Il complotto mongolo

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Posso sempre essere smentito, ma credo che «El complot mongol» di Rafael Bernal (ora tradotto in italiano da Andrea Ghezzi e pubblicato dalla neonata casa editrice bolognese La linea con il titolo «Il complotto mongolo») segni, se non l’atto di nascita, perlomeno l’ingresso nella maturità del noir messicano. La prima edizione di questo romanzo risale infatti al 1969, cui ne sono seguite innumerevoli altre, fino a un tentativo di trasferire la storia in un fumetto. Apprezzabile dunque la decisione dell’editore italiano di far precedere il romanzo da una prefazione di Giovanni Gentile G. Marchetti, che inquadra questo libro di culto nel particolare contesto storico e letterario in cui è nato e fornisce preziose informazioni sulla vita dell’autore. Interessanti anche le quattro lettere degli eredi di Bernal, che contribuiscono a gettare luce sulla genesi del romanzo.
Rafael Bernal (1915-1972) ha avuto una vita nomade e piuttosto movimentata: studi di cinematografia a Parigi, un’attività di sceneggiatore in California, giornalista televisivo in Venezuela, e poi incaricato dal servizio diplomatico in Honduras, nelle Filippine, in Perù e in Svizzera. Ha scritto per la radio, la tv, il teatro e i giornali e ha pubblicato diversi romanzi di vario genere, fra cui un curioso esperimento di letteratura fantascientifica, Su nombre era muerte, del 1947.
«Il complotto mongolo», ambientato a Città del Messico, nel quartiere cinese affollato di sordidi bar e di fumerie d’oppio, ha per protagonista un poiziotto-sicario, Filiberto García, che «senza la pistola si sentiva nudo», incaricato di indagare su un complotto per far fuori nientemeno che il presidente degli Stati Uniti d’America, durante un viaggio nella capitale messicana. Sarà affiancato da un agente dell’Fbi e da uno del Kgb e sulla sua strada incontrerà una bella ragazza cinese, Martita, capace di fargli perdere la testa. Sullo sfondo, la corruzione della vita politica messicana, ritratta con il dovuto sarcasmo.
Qui trovate una recensione del romanzo.
Di seguito riproduciamo con il permesso dell’editore una lettera del figlio di Rafael Bernal.

di Rafael Bernal Cusi
Traduzione di Francisco e Chloé Bernal

I cambiamenti politici, sociali e culturali alla fine degli anni Sessanta sono stati un processo inevitabile in quasi tutti i paesi del mondo. In Messico, come in tanti paesi occidentali, questi mutamenti furono associati agli inizi della globalizzazione e all’introduzione nel mercato del lavoro dei baby boomers; ma la metamorfosi politica messicana fu assai più originale. L’invecchiamento del regime rivoluzionario, l’esigenza di libertà politica della classe media che prosperava grazie al miracolo messicano e infine le pressioni esterne legate al confronto Est-Ovest della guerra fredda contribuirono a portare un sistema apparentemente perfetto a un punto di rottura nell’ottobre del 1968.
Quasi fosse una fotografia di ciò che accadeva in Messico alla fine degli anni Sessanta, Il complotto mongolo mette a nudo una situazione politica che allora si muoveva dietro le quinte, i cui effetti erano impossibili da prevedere. Il libro ci trasporta in un mondo dove coloro che si appuntavano medaglie per i successi di una sanguinosa rivoluzione finita mezzo secolo prima, non ne erano in realtà i veterani. Si trattava piuttosto di professionisti vestiti in completo e cravatta, troppo giovani per avervi partecipato o esserne scampati: erano quelli rimasti sempre dietro a qualche scrivania. Attraverso il personaggio di Filiberto García possiamo vedere la distanza e la dissonanza fra quelli che lottarono durante la rivoluzione messicana versando il proprio sangue e chi la vinse, invece, grazie a traffici politici e a una pretesa democrazia.
In questo romanzo risalta anche la debolezza della “dittatura perfetta”, malgrado essa fosse al suo apice. Per comprendere bene il personaggio umano di García è necessario capire il leviatano che lo circonda. A distanza di anni possiamo affermare che il movimento studentesco del 1968 fu l’inizio della fine dell’epoca dorata del regime rivoluzionario in Messico. Ai tempi della pubblicazione di questo libro, poco dopo il massacro di Tlatelolco [Si riferisce ai fatti del 2 ottobre 1968, avvenuti nella piazza delle Tre culture a Tlatelolco (Città del Messico)]: le forze dell’ordine spararono sui manifestanti, causando centinaia di morti.era ancora impossibile pensare alla fine del PRI (Partido Revolucionario Institucional), che perse infine le elezioni presidenziali nell’anno 2000 dopo settant’anni di potere. Il sistema rivoluzionario era semplicemente troppo importante in tutti gli aspetti della vita nazionale. García, malgrado faccia parte del sistema, sa di appartenere a un’altra epoca, un’epoca che pur essendo stata più violenta era anche più libera.
Alle trame della politica nazionale si unisce l’inevitabile influenza della guerra fredda. Proprio nel momento in cui García sembra in condizioni di portare a termine qualunque compito gli abbiano affidato i suoi poco rispettabili superiori, gli si presenta un caso che sconvolge completamente il suo equilibrio. L’idea della guerra fredda non era propria del Messico, essendo molto lontana dalla sua ideocrazia. Il sistema giuridico messicano era senza dubbio di sinistra, nonostante il Messico si muovesse fra la sfera d’influenza degli Stati Uniti e il movimento dei paesi non allineati. Le relazioni con Cuba erano più che amichevoli, ma sempre con il rischio di appoggio da parte di Cuba a movimenti guerriglieri nel paese. Il Messico era una nazione che, indipendentemente dell’ideologia perseguita internamente, promulgava una politica estera basata quasi esclusivamente sul mantenersi libera da influenze estere.
Paradossalmente, questa dualità si rispecchia nella personalità culturale del messicano, che ama vantare un’incomparabile ospitalità. In Messico non viene mai detto “no”. García sembra immune a tutto questo, ma tramite la sua esperienza con Martita dimostra di essere tanto messicano quanto i laureati che lo comandano.
Il complotto mongolo è conosciuto come uno dei polizieschi messicani più importanti, benché in svariate occasioni sia stato detto che non rientri in questo genere; secondo tali voci il libro sarebbe un thriller di spionaggio ambientato nel contesto della guerra fredda. Ma nonostante ciò, lo si può considerare come un riflesso di quello stesso senso nazionalista messicano così abilmente esposto nel romanzo. Non vi è dubbio che in esso si trovino tutti gli elementi di un vero racconto giallo, conditi da una contestualizzazione politico-storica poco comune nel genere. Ed è proprio questo utilizzo della realtà che fa del Complotto mongolo qualcosa di più di un semplice thriller, rendendolo tanto entusiasmante anche dopo quarant’anni dalla prima pubblicazione.
Grazie allo sviluppo dei personaggi e a un ritmo rapido, il risultato è un libro dalla lettura veloce e avvincente. Ma il lettore che scavi più a fondo sarà in grado di trovare parallelismi fra i personaggi dell’alta politica del racconto e quelli storici dell’epoca. L’autore dovette essere molto abile e cauto, dato il suo incarico nel corpo diplomatico messicano, nel momento in cui scrisse il romanzo. Fece attenzione a non menzionare mai nomi o cariche che potessero essere identificati nella vita reale. In fin dei conti, il libro è un’opera di finzione. Solo il suo successo ci dice quanta realtà fosse in esso contenuta.

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