John Updike

Paradiso perduto: leggere (finalmente) John Updike

Meghan O'Gieblyn BIGSUR, Recensioni, Scrittura Lascia un commento

Una rilettura di Coppie, il classico di John Updike del 1968. L’articolo è apparso originariamente sulla Los Angeles Review of Books; ringraziamo l’autrice e la testata.

LARBentireforweb

di Meghan O’Gieblyn
traduzione di Davide Trovò

Come tante altre donne diventate maggiorenni con l’inizio del nuovo millennio, fui messa anch’io in guardia da John Updike non appena mi ci imbattei. Nel 1997 c’era stato David Foster Wallace che, in una recensione, aveva reso popolare l’epiteto (attribuito a un’amica): «Solo un pene con un gran vocabolario». La scrittrice Emily Gould, poi, l’aveva inserito tra i «misogini della metà del secolo» – un pantheon che annoverava tra gli altri Roth, Mailer e Bellow. E, in modo forse ancora più memorabile, c’era stata la romanziera e saggista Anna Shapiro, secondo la quale i romanzi di Updike facevano sperare alla lettrice «che nella vita reale gli uomini, dentro di sé, non ti vedessero così – come una raccolta di organi sessuali mozzafiato il cui possesso ti condanna ad avere gusti e interessi risibili».

Al tempo in cui cominciai a leggere, questo genere di lamentele era tanto diffuso che non mi ci volle niente a bocciare la sua opera in toto. Sarebbe bellissimo potermi inventare una cerimonia sororale in cui appoggio la destra su La politica del sesso e giuro solennemente di rinunciare a lui ma, in verità, la decisione crebbe per gradi, e i miei motivi erano più banali. Le critiche che avevo letto facevano apparire la sua scrittura noiosa. Al mondo c’erano troppi buoni libri per sprecare tempo su una prosa viziata dall’ego e ripudiata senza mezzi termini dagli scrittori che ammiravo, perciò ogni volta che mi si presentava l’occasione di leggere un nuovo autore, sceglievo altro.

Immagino che in un’altra epoca mi sarei sentita in colpa per non aver letto un autore consensualmente riconosciuto come uno dei più grandi scrittori di prosa di sempre. Ma ignorarlo mi è riuscito di una facilità incredibile. Avevano eliminato il suo nome dai programmi del college, rimpiazzandolo con Paula Fox, Joan Didion e James Baldwin. I suoi veri estimatori, quegli sparuti gruppi che ancora c’erano, parevano chiusi in loro, restii a consigliarlo. Una volta, alla specialistica, mi lagnai con un professore che al mondo c’erano troppo pochi romanzi con dialoghi plausibili. Lui mi suggerì alcuni autori, e io da brava ne annotai i nomi. Poi s’interruppe, come per pensarci su, e con una smorfia aggiunse: «E, mi tocca ammetterlo, anche Updike». Solo più tardi quel giorno, mentre cercavo una copia di Corri, Coniglio alla biblioteca civica (l’aveva già preso in prestito qualcuno), mi sovvenne che il professore aveva la stessa aria imbarazzata dei miei compagni delle superiori quando riconoscevano che in effetti da Hooters le alette di pollo erano ottime.

Quest’anno sono andata in vacanza in Florida e ho alloggiato in un complesso di villette di metà Novecento, a quattro isolati dalla spiaggia. L’appartamento aveva pavimenti alla veneziana, finestre a persiana e una cucina corredata di quegli elettrodomestici abbinati color turchese che la GE produceva negli anni Cinquanta. Sembrava di stare in un episodio di Mad Men. Nel giardino sul retro, vicino alla piscina, c’era una credenza per il bucato piena di libri lasciati dai precedenti inquilini. È stato lì, in mezzo a uno scaffale stipato di titoli in rilievo di Dan Brown e John Grisham, che ho scovato una prima edizione di Coppie. Sulla sovraccoperta campeggiava uno schizzo dell’«Adamo ed Eva dormienti» di William Blake, inondato di turchese – lo stesso azzurro clorurato della piscina e di quegli elettrodomestici vintage. Forse è stata l’aria tropicale ad ammansire le mie difese e a riportarmi alla mente la promessa di quella prosa brillante di cui avevo tanto sentito parlare. Ho deciso che era il momento di soddisfare quel vecchio prurito.

Coppie uscì sul finire degli anni Sessanta, ma la storia comincia nei primi anni del decennio. Piet, il protagonista, è un imprenditore edile di trentacinque anni che abita assieme alla famiglia in una località fittizia del Massachusetts chiamata Tarbox, un vecchio paese di pescatori che comincia a essere colonizzato da giovani coppie di bianchi anglosassoni attratte dal suo fascino decadente. Il punto di vista narrativo spesso svia da Piet per insinuarsi promiscuamente nella cerchia di coppie che passano le tante ore di ozio a giocare a tennis, a dare feste e a riparare le vecchie case in legno. Ecco il contesto sociale tracciato da Updike: «Appartenevano a quella frazione della loro generazione, a sua volta appartenente al ceto medio superiore, che, tiepidamente, si ribellava contro l’isolamento e la coerenza con cui i ricchi avevano mantenuto i loro privilegi e le loro abitudini durante gli scompigli della depressione e della guerra mondiale». Queste tiepide ribellioni non hanno natura politica, bensì estetica.

Tenuti lontani dai loro genitori da balie e tutori e «aiuti», personalmente avrebbero finito col preferire famiglie numerose e affiatate, avrebbero finito col cambiare pannolini con le loro mani, fare da sé i piccoli lavori di riparazioni in casa, curare il giardino e spalare la neve, il tutto nella convinzione di giovare alla salute. Scarrozzati da autisti in nere Packard e Chrysler da bambini, da adulti guidavano auto di seconda mano in una varietà di colori vivaci; mandati presto in esilio in collegi, avevano deciso di usare e approfittare delle scuole pubbliche del posto. Avendo sofferto nei matrimoni rigidi e nelle compunte evasioni dei loro genitori, avevano cercato di sostituire lo schema della fedeltà sostanziale in una matrice di camerateria disinvolta e aperta tra coppie. Alle formalità del country club sostituirono la poca formalità di un circolo di amici e la partecipazione a tutta una serie di feste e di giochi. […] Dovere e lavoro cedevano il passo, come ideali, alla verità e al divertimento. La virtù non era più cercata nel tempio o nell’agorà ma a casa, a casa propria e a casa dei propri amici.

Il brano mi ha subito ricordato le pagine iniziali di Libertà di Jonathan Franzen, in cui un contingente di esuli suburbani bianchi colonizza un quartiere centrale non ancora gentrificato allo scopo di «reimparare certe abilità che i loro genitori avevano cercato di disimparare proprio fuggendo nei quartieri residenziali». Forse è comune a tutte le generazioni borghesi vedersi in questi termini pragmatici. Nelle descrizioni di Updike, al di sotto dei dettagli ormai antiquati, si trovano indubbi echi della mia generazione, le cui tiepide ribellioni comprendono preparare lo yogurt greco da zero e costruire casupole di legno riciclato.

I residenti di Tarbox, però, sono anche immancabili figli del loro tempo, un’epoca incuneata tra l’esplosione della psicoanalisi e la rivoluzione sessuale. Il piacere sovversivo provato nello spalare il vialetto di casa e nel passeggiare in giardino è presto soppiantato da svaghi di carattere carnale. Relazioni segrete si evolvono in più trasparenti sperimentazioni di scambio di coppia, e presto la matrice di matrimoni aperti si fa talmente intrecciata che diventa complicato stare dietro a chi va a letto con chi. Le donne cominciano ad andare dall’analista, gli uomini sono in fissa per il saggio di Freud del 1920 Al di là del principio del piacere – e tutta la sperimentazione sessuale è possibile grazie all’invenzione dei contraccettivi orali. La prima volta che Piet tradisce la moglie con l’amica Georgene, l’amante risponde alla sua ansiosa domanda sulla contraccezione con una risata serena. «Benvenuto», dice lei, «nel paradiso della pillola».

Nell’ambito della sperimentazione, per quanto le donne del romanzo non manchino di iniziativa sessuale, lo squilibrio di potere è palese. Perfino quando sono loro stesse a iniziare una relazione, le donne non ne hanno mai il controllo; sono gli uomini a dettare i termini e a decidere invariabilmente quando e come farle finire. Le donne, non di rado, sono costrette a ricorrere al sesso come valuta – in cambio di vendetta o di uguaglianza – e, quando necessitano di abortire in segreto, devono ricompensare la prestazione medica con atti libidinosi. Sebbene il libro non parteggi tanto per le donne, la realtà della loro condizione è restituita con occhio attento, attraverso personaggi convincenti sul piano emotivo. Per quel che conta, il libro non dà a credere che lo scambio di coppia – al tempo ancora definito «adulterio» – giovi in eguale misura a tutte le parti.

Ciononostante nel libro c’è parecchio che vale ad Updike la sua attuale reputazione: donne che pensano come nessuna donna mai farebbe («Aveva voluto dare un figlio a Ken, concepirne i meriti nel suo grembo»); conversazioni tra donne che superano il test di Bechdel – cioè, in breve, far parlare due donne di qualcosa che non sia un uomo – solo perché incentrate sulla ristrutturazione della casa; e una serie di metafore inquietanti («Lottò contro di lei come può lottare una donna stuprata, per rendere l’atto più intenso»). Sono molti i passi in cui il talento prodigioso di Updike nell’arte della prosa si concentra sugli effetti che la gravità ha sul corpo femminile. Nessuno è in grado di descrivere il declino del corpo di una donna meglio di Updike. Tanto clinico e impassibile è il suo sguardo da riuscire ad attirare l’attenzione su segni dell’invecchiamento che nemmeno io – in quanto donna – ho mai considerato. A proposito di Angela, la moglie di Piet, Updike scrive: «L’età aveva attaccato soltanto la linea, morbida, della mascella e delle mani, dal dorso nervoso e le punte delle dita arrossate».

Alla sua pubblicazione, nel 1968, il libro valse a Updike una copertina di Time e fece esplodere una forte preoccupazione sui sempre più disinibiti costumi sessuali del paese. Pare aver catturato quel periodo fugace in cui lo scambio di coppia non era ancora una scelta di vita e sembrava, invece, una sorta di rivelazione – come qualcosa da farsi di continuo e privo di conseguenze spiacevoli. Il romanzo è stato spesso accostato a Lamento di Portnoy di Philip Roth, ma l’analogo più immediato è probabilmente il film Bob & Carol & Ted & Alice, uscito l’anno dopo la pubblicazione di Coppie, e che racconta la storia di due coppie di Los Angeles desiderose di sperimentare il matrimonio aperto. Così come i trentenni del film, anche gli abitanti di Tarbox, nel momento in cui il paese si spacca in due, sono troppo vecchi per saltare sul carrozzone psichedelico e troppo ben sistemati per sviluppare una qualsivoglia immaginazione politica. Piuttosto fanno del sesso un lenitivo spirituale, un modo per tenere a freno la paura della morte. «Il libro, naturalmente, non riguarda il sesso in quanto tale», spiegò Updike in un’intervista. «Riguarda il sesso in quanto religione emergente, in quanto unica cosa rimasta».

Quel che più mi ha affascinato in Coppie, però, è il senso di fatalità che soggiace all’orgia. Per tutto il libro Piet soffre di incubi. In uno sogna di essere su un aereo che sta per schiantarsi. Sente sobbalzare la cabina e si aggrappa al sedile mentre «la tenda di separazione dello scompartimento di prima classe si gonfiava». In un altro s’immagina assopito su di un lago ghiacciato prossimo al disgelo: «Pesante come piombo, giacque su ghiaccio sottilissimo». Date le preoccupazioni tematiche costanti di Updike, non è difficile intuire a quale oscurità preludano questi sogni. «La morte gli si stendeva sotto, infinita», constata Piet al risveglio. Ma il romanzo è troppo imbevuto di teorie freudiane perché si possa prendere alla lettera il simbolismo di queste visioni. Thanatos, dopotutto, è un dio dalle molte facce. C’è un altro tipo di morte, che corrisponde alla castrazione. («L’aereo s’era tuffato», fantastica Piet ricordando il sogno, «e lui era rimasto senza risorse, senza chiesa, senza coso».) E c’è il tipo di morte che ha valore sociale, una perturbazione del coriaceo sistema patriarcale bianco dal quale è sbocciato l’idillio.

Verso l’inizio del romanzo si verifica una situazione strana tra Piet e uno dei suoi operai edili, «un negro», con cui Piet una mattina attacca discorso in un cantiere. Lui gli chiede se per caso durante gli scavi si è imbattuto in qualche tomba indiana, e l’altro conferma di aver dissotterrato alcune ossa qua e là. Quando Piet gli chiede cosa fa quando le trova, l’operaio risponde: «Tiro avanti», un’ammissione che a Piet suscita ilarità: «Rise, lui, Piet, sentendosi sollevato, perdonato, coccolato e abbracciato da un qualcosa di umano giunto da grande distanza, immaginando dietro le parole dette con indifferenza una filosofia, una vita notturna». Vedendo che l’altro non ride assieme a lui, Piet rimane basito. «Ma le labbra del negro rimasero impassibili, come per dire che per la sua razza la risata non sarebbe più servita da dono propiziatorio».

L’episodio lo turba. Più tardi ne parla con l’amante, definendolo una «mortificazione», anche se «non riuscì a localizzare con esattezza la causa della sua depressione». È altrettanto turbato dalla noncuranza di Georgene riguardo al sesso, e ricorda le sue parole sul «paradiso della pillola» in diversi punti del romanzo, quasi fossero il presagio di un futuro incerto. Tarbox sarà forse un paradiso, ma nel giardino c’è un serpente e oltre i suoi lussureggianti confini monta una bufera.

Le donne di Tarbox, infatti, acquistano una maggiore consapevolezza politica a mano a mano che la storia si snoda lungo la prima metà del decennio. Molte mogli aderiscono al Fair Housing Committee; altre, in preda all’alcol, nelle ore piccole in cui scemano le feste scatenano liti sull’integrazione scolastica. Ma a Piet, come ad altri uomini in città, quelle crociate risultano noiose. «La politica annoiava Piet», ci dice il narratore. Sua moglie se lo trascina dietro alle riunioni civiche, e lui sta ad ascoltare passivamente i concittadini che discutono l’ordine del giorno, rabbrividendo mentre le loro facce «erano sollevate speranzose verso le stelle affatto immaginarie». Dal canto suo Piet prova quell’estasi celestiale solo nel rifugio della camera da letto. Oltre a colmare la lacuna lasciata dalla religione, all’interno dell’universo morale del romanzo il sesso viene vissuto come un surrogato dell’impegno civico.

Piet, tuttavia, non s’accorge di come anche il sesso vada assumendo connotati politici. Ha motivo di essere turbato dal benvenuto che gli dà la sua amante in quel paradiso incerto. Se con i contraccettivi all’avanguardia le donne sposate sono più propense a venire a letto con te, allora anche tua moglie (come presto scopre Piet) è più incline a infilarsi nel letto degli altri. Significa inoltre che le donne possono decidere di non sposarsi, di non avere figli, rovesciando così l’intera religione borghese. L’utopia privilegiata di Tarbox, dopotutto, dipende non soltanto da un costante afflusso di sesso, ma anche da mogli disposte a cambiare pannolini con le loro mani e cucinare agnello arrosto con gelatina alla menta per quattordici persone.

L’anno dopo il debutto di Coppie, Kate Millett pubblica La politica del sesso, che sottolinea come le relazioni sessuali nei romanzi di D.H. Lawrence, Norman Mailer e Henry Miller sono pervase da ideali patriarcali. Gli anni Settanta avrebbero fatto largo a una nuova ondata di critiche femministe – stando a Mailer: «le donne con le loro fiere idee» – che hanno problematizzato in via definitiva il dominio di quei pochi eletti un tempo reputati i Grandi Scrittori Maschi. I romanzi successivi di Updike avrebbero combattuto lo spettro delle critiche femministe con maggiore consapevolezza, in particolar modo la parabola satirica Le streghe di Eastwick (romanzo del 1984 che Updike ammise di aver scritto animato dallo sciovinismo) e il più problematico seguito.

È difficile immaginare che Updike, scrivendo Coppie, avesse chiaro l’impatto che i movimenti per i diritti civili o per i diritti delle donne avrebbero avuto sulla cultura, e men che meno l’impatto della propria eredità artistica. In fin dei conti, il romanzo non s’interessa in primo luogo di quegli sconvolgimenti, e Updike nelle interviste non diede mai a intendere che il senso di premonizione del romanzo volesse simboleggiare qualcosa di diverso dalla morte. Ma i romanzi non sono mai atti di volontà assoluta – così vuole la «fallacia intenzionale». Si può dire, in effetti, che il possesso di un ego smisurato nasconde ancor di più allo scrittore la propria vulnerabilità, rendendo così la scrittura più permeabile a quel genere di inquietudini alle quali, nonostante la vastità del suo vocabolario, lo stesso Updike stentava a dare un nome. Malgrado Coppie, come tutti i grandi romanzi, possa essere (ed è stato) letto in una marea di modi, lo si può considerare, tra tutti, la testimonianza delle paure di un uomo riguardo ai limiti del proprio dominio – il sorgere della premonizione che il paradiso è fragile, e che lui finirà col perderlo.

© Meghan O’Gieblyn, 2016. Tutti i diritti riservati.

Meghan O’Gieblyn, scrittrice, risiede nel Michigan. Nel 2016 ha vinto il Pushcart Prize, e i suoi saggi e recensioni più recenti sono apparsi su The Guardian, Oxford American, The Point, Guernica e Boston Review.

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