Oltre l’attualità verso il presente. Nella città invisibile con Andrés Neuman

Raul Schenardi Autori, Interviste, SUR Lascia un commento

di Raul Schenardi

Sul numero in edicola della rivista Blow Up, la cui sezione «Champ libre», curata da Fabio Donalisio, dedica sempre attenzione e spazio al mondo letterario dell’America di lingua spagnola, compare un’intervista a Francesca Lazzarato, editor, traduttrice e collaboratrice del Manifesto, Lorenzo Ribaldi, della casa editrice La Nuova Frontiera, Valerie Miles, direttrice di Duomo Ediciones e il sottoscritto, realizzata da Ana Ciurans, che ha per titolo “Big Sur. L’imminente esplosione della letteratura latinoamericana in Italia”. Sullo stesso numero Ana Ciurans recensisce Una volta l’Argentina, il secondo romanzo dello scrittore argentino Andrés Neuman dopo Il viaggiatore del secolo (entrambi pubblicati da Ponte alle Grazie, tr. di Silvia Sichel).
Noi riproponiamo, ringraziando il direttore della testata e l’autrice, l’intervista a Neuman pubblicata sul numero 153 di Blow-Up in febbraio.

Oltre l’attualità verso il presente. Nella città invisibile con Andrés Neuman
di Ana Ciurans

Nato nel ’77 a Buenos Aires e cresciuto a Granada, dove i genitori, musicisti, immigrarono quando era piccolo, Andrés Neuman è uno stupefacente esempio di lieto inizio letterario. Sul biglietto da visita una frase di Roberto Bolaño, scritta in Tra parentesi: sfiorato dalla grazia. Due volte finalista premio Herralde, di cui una al primo romanzo, Bariloche, a soli 22 anni, citato da «Granta» tra i migliori giovani scrittori in lingua spagnola, questo scrittore, poeta, traduttore e giornalista vince con Il viaggiatore del secolo il premio Alfaguara e il premio della Crítica. Scrive per necessità, dice, perché non può né vuole fare altro. E noi, lettori, ringraziamo perché Il viaggiatore del secolo, osiamo dirlo, sfiora il capolavoro.

A ventidue anni sei finalista del premio Herralde con Bariloche, che inoltre ti vale una meravigliosa dichiarazione di Bolaño. A ventisei sei di nuovo finalista Herralde. A trentadue arrivano il premio Alfaguara e il premio della Critica per Il viaggiatore del secolo. La prestigiosa rivista «Granta» ti cita come uno dei migliori scrittori giovani in lingua spagnola. Molti ci mettono una vita ad avere questi riconoscimenti e molti non ci riescono mai. Ci racconti il “prima”? Che succede prima dei ventidue anni e come arriva per te la pubblicazione?
Prima succede la necessità. Di raccontare storie, di godere del linguaggio, di giocare con la differenza tra finzione e realtà. E la certezza che non vuoi, né puoi, fare altro. Questo mi è capitato da bambino, a nove o dieci anni ed è arrivato come una sorta di malattia benefica. Quel che ti faceva male potevi scriverlo e trasformarlo in altro. Quel che non ti succedeva potevi raccontarlo e viverlo nella tua testa. Potevi morire violentemente in una storia e poi continuare a vivere. Io considero la vita una meraviglia, ma per godersela credo che bisogni prestarle attenzione, osservarla con intensità, ricordarla con passione. E senza leggere e scrivere questo non lo so fare. In questo senso mi sento come quando ero bambino: se non scrivo, non so vivere. L’unica differenza è che quel che scrivo a casa ora lo pubblico. E che, al posto di mia nonna Dorita, ora mi leggono anche altre persone. E questo mi sorprende ancora. Iniziai a pubblicare come fanno tutti: in modo modesto e comico a volte. Gli inizi sono molto importanti per gli scrittori, ma poiché non appaiono nelle nostre biografie pubbliche è come se non fossero esistiti. Le mie prime poesie sono state pubblicate in riviste di studenti, piene di refusi. Il mio vero primo libro lo pubblicò, quando avevo vent’anni, una piccola editrice di provincia. Era un libro di racconti abbastanza brutti e ricordo che vendette 180 copie, includendo tutte quelle che comprò mia madre, che riposi in pace. Qualche mese dopo la casa editrice fallì e il libro scomparve. E non credo che manchi a nessuno. L’anno successivo, pubblicai a Granada un volumetto di poesie intitolato Simulacros. Fu una cosa buffa perché ci furono dei problemi con la stampa e il libro non fu pronto per la presentazione. Ma visto che la gente era venuta e chi lo presentava e me, l’autore, eravamo già lì, la cosa si fece lo stesso. La gente uscì molto contenta, convinta che il mio libro, Simulacros, in realtà non esistesse e che tutto era stato un happening. Si comincia così. E dopo questo e altri incidenti, ho avuto fortuna, ecco tutto.

Sei romanziere ma anche poeta, infatti come tale hai vinto il premio Hiperión, nel 2002. Non sto per chiederti che cosa preferisci fare, ma se anche tu fai parte di quella schiera di poeti che sono finiti (con magnifici risultati in alcuni casi) a scrivere romanzi per disperazione. Hai iniziato dalla poesia o dalla narrativa? Te lo chiedo perché Métodos de la noche, la tua prima raccolta, è del 1998 e quindi è stata pubblicata un anno prima di Bariloche, romanzo, che è del 1999.
Per me la poesia e la narrativa sono due provincie dello stesso paese: il linguaggio. Vivere sulla frontiera tra i due è stimolante, sveglia la mia curiosità, mi fa diventare itinerante. E mi fa dubitare sulla mia appartenenza che per me è qualcosa di fondamentale perché intuisco che si scrive solo finché non si sa bene dove si sta. D’altra parte credo che a volte si banalizzi la fatica che costa scrivere romanzi. E forse la colpa di questo è di alcuni romanzieri leggeri. Ma, concepita con rigore, la fatica di scrivere un romanzo è troppo impegnativa per essere affrontata per sola disperazione. Questo sì sarebbe davvero disperante! Non concepisco che qualcuno scriva un libro senza amare la propria scrittura. Voglio dire che se scrivo poesia e anche romanzi è perché ho bisogno, o non posso evitare, di scrivere le due cose. Non ha niente a che vedere con le case editrici né con gli affari. Ovviamente guadagno dei soldi e ne ho bisogno. Ma se non mi piacesse scrivere romanzi, lavorerei in qualsiasi altro ambito per ottenerli. Come potresti rinchiuderti per anni in compagnia di personaggi immaginari, dedicandoti a inventare, a narrare e a ritoccare lentamente una storia, parola dopo parola, senza che quella sia la tua vocazione vera? Bisognerebbe essere pazzi. Può darsi che siamo dei pazzi.

Se dovessi riassumere in una frase il tema de Il viaggiatore del secolo, risponderei istintivamente che si tratta di una storia d’amore. Nulla di così certo e di così falso, allo stesso tempo. Il tuo romanzo è totalizzante e non ci sono in esso territori vietati allo scrittore. Nel contesto dell’Europa postnapoleonica si pongono temi come la multiculturalità, i nazionalismi e la liberazione della donna. Credi che lo scrittore abbia il diritto e quindi anche il dovere di scrivere/opinare su tutto? Qual è la ragione che lo legittima e credi che la sua opinione cambi il mondo o possa cambiarlo?
Diffido degli scrittori che esprimono la propria opinione su tutto, sempre, perché credono che questo sia il loro dovere. Mi sembra difficile non cadere nel messianismo se uno la pensa così. E il messianismo ha fatto molto male alla politica. Credo profondamente nel valore dell’opinione del cittadino, nel suo intervento nella società. Ma cittadini siamo tutti noi: i medici, i tassisti, i panettieri, i fisioterapisti. Mi sembra poco salutare che gli artisti siano considerati un’elite responsabile di emettere opinioni superiori. C’è già la Chiesa. O i cazzo di portavoce dei partiti politici. E di questo sono colpevoli gli artisti ma anche il pubblico: fa molto comodo che altri ti dicano che cosa devi pensare. Ne Il viaggiatore del secolo si danno molte opinioni, certo. Ma non sono io a darle: le esprimono i miei personaggi che non sono mai d’accordo tra loro. E le loro opinioni sono frutto della curiosità, non del dovere morale di impartire lezioni a nessuno. Le idee cambiano il mondo, chiaro. Ma centimetro dopo centimetro. Parola dopo parola. Ed è compito di tutti. Mi rifiuto di condividere la realtà tra i creatori e il pubblico. Leggere un libro cambia il mondo tanto quanto scriverlo.

Parliamo de Il viaggiatore del secolo. Wandernburgo è una città tra gli Stati della Sassonia e della Prussia che, malgrado le testimonianze dei cronisti e viaggiatori, non possiede una collocazione geografica precisa. È una “città mobile”. Ma nel libro ne descrivi il profilo storico, politico, sociale. Questo elemento sembra portarci verso un elemento fantastico. Il viaggiatore del secolo è però anche un trattato culturale. E un racconto poliziesco fa capolino nelle sue pagine. Quindi si tratta di una summa di generi e registri. Hai voluto attraverso tutti questi elementi dimostrare la frammentarietà come unico modo di raggiungere una verità?
Arrivare a una verità? Mah! Preferisco arrivare a una ricerca. Mi accontento di questo. Schlegel diceva che l’unica cosa che cerca il pensiero umano è continuare a cercare. Non mi sembra un brutto obiettivo. La città del romanzo, Wandernburgo, è una città immaginaria. Si sposta. Non si sa esattamente dov’è. Come la verità, no? Infatti, Il viaggiatore del secolo alterna diversi generi dentro allo stesso spazio. Come se fosse uno zapping lungo il XIX secolo: romanzo sentimentale, romanzo di idee, romanzo epistolare, romanzo erotico, romanzo di mistero… In ogni capitolo si cambia canale. I capitoli sono sempre brevi, ma il ritmo è lento. L’esperimento consiste nell’abbinare alla velocità odierna la pazienza di ieri. O, per così dire, nel mettere un elicottero dentro a una carrozza. Per questo motivo mi è sembrato interessante fondere i dettagli e la psicologia dei romanzi classici del XIX secolo con lo sguardo contemporaneo, assurdo, surrealista o neofantastico che sia. L’esperimento consisteva nell’immaginare (con tutto il rispetto, chiaro) Flaubert, Stendhal o Tolstoj intrappolati in una delle città invisibili di Calvino. Che tipo d’amore poteva scaturire in un posto così?

Non credo che raccontarci la storia del XIX secolo sia stata la tua finalità. Il viaggiatore del secolo non è, infatti, un romanzo storico, ma utilizza la storia come spunto per spiegare il presente. Non avresti potuto farlo dal presente? Qual è la funzione della storia nel tuo libro dal punto di vista letterario?
Sono d’accordo. Non avevo alcun interesse nel “riprodurre” archeologicamente il passato, né imitare stili antichi. Ciò che m’interessava era rileggere la tradizione del passato (la sua storia, la sua politica, la sua letteratura, i suoi sentimenti) con lo sguardo e il linguaggio attuali. Mettere due specchi l’uno di fronte all’altro: uno classico, l’altro postmoderno, così, per vedere cosa si rifletteva in ognuno di essi. Mi piace pensare che Il viaggiatore del secolo sia una specie di sabotaggio del romanzo storico, perpetrato dal suo interno. Il romanzo è rigorosamente documentato (ho fatto ricerca per più di due anni prima di scriverlo) ma non rispetta nessuno dei canoni abituali del genere storico: lo scenario non esiste, tutti gli eventi sono immaginari, tutti i personaggi sono inventati… Orbene, il romanzo accade nel passato? No: solo la sua trama. Ma le sue risorse, il suo linguaggio, le sue metafore politiche, appartengono al nostro tempo. Al tempo del lettore. Quando esce un film facciamo caso tanto a ciò che succede nella storia quanto a come è raccontata, diretta e interpretata. Per me il presente è qualcosa di molto più complesso dell’attualità. L’attualità parla solo di quello che accade oggi. Il presente, al contrario, ha la capacità di avere memoria e anche di anticiparsi. Di guardare passato e futuro. E di metterli in relazione. Penso che l’arte appartenga al presente, non all’attualità.

Ha attirato la mia attenzione che il critico e scrittore Vicente Luis Mora abbia detto che neanche Jane Austen avrebbe potuto descrivere meglio di te l’anima femminile della protagonista, Sophie. Come hai “costruito” Sophie? Documentandosi si riesce ad abbozzare una figura femminile dell’epoca, ma Sophie è una giovane donna in carne e ossa. E questo non si ottiene solo a base di risorse narrative. Da dove nasce la sua anima?
Come scrittore e come uomo mi sono sempre interessato all’applicazione del pensiero di genere alla mia condizione di mascolinità. Credo che i narratori maschi abbiamo un deficit storico che urge risolvere. Senza dubbio le donne sono state oppresse dal patriarcato, ma proprio per questo sono state anche capaci d’immaginare il punto di vista dell’altro sesso. Mentre lottavano per il proprio discorso, le donne si sono educate leggendo e ascoltando quello maschile. Noi uomini, invece, ci siamo educati ridondando nel nostro genere. Per questo motivo penso che abbiamo urgente bisogno di leggere le donne, vedere film di donne, ascoltare le donne. Dovrebbe far parte della nostra formazione letteraria. Altrimenti, come cazzo possiamo inventare personaggi femminili validi? Era da tanto che avevo voglia di inventare un romanzo con un personaggio femminile importante che fosse forte e contradditorio, intelligente e carnale, combattivo e insicuro. Cioè, una donna vera e completa e non una sua caricatura. Da lì è sorta Sophie che ha un piede nel romanzo sentimentale del XIX secolo e un’altro nel femminismo contemporaneo. Lei è tutto il contrario dell’amata romantica. Ama la filosofia e il sesso anale. É un’eroina con dubbi, striature, mestruazioni, peli, contraddizioni. A un certo punto dice qualcosa che mi sembra molto assonante con la mia generazione: «Mi piacerebbe avere figli, ma non voglio diventare madre».

Il viaggio. L’amore è un viaggio. Anche la vita lo è. Questo concetto di viaggiatore, così ottocentesco. Come si colloca nel nostro mondo attuale? Oggi siamo tutti cittadini del mondo e per tanto il concetto di viaggio come scoperta, nel mondo globalizzato, non ha più senso. Dove torniamo se non possiamo partire? In questo senso per Hans era molto più facile, no?
Credo che il viaggio sarà sempre la metafora della vita. Ma il viaggio, come le metafore, cambia senso con i tempi. La letteratura greco-latina classica è piena di navi, marinai e mari. Oggi viviamo di fronte allo schermo ma continuiamo a essere “inter-nautas”, persone che navigano. Inoltre ci sono diversi tipo di viaggio e non tutti sono in relazione con lo spostamento. Il romanzo tenta di mostrare tutte le possibilità del viaggio, da quelle romantiche a quelle sedentarie, da quelle fisiche a quelle immaginarie. Penso che la domanda che percorre tutto il libro potrebbe essere: cos’è viaggiare? Il personaggio del suonatore di organetto, per esempio, è dell’opinione che da fermi si viaggi meglio perché così si rilevano i piccoli cambiamenti del luogo in cui si dimora. Hans pensa il contrario, che spostarsi sia l’unico modo per trovare il tuo posto nel mondo. Ma un giorno il suonatore e Hans, guardando la campagna, si chiedono: un mulino a vento è fermo o si muove? E arrivano alla conclusione che un mulino a vento fa le due cose allo stesso tempo: si muove da fermo. C’è anche un altro personaggio, Alvaro, che è un immigrato. Nasce in un paese e vive in un altro e sente che porta ormai il viaggio dentro. Si sente diviso interiormente e perciò, non importa dove vada, non potrà mai essere in un solo luogo. Hans, in realtà è intrappolato tra due secoli: la sua vita è quella di un viaggiatore romantico ma la sua conoscenza è quella di un internauta postmoderno. Per questo porta con sé una misteriosa cassapanca che funziona come Google: la apre, cerca qualsiasi libro e lo trova. Costruendo il personaggio di Hans, tentai di fare in modo che mai venisse a sapere se era un viaggiatore dello spazio o del tempo.

L’amore come una forma suprema dell’arte di tradurre, e la traduzione come una maniera elevata di amare. Quanti più testi traducono insieme, tanto più i due amanti s’intendono. È meravigliosa la tua idea della traduzione e anche la tua idea dell’amore. È totalizzante e ai traduttori piacerà moltissimo… Raccontaci come vivi tu la traduzione, ci sono tratti autobiografici nel personaggio di Hans?
Credo che l’amore e la traduzione siano due esperienze in relazione. Per questo Hans e Sophie sono amanti e traduttori. Quando amiamo una persona passiamo la giornata tentando di tradurla. Tentiamo di capire cosa fa, come si muove e cosa pensa. Adattiamo le sue parole e le sue idee alle nostre fino ad arrivare a una specie di testo intermedio che risulti comprensibile per ambedue. E per tradurre un autore, la prima cosa è innamorarsi di lui, desiderare il suo testo, convivere con le sue parole, arrivare a stabilire con lui certi accordi coniugali. E in questo dialogo linguistico, come in quello amoroso, ci saranno necessariamente malintesi, discussioni, cambiamenti e cattive interpretazioni. E anche se sappiamo che sarà impossibile capirsi in modo assoluto, non smetteremo mai di provarci. Legando questo tema alla domanda precedente, nel romanzo ci sono due personaggi cronologicamente ibridi che sono Sophie e Hans. Nessuno dei due appartiene a un solo tempo. E neanche il loro amore: all’inizio appartiene al XIX secolo, dopo diventano amanti contemporanei. In questo senso, il romanzo tenta di “tradurre” il sentimento romantico nella sensibilità attuale, paragonando le loro differenze. Infatti la traduzione del romanzo in altre lingue sta diventando una cosa curiosa. Visto che due dei suoi personaggi traducono, io e i traduttori a volte sosteniamo dialoghi che sembrano usciti dal romanzo stesso. Ci divertiamo assai. Ma posso assicurarvi che, per il momento, non facciamo l’amore.

Una cosa incredibile della tua scrittura è che utilizza termini classici e persino quasi dimenticati insieme a un linguaggio attuale, mescolando continuamente passato e presente. La critica loda all’unanimità il tuo lirismo, la tua architettura semantica, la tua classicità. Chi sono i tuoi maestri, i punti di riferimento fondamentali della tua formazione di scrittore?
Magari fosse possibile non somigliare agli autori che più si ammirano, ma non è così. A volte noi scrittori citiamo pedantemente un sacco di classici, come se facendolo potessimo garantirci la loro benefica influenza. In realtà è una menzogna. Si assomiglia a chi si può, non a chi si vorrebbe. Così posso dire che, in generale, tento d’imparare qualcosa da ogni libro che leggo. Sono un lettore lento ma tento di prestare attenzione. Leggo sempre con un lapis, e sottolineo. E ogni volta che c’è un dettaglio che richiama la mia attenzione non posso evitare di pensare: come avrà fatto questo? Come lo avrà scritto?

Che leggi e che tipo di lettore sei? Mi riferisco ai libri che, lasciando da parte la lettura dei testi con cui ti documenti, leggi. Conosci la letteratura italiana?
Sono un lettore anarchico e ballerino. Passo da un libro a un altro. Credo che la postmodernità non significhi dimenticare o superare i classici, ma leggerli in altro modo. Riscriverli di nuovo a modo nostro. Così non ho la tivù ma faccio zapping con libri di diverse epoche e generi. La letteratura italiana mi sembra grandiosa. Tra i miei favoriti ci sono Buzzati, Manganelli, Calvino, Ginzburg, Pavese, Pratolini, Deledda, Wilcock, Pasolini, Eco, Ungaretti, Montale, Quasimodo… Magari traducessero in spagnolo anche gli autori più giovani. Non vedo l’ora di leggerli. Ultimamente in Spagna hanno pubblicato Melania Mazzucco che voglio leggere presto. E poco fa ho letto un libro di Pietro Grossi, ma tradotto in inglese! Faccio fatica a capire come due lingue sorelle come lo spagnolo e l’italiano comunichino così poco. Traduttori traditori, please help us!

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