiare della città il fatto di ospitare la convivenza «di numerose lingue immediatamente sotto o ai lati della più parlata», riferisce: «l’immersione in un ambiente prevalentemente multilingue ha avuto un effetto fulmineo sulla mia psicologia e sulla mia sensibilità. Un effetto non drastico ma orientato a rafforzare tratti che, forse, si erano già delineati in precedenza. Per esempio, partendo dall’abitudine di assistere a conversazioni che capisco solo in parte ma di cui posso immaginare il significato, l’intelaiatura della lingua si è alterata nelle forme dell’intonazione prima e in filamenti intangibili ma fortemente ipnotici poi».

pose-obra-arte_CLAIMA20120721_0014_19Sylvia Molloy, residente negli Stati Uniti da più di trent’anni, ha letto, all’apertura del Filba Internacional 2013, il suo testo «Desde lejos: la escritura a la intemperie». «Preferisco parlare di scrittura dell’estero e non di scrittura dell’esilio perché la carica spesso eroica e/o drammatica di quest’ultima parola annulla in qualche modo la nozione – ingannevolmente più semplice – di spostamento», ha affermato in quell’occasione. «Ciò che mi interessa principalmente è la scrittura che risulta dal trasferimento; o meglio, la scrittura come trasferimento, come traduzione; la scrittura proveniente da un luogo che non è del tutto proprio e senza dubbio non lo sarà mai, un luogo dove sussiste sempre un residuo dell’essere straniero e di stranezza, dove si impara una lingua nuova ma si scrive nella lingua che ci siamo portati dietro. […] La scrittura dell’estero è quella che se ne va rimanendo (espressione che mi è sempre sembrata in qualche modo minacciosa) o, per usare un’altra espressione traditrice, che si lascia stare finché all’improvviso si rende conto che se n’è andata per davvero, perdendo il contesto da dove è partita», continua. Dopo aver elaborato alcune idee sull’estensione del termine homeland, segnala come una delle caratteristiche dello scrivere dall’estero sia il doppio sguardo: «non è necessario cambiare lingua per sperimentare l’estraneo. La stessa lingua che uno si è portato all’estero, quella che era, per così dire, casalinga, si defamiliarizza, diventa un’altra, è e non è del tutto la lingua di questa homeland che ci si è lasciati alle spalle. Si ha la sensazione, a volte, di parlarla tra virgolette».

PS05379-1-500x483Ancora a New York risiede Valeria Meiller, che possiamo leggere nella sua serie di diari e cronache di viaggio «Out and about». A Brooklyn studia e traduce autori, come per la serie Alt Lit o per sua casa editrice, la Dakota. Lì ha terminato il suo ultimo libro, El mes raro: «credo che il ritmo frenetico di New York – dove la vita tocca una velocità più simile al funzionamento di una macchina che a quello di un uomo – sia agli antipodi del tempo rurale, lento e fangoso, che opera all’interno di El mes raro. Ho intuito che c’è una specie di distanza messa in luce da questo soffocamento – in relazione alla temporalità ma anche alla lingua – e ciò mi ha mostrato una nuova prospettiva del testo, che mi ha permesso di separarmene e concluderlo», spiega. In questa città, guarda caso, un punto d’incontro obbligato è la libreria McNally Jackson, dove Javier Molea è incaricato della sezione di letteratura spagnola e dove vengono realizzate molte presentazioni di autori latinoamericani.

ZaidenwergAnche Ezequiel Zaidenwerg risiede lì dal 2012. «Lo sradicamento e il decentramento ai quali si viene obbligati dal fatto di vivere fuori dal proprio paese mi risultano estremamente produttivi, sia spiritualmente che intellettualmente, perché uno deve reinventarsi, spostare il focus continuamente, anche per cose pratiche come chiedere un caffè da portare via». Come Meiller, approfitta dell’esperienza per tradurre. Porta avanti un blog in cui si occupa di poeti statunitensi. «Credo che un’esperienza di vita in una lingua straniera ricopra di una patina di stranezza la propria lingua, anche se – o forse piuttosto perché – la mia cerchia sociale è composta quasi esclusivamente da altri ispanofoni, dove comunque gli argentini non sono la maggioranza. Negli Stati Uniti, dove si sta producendo una specie di contro-colonizzazione linguistica, c’è una forte sperimentazione di uno spagnolo meticcio, panispanico, che non può far altro che esercitare un potente fascino e un’influenza su tutti quelli che come me sono ossessionati dal linguaggio», racconta.

Di fatto lo spagnolo è la seconda lingua con il maggior numero di parlanti negli Stati Uniti, in particolar modo a New York. I titoli recitano: Quasi la metà della popolazione di New York parla, in casa, una lingua diversa dall’inglese. «La presenza di una lingua straniera e delle diverse voci della stessa in qualsiasi parte della città ma allo stesso tempo in nessuna in particolare (una lingua che si presenta con o senza preavviso, attraverso parole sciolte afferrate passando o formulazioni commoventemente idiosincratiche), producono un particolare dormiveglia che per la sensibilità linguistica ha lo stesso significato di ciò che, nei più comuni dormiveglia, possono rappresentare il gocciolare di un rubinetto, il rumore della strada o il tic tac di un orologio. […] L’esperienza di vita locale vincolata alla lingua sfocia anche in un attrito un po’ delirante con la mia, di lingua», conclude Chejfec.

In un certo senso, questo scenario condivide elementi con quello in cui abitano scrittori come Patricio Pron e Andrés Neuman, ossia la Spagna. Sì, si parla spagnolo, ma quale versione di questa lingua ascoltano? In quale versione di questa lingua scrivono? Qual è il criterio con cui, nel momento in cui si trovano a scegliere tra uno o un altro modo di dire, realizzano tali scelte?

«Per quel che riguarda la questione della lingua, ho sempre preferito sottoporre il mio lavoro a una “contaminazione”, d’altra parte inevitabile, dovuta in buona misura al fatto che, finora, le soluzioni trovate al “problema” (l’approfondimento e la preservazione di una lingua locale, come in Juan José Saer, o l’aspirazione a un’argentinità lievemente anacronistica, come in Julio Cortázar, per non parlare della messinscena di un’ipotetica argentinità linguistica per il consumo di una maggioranza straniera desiderosa di colore locale anche sotto quest’aspetto, o ancora di un cosmopolitismo da rivista domenicale) non mi hanno mai convinto, specialmente nel caso di Cortázar. Ad ogni modo, il mio orizzonte è sempre stato la falsa trasparenza della traduzione, che costruisce ponti ed è inclusiva piuttosto che separatrice e esclusiva», dice Patricio Pron.

_DSC1656«Essere uno scrittore argentino, vivere fuori, sono condizioni naturali per me da quindici anni e più, per questo non ci penso molto», spiega da Madrid. «In un certo senso, è tutto estremamente semplice: scrivo libri che aspirano a essere letti in quanto parte della tradizione argentina e, più nello specifico, dell’estesa e ricchissima tradizione e “sub-tradizione” di testi argentini scritti, per una ragione o un’altra, fuori dall’Argentina. Dobbiamo molto a questa tradizione (mi pare evidente), dato che in vari periodi storici ha rappresentato una porta d’ingresso per nuove idee e tendenze nella letteratura argentina, dovute al fatto di essere stata scritta “fuori” (ovvero in condizioni diverse e sotto differenti influenze) per essere letta “dentro”. Secondo me non c’è un “dentro” né un “fuori” dall’Argentina e, in questo senso, non ho mai avuto, in nessun momento, l’impressione di aver lasciato l’Argentina, per lo meno non in relazione a ciò che mi interessa dell’Argentina, in particolar modo la sua letteratura, che continuo a leggere e alla quale cerco di contribuire nei limiti delle mie (d’altra parte) molto scarse possibilità. E anche se, per qualcuno, è evidente che noi che ce ne andiamo dal paese conserviamo tutti gli obblighi di essere argentini ma nessun diritto, personalmente non ho mai avvertito che questo diritto, questo diritto in particolare, mi venisse negato. Da parte mia è impossibile negarlo a quegli scrittori argentini che vivono all’estero e che più mi interessano, come Sylvia Molloy e Alicia Kozameh, Nora Catelli e Edgardo Dobry, Alberto Manguel, Enrique Lynch, Rodrigo Fresán, Sergio Chejfec e Graciela Montaldo, Reinaldo Laddaga e Matías Capelli. Una letteratura argentina senza di loro sarebbe notevolmente più povera; o, per dirlo in altre parole, parecchio meno ricca», conclude l’autore di Nosotros caminamos en sueños.

_neuman_5d9e2cc7Andrés Neuman è nato e ha passato la sua infanzia a Buenos Aires. Figlio di musicisti argentini emigrati, è cresciuto poi a Granada. «L’abitudine di noi argentini di chiamare “estero” tutti gli altri paesi del mondo e quella di noi bonaerensi di chiamare “entroterra” tutte le altre città del paese, ha sempre attirato la mia attenzione. Così la città di Buenos Aires verrebbe relegata in un luogo impossibile e anfibio, né estero né interno. Per questo, in qualche modo, rispetto al paese dove sono nato e dove sono nati i miei genitori, provo un costante sentimento di esserci e non esserci, di profonda appartenenza e di non appartenenza allo stesso tempo», spiega. «Il canone letterario sembra aver previsto due paradigmi per lo scrittore latinoamericano che risiede in un altro paese: l’esilio in tempo di dittatura e l’emigrazione economica. Il caso della mia famiglia, tuttavia, non rientra in nessuna di queste categorie. I miei genitori sono emigrati per motivi politici, perché hanno deciso di andarsene dal paese quando Menem ha concesso la grazia ai militari. Nessuno però li ha espulsi né perseguitati, come è successo ai miei zii e a tante migliaia di famiglie argentine. E nemmeno ci è toccato venire via dal paese per strette ragioni professionali o economiche, e ancora meno per fare progressi in letteratura. Semplicemente, sono stato un bambino che ha viaggiato con i suoi genitori, dentro una valigia».

Neuman porta avanti così la questione dei due paesi che ufficialmente parlano la stessa lingua: «si potrebbe pensare che questo spostamento non abbia causato una crisi linguistica come quella che avrebbe causato l’emigrare in un paese di lingua straniera. In realtà ho i miei dubbi: da una parte, cambiare la lingua di tutti i giorni comporta tutta una serie di inconvenienti e solitudini; dall’altra parte, però, la lingua d’origine dell’emigrato è solita diventare una specie di baluardo identitario. Quando invece il cambiamento altera quella stessa lingua che credevamo nostra e indiscutibile, ciò che si sradica è la base del dialogo con se stessi. Vale a dire, il punto di partenza della scrittura. L’emigrazione ha inaugurato, in pieno periodo scolare, un conflitto intimo con la mia lingua. Per poter comunicare con i miei compagni di scuola, ho passato tutta l’adolescenza a tradurre mentalmente dallo spagnolo allo spagnolo: cercavo equivalenze, confrontavo pronunce, pensavo ogni parola da entrambi i lati. Con il tempo, questo doppio ri-apprendimento si è trasformato in un meccanismo spontaneo. Ancora oggi non posso parlare né scrivere senza sospettare del mio lessico, senza sottoporre ogni parola ad un ascolto sdoppiato. Mio fratello e io, da bambini, siamo cresciuti con la sensazione che i nostri due paesi fossero a malapena separati da una porta. In casa, tra le quattro pareti familiari, ci sembrava di essere in Argentina. Quando però la porta si apriva, uscivamo a giocare in Spagna. E adesso vivo e scrivo con questa sensazione».

Per l’autore di Una volta l’Argentina, «una lingua neutra non è uguale a una lingua di frontiera o dalla doppia sponda. La prima, letterariamente deplorevole, è prefabbricata; abbonda in sottotitoli, mezzi di comunicazione di massa e cattiva traduzione, impiega modi di dire e termini che non si usano da nessuna parte. La seconda, che è quella che mi interessa, tiene le orecchie aperte ovunque, lavora con parole e espressioni che si dicono realmente in vari dialetti; ed è in fase di costruzione, è un esperimento letterario avviato. Questa ricerca di una frontiera linguistica è uno degli stimoli della mia scrittura, forse perché prima è stata un conflitto vitale».

ArianaHarwiczAriana Harwicz è andata in Francia per studiare Letteratura Comparata alla Sorbona. Vive in campagna, a circa 180 km da Parigi. «Le categorie servono per riflettere, nella misura in cui possono anche essere relativizzate, distrutte, negate completamente. L’esilio, l’identità dell’immigrato, le lingue, i paesi, i paesaggi esistono, ci modificano e ci condizionano, ma tutto è anche una bugia. Ci sono giorni in cui sento che la mia casa, con le finestre murate dalla neve, è anche la mia casa di Buenos Aires, e a volte mi sembra che sia e non sia in Francia. In definitiva, dove vivo io non ha niente a che vedere con Parigi, somiglia più a cittadine che ho conosciuto nelle provincie di Nequén e Mendoza che alle grandi città. E allora, dov’è che scrivo, da quale piattaforma? Qual è il riferimento, il centro, la periferia, l’Europa, il Sudamerica, la Francia profonda?», si domanda. I suoi due romanzi, Mátate, amor e La débil mental, spiega, «presentano un modo di pensare e personaggi femminili dalle voci decisamente ancorate all’oralità argentina. Il fatto di non vivere il quotidiano di Buenos Aires mi allontana per forza dalle consuetudini della lingua, non tanto dalla produzione giornalistica e letteraria, quanto di sicuro dal parlato di tutti i giorni. E questa disattualizzazione semantica, discorsiva, del neologismo all’ultima moda, quest’allontanamento o sfasatura, è utile, perché genera straniamento, qualcosa che dà ai personaggi un’aria da espatriati, da espulsi, che mi va bene perché di fatto sono fuori dal tempo e da un luogo preciso. Al di fuori di una geografia collocabile, di una geografia unica, come me».

«E c’è anche l’impunità di poter scrivere qualsiasi cosa senza il pudore che potrebbe suscitare l’essere letta dai vicini al di là della parete o dai suoceri, senza che tutto questo accada. Mi piace stare nascosta tra i cespugli, lo sanno che passi il giorno a scrivere, è un villaggio di poche case, lo vedono che vai e vieni parlando da sola e dicono che hai pubblicato libri ma è tutto molto vago, non possono leggerti, non ci sono critiche, i tuoi libri non sono esposti nelle vetrine della libreria della città più vicina, non ti invitano al Salone Letterario locale, quindi è un po’ come se tutto fosse una farsa, come se tu fossi una mitomane e ti stessi inventando i libri. Tutto questo mi concede una grande libertà», aggiunge.

004_samanthaschewblinLo stesso fascino per l’anonimato sembra provare Samanta Schweblin (autrice di Distancia de rescate, eletto Libro dell’anno 2014), che risiede a Berlino dal 2012. «Se vai a scrivere in un caffè e ci sono tre persone che gridano al tavola accanto, l’unica cosa che senti è rumore. Rumore, rumore, rumore, blabla, rumore. Niente significa niente. E allo stesso tempo è un super detonatore, perché le parole potrebbero anche significare molteplici cose. Ora comincio a fare qualche conversazione in tedesco, ma è comunque una lingua così strana che è molto facile scollegarsi. Inoltre, parlando della comunità ispanofona, che è immensa, si tratta di una città che trabocca di musicisti e artisti, ma praticamente non ha scrittori. Così che non solo sono al di fuori del linguaggio, ma anche dei suoi emittenti. È il vero paradiso dello scrittore, perché è come lavorare in un mondo che non esiste per nessuno. Offre molta intimità, e anche una grande necessità di costruire costantemente il linguaggio», ha riferito in un’intervista passata.

«Così come esiste una tradizione letteraria dell’esilio argentino, esiste anche un’altra tradizione argentina, forse meno teorizzata dall’accademia, che presuppone un’esplorazione distaccata, più di frontiera rispetto all’identità nazionale. In questa tradizione si potrebbero includere, nell’una o nell’altra direzione, autori del secolo passato come Groussac, Gombrowicz, Wilcock, Copi, Biancotti, Cortázar, incluso lo stesso Borges. Attualmente si potrebbe pensare a Eduardo Berti, Clara Obligado, Lázaro Covaldo e molti altri», appunta Neuman. Secondo lui, «la memoria familiare e nazionale è qualcosa che ci portiamo dietro ovunque, come un bagaglio invisibile».

«Scrivere fuori dal proprio paese propone sempre questo andirivieni: né si va né si torna del tutto. Nel migliore dei casi uno sente di prendere parte a due mondi, quello che ha lasciato e quello in cui vive. Nel peggiore dei casi – forse il più frequente – sente di non prendere parte a nessuno dei due. Il sentimento libera e allo stesso tempo ossessiona», diceva la Molloy nel discorso citato. E diceva anche un’altra cosa: «scrivere, in fin dei conti, è già essere da un’altra parte».

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