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La guerra delle Malvinas: dalla parodia al poliziesco

redazione Rodolfo Fogwill, SUR 1 Commento

Torniamo oggi sulla guerra delle Malvinas nella recente letteratura argentina. È un tema che abbiamo già affrontato in occasione dell’uscita di «Scene da una battaglia sotterranea», di Fogwill, per le Edizioni Sur.

traduzione di Giuseppe Trovato

I crimini della sconfitta

La guerra delle Malvinas ha il suo posto nella letteratura. Un posto mobile che cambia in funzione del registro, del genere, del luogo, dell’epoca, della generazione, dell’appartenenza politica a partire dalla quale si esercita la volontà del racconto. Le dimensioni delle Malvinas sono ridotte come il numero di racconti e di polemiche che le riguardano. Questo luogo è tanto delimitato quanto la guerra stessa, breve e distante, ma insieme vicina e calda, per la sua stessa brevità e la vicinanza nel tempo. Una guerra senza epopea: perché è stata persa, e perché è stata divorata dalla lunga guerra che il terrorismo statale ha perpetrato contro la civiltà fra il 1976 e il 1983. Una guerra che, se fosse stata vinta, sarebbe stata persa.

Le Malvinas occupano un luogo scomodo. Un luogo che continua a interrogare il presente.

Una prima domanda da porsi è legata alle testimonianze: quelle dei “perdenti” diretti. I ricordi degli ex combattenti sono carichi di un’elevata densità emotiva, e spesso della rivendicazione della causa. In questo intreccio di voci, in cui l’“effetto verità” ha più importanza che negli altri discorsi sulla guerra – loro sono stati lì, noi no –, il racconto impone la propria logica sequenziale, un certo tipo di ordine per la narrazione, e l’autobiografia determina il suo limite d’interlocuzione, che consiste nel presentarsi come una zona irriducibile all’esperienza.

Quando le Malvinas diventano racconto, o il racconto diventa le Malvinas, la guerra si trasforma in uno spettacolo, una farsa, un’impostura… o in un pre-testo usato per parlare di altre guerre, o come estensione ad altre guerre.

La narrativa è un esercizio critico se riferita alle Malvinas. Ha assunto il ruolo che non è stato svolto dalla discussione pubblica: le Malvinas sono il grande assente in seno al dibattito intellettuale, con pochissime eccezioni.

Narrazioni critiche: fin dallo spazio che concedono alla guerra e ai suoi protagonisti. Uno spazio marginale, in quanto l’idea di sovranità viene messa in discussione. Un episodio “avulso” della storia, le cui vittime comprendono non solo i cadaveri che giacciono sotto la neve a migliaia di chilometri, ma anche gli oltre 300 veterani suicidi, e che ancora non possono essere aggiunti ai 30.000 che non sono stati sepolti… come se facessero parte di un’altra categoria di vittime. Margini abitati da voci insonni. La parola dei morti, dei suicidi e dei pazzi sulle labbra del disertore, del “pazzeriello”, del mago, dello spacciatore, dell’hacker. Dell’assassino.

Vivir afuera

I Pichiciegos di Fogwill [Scene da una battaglia sotterranea, Edizioni Sur], scritto nel vivo degli eventi, è stato il primo romanzo uscito sulle Malvinas. Si tratta di una narrazione antiepica. I Pichiciegos, gli armadilli, sono disertori sotterranei che hanno creato il proprio esercito. Il desiderio di disertare si insedia sottoterra, la stessa terra che significa sovranità nazionale. Promuovono la sopravvivenza clandestina, seppure con alcune regole (ci sono gradi e compiti specifici all’interno del gruppo, non anarchia); una consapevolezza esacerbata del corpo che necessita di cibo e riparo e patteggia con il nemico (qualsiasi causa è nemica, eccezion fatta per la sopravvivenza) per ottenere in cambio determinati utensili, invece di partecipare direttamente alla battaglia. Non sono eroi, bensì la loro parodia nella farsa della guerra che scatenano dal loro nascondiglio contro una morte che non si sazia della gloria. Indifferenti alla “giusta causa”, sono come gli animali che danno alla loro tribù l’ironico nome di battaglia: ciechi, goffi, timorosi e commestibili. Carne da macello. Fogwill farà riapparire l’unico pichi sopravvissuto nella periferia di Buenos Aires, trasformato in “un ex Malvinas di estrema destra”, legato al Modin – il partito guidato dall’ex golpista Aldo Rico – e al traffico di droga, uno dei tanti personaggi emarginati di Vivir afuera (1998).

In Historia argentina, di Rodrigo Fresán, pubblicato nel 1991, la guerra delle Malvinas è il tema di due racconti: La sovranità nazionale e L’apprendista stregone. Senza la profondità critica di Fogwill, quello offerto da Fresán è, perlomeno, un esempio di “malessere” generazionale. I personaggi di queste storie sono un soldato che va in guerra e uccide accidentalmente un gurka, un sergente chiamato Rendido, e un combattente che si arruola come volontario perché vuole consegnarsi agli inglesi e partire per Londra per vedere i Rolling Stones. La banalizzazione della guerra rivela fino a che punto il tema del conflitto sia estraneo adalcuni autori di quegli anni, i quali, tuttavia, non possono evitare di farvi riferimento.

Dalla tana maleodorante e segreta degli “armadilli” alla nave che trasporta l’“apprendista stregone” verso un viaggio fuori della storia argentina. Dall’emarginato all’assassino: in questi quindici anni la guerra è stata raccontata varie volte, come episodio romanzesco o come racconto autonomo. Citiamo alcuni titoli: Acerca de Roderer, di Guillermo Martínez; La flor azteca di Gustavo Nielsen; Arde aún sobre los años di Fernando López; Memorandum Almazán di Juan Forn; El desertor di Marcelo Eckhard; La causa justa di Osvaldo Lamborghini.

Autori del 62

Come Fresán, anche Gustavo Nielsen e Guillermo Martínez mandano sul campo di battaglia alcuni personaggi. Anche loro sono autori del ’62, la cosiddetta “generazione delle Malvinas”. Sia La flor azteca che Acerca de Roderer sono, in un certo senso, romanzi di iniziazione o di formazione, che i tedeschi chiamano Bildungsroman. La guerra fa parte di quell’esperienza, ma, curiosamente, non dell’esperienza dei  protagonisti, bensì dei loro migliori amici. Anche questa opzione  rivela una certa presa di distanza, non più ironica o farsesca, ma piuttosto scettica.

Un nuovo genere per la guerra: il thriller

Alla fine degli anni Novanta, l’epoca di Menem torna ad affrontare il tema della sovranità delle Malvinas, e ne fa un cavallo di battaglia. È un momento di gesti strani, addirittura ridicoli – come dimenticare gli orsetti che Di Tella voleva consegnare ai kelpers in segno di amicizia – con l’obiettivo di recuperare le isole. Lontano dalle testimonianze, e proprio lì dove avrebbe dovuto dominare la farsa, ha fatto la sua comparsa il crimine. È il dopoguerra, il tempo della politica.

In questa cornice, due autori offrono il loro contributo per raccontare la guerra, secondo nuove prospettive e con un genere comune, quello poliziesco: Carlos Gamerro con Las islas e Raúl Vieytes con Kelper.

Il romanzo di Gamerro ha ottenuto un riconoscimento speciale al concorso letterario del ministero della Cultura argentino per l’autore inedito. Gamerro iniziò il suo romanzo pensando di scrivere un thriller (primo, il genere) e finì per affrontare un tema che considera parte di una storia “personale”: “Non so  bene quando e perché mi sia venuto in mente di metterci le Malvinas. Tutto è iniziato come qualcosa di personale, e poi è diventato l’asse portante della trama. Le Malvinas hanno sempre suscitato il mio interesse. Sono del 1962” (dichiarazioni dell’autore pubblicate nel supplemento «Radar» di Página 12, il 17 gennaio 1999).

Il contesto argentino: “sembravano incredibili, viste dalla palude”

Impetuoso lungo le sue seicento e passa pagine, Las islas (Buenos Aires, Simurg, 1998) mette in scena la nuova geografia del potere in cui il soldato che ha combattuto ed è tornato dall’inferno, e che non vive della vendita di souvenir su treni e  autobus, come la maggior parte dei veterani delle Malvinas, né della magra pensione concessa dallo Stato, bensì delle sue abilità di hacker, addestrato a violare i sistemi di sicurezza più sofisticati. È inoltre in grado di progettare war games, così che qualche superiore nostalgico del trionfo mai ottenuto possa credere possibile la riconquista, sia pure in un ambito virtuale. Anche se alla fine il gioco, grazie al virus “Malvinas 140682”, restituisce la vittoria agli inglesi. La scena del crimine inizia a delinearsi quando Felipe Félix varca la soglia delle aziende di Tamerlán, un nazista rifugiatosi in Argentina, nel centro di Puerto Madero, la zona del fiume dove si ritrovano le personalità dello spettacolo e i politici, nel periodo in cui un porto, tradizionale roccaforte di magnaccia, prostitute e spacciatori di droga, può diventare un posto interessante per le classi abbienti e attrazione turistica per gli altri. Non è un dettaglio poco significativo la scelta di questo contesto come scena del crimine. Un luogo emblematico dell’Argentina postmoderna: due grattacieli gemelli (due, come le isole), a specchio, con una struttura interna di panottico sotto lo sguardo onnisciente del proprietario.

Tuttavia, si tratta altresì di un gioco architettonico di simulacri, dove l’imitazione e l’originale si confondono, i volti e i contorni delle cose si deformano. L’identità vacilla davanti a specchi infedeli. Oppure sono i suoi stessi contorni a vacillare? Da un piano di questi grattacieli spettacolari è stato gettato un uomo. L’assassino non è un mistero: si sa fin dall’inizio che si tratta di uno dei figli dell’imprenditore. Félix deve accedere agli archivi della Side per individuare gli eventuali testimoni del delitto con il proposito di pagare il loro silenzio. La ricerca determinerà la scoperta graduale di (diversi) cadaveri anonimi e assassini impuniti.

Sotto i grattacieli, la scenografia di cartone, rifugio di furfanti e barboni… e di qualche personaggio fondamentale per l’evoluzione del racconto. Rinnovamento della scena dell’epoca Menem: la Side all’interno di un centro commerciale, con un ufficio (di cartone pressato, come se si trattasse davvero di un set) sede di un centro di informazione strategico sulle isole. Vi lavora, sotto mentite spoglie (riciclato?) un ex comandante militare che combatté durante la guerra e per il quale Félix progetta i videogiochi di combattimento.

Scenario d’amore alla periferia della città: la casa di una donna sopravvissuta ai centri di detenzione clandestini, madre di due ragazze ritardate (Malvina e Soledad), concepite con uno dei suoi aguzzini. Un (altro) scenario di guerra: il corpo della donna (ironia della sorte, di nome Gloria), segnato dalle cicatrici procurate dagli strumenti di tortura e dai mozziconi di sigaretta.

Un’altra mappa, un altro scenario, come quello di quel corpo dolorante: quello del passato sul campo di battaglia. Il narratore è reticente: torna a ricordare, quasi stupito, i giorni di guerra, ma non solo (a malapena) quelli della guerra contro gli inglesi, bensì quella che i soldati della classe ’62/’63 hanno dovuto combattere contro i propri superiori, uomini della dittatura. La scena del ritorno lo riporta all’ospedale neuropsichiatrico pubblico, il Borda, dove i sopravvissuti, resi folli dai ricordi, si mescolano con i matti da legare.

La scena del crimine è la scena dalla memoria. Le isole possono trasformarsi in un modellino (quello di una torta per festeggiare il compleanno delle sorelline perdute durante una festa di patrioti cospiratori). Scenografia sentimentale (quella delle feste nazionali dell’infanzia, quella del racconto della sovranità) che si degrada in farsa. Ma che riporta, una volta divenuta dramma, al ricordo di un crimine, anche questo impunito, contro l’(in)subordinato. La guerra all’interno della guerra.

La scena del crimine sul fronte argentino dopo la guerra “reale” è quella che dà libero sfogo alla memoria e intreccia crimini, tempi e corpi, in una mappa popolata di tunnel, utensili e apparenze. Un luogo senza trincee in cui nascondersi né corpi uccisi da proiettili nemici.

I personaggi del romanzo di Gamerro, quasi al limite della verosimiglianza, acquisiscono uno status caricaturale. Las islas moltiplica spazi e personaggi, come se mirasse a raccontare tutto nei minimi dettagli. Il crimine funge da dispositivo per scoprire “il gioco dei prudenti”: un gioco in cui i corpi non si affrontano in un campo di battaglia dove le frontiere del nemico appaiono chiaramente delineate; né la lotta tra fazioni criminali. In questo gioco sono coinvolti politici, grandi imprenditori, militari, servizi segreti; lo stesso Stato benefattore dell’impunità criminale. L’hacker è un piccolo pezzo nell’ingranaggio della macchina che lo divora. Sebbene il personaggio abbia combattuto nella guerra “reale”, non è “questa” la guerra a cui l’autore è veramente interessato; piuttosto è quella che il critico Daniel Link sintetizza nella sua analisi del genere poliziesco: “Parlare del genere poliziesco (…) significa anche parlare dello Stato e del suo rapporto con la Criminalità, quella vera, e delle sue modalità di intervento, della politica e del suo rapporto con la morale, della Legge e di come viene applicata”.

Las islas va oltre: la narrazione non si limita alla logica dei fatti per dimostrarne la plausibilità. Il racconto del crimine innesca altre storie: quella della guerra stessa, quella del superstite della repressione, quella dell’origine non sancta di una disputa territoriale, quella di una favola non riuscita. Quella della sconfitta.

Le Malvinas costituiscono un dispositivo che permette di pensare alla guerra dopo la Legge del Punto final e gli indulti: proprio quando la giustizia si imponeva (o pretendeva di imporsi) una chiusura, un silenzio.

Se, con M. Bajtin, pensiamo ogni genere come una risposta a un tono dell’epoca, è possibile interpretare il rilancio del thriller verso la fine degli anni Novanta – e questo magnifico romanzo di Carlos Gamerro – come una chiave di lettura politica delle tensioni e delle violenze vissute dal paese durante gli anni di Menem. Una rivitalizzazione del genere che ha messo in discussione il predominio del romanzo storico. E che mette a confronto diversi tipi di retorica, come se si scatenasse una guerra anche nell’ambito del linguaggio. Il genere è un atto politico.

Il narratore crea la finzione, racconta il suo “passato” come una metafora, e lo spazio diventa un vettore. Nella “sua” guerra c’è solo immaginario. Il “reale” è ciò che non si può finire di raccontare. Per questa ragione ci sono iscrizioni, cicatrici, nel territorio (nella mappa) del corpo martoriato. Il corpo insepolto di queste guerre così nostre.

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