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Testo a fronte: Fernando Velázquez Medina

redazione Scrittura, SUR, Traduzione Lascia un commento

Martedì per noi significa Testo a fronte: è il giorno dedicato a traduttori e traduzioni. Pubblichiamo oggi un estratto di Ultima rumba all’Avana del cubano Fernando Velázquez Medina, tradotto da Marino Magliani per il canneto editore.

Última rumba en La Habana
di Fernando Velázquez Medina

El día que maté a Juan el Muerto, que lo volví a matar, el aire tenía una consistencia caliginosa tan adicta como algunas visitantes asiduas al solar de Ángeles, esa casa solariega trocada hoy, ahora, en su propia excrecencia. Mi abuela Fe decía, sentada en una recia mecedora que soportaba, impasible, sus trescientas cincuenta libras, decía que esas mujeres eran de ampanga, palabra que aún hoy no he logrado definir nítidamente, pero sospecho con desgana un significado oscuramente salaz.Ese verano en que el Muerto volvió a morirse, el zaguán del solar resultaba tan cálido que recordaba al infierno cantado por Benny Moré – ese calor de infierno / que me abrasa la frente – y se confundíaen mi mentecon los rumores de su agonía.

Sentada en la escalera de madera semi podrida que asciende hasta las cuatro piezas donde vivían mis padres, abuelos y tíos, memorizaba al Bárbaro entrando al solar en compañía de tío Junio y sus ecobios Cuquito y Carlos Embale, los vecinos de enfrente. De enfática risa, alto, todos los hombres suelen ser altos en nuestra infancia, con la pasa planchada, se había mostrado en el cine mediante una difusa película mexicana y las mujeres andaban bobitas detrás del negro. ¡El Bárbaro del Ritmo! ¿Cómo se pudo morir un tipo así?

Sigo sentada y veo, de veras, entrar a mi tío: pero viene solo, de cargar y descargar sacos de chícharos de los barcos y estibarlos en las bodegas de los almacenes. Todavía los ñáñigos controlan los muelles; son más fuertes que la madre de los tomates. Mi tío pasa, me toca la frente y dice: en boca cerrada… y   sigue su camino por la escalera.

Regreso esa tarde de muerte, pues, a pensar en las musarañas, vuelvo a pensar en el Benny; Bonito y sabroso bailan el mambo las mejicanas. En las películas de Tin Tan salen las mejicanas bailando el mambo bastante bien pero nunca como las negras de Jesús María, esas culonas: ¡a gozaaá!, grita el Benny, ¡a gozaaá! y los hombres señalan a una mulata blanconaza que tiene el maletero atestado de carne… ¡Asesina, acaparadora! le dicen bajito. Y: te estás pudriendo de buena. Ella ríe y las carcajadas se oyen en la catedral. Sigue remeneando el culo, las caderas, el nalgatorio envuelto en un pantalón adornado de flores traseras; otro entonces, con cara de necesidad apremiante, le pide prestado el jardín ése, el rosal de allá atrás, por un ratico mami, total, él se lo va a devolver en un ratico, sólo lo quiere para regarlo.

Un tipo de ampanga.

La mujer que entra al solar también debe ser de ampanga. Parece que la atrae el cuarto de Juan el Muerto, pienso y siento un pálpito leve, como de carrera perdida, sin embargo sus ojos distraídos me ven a un costado del patio, sentada en el mismo peldaño donde solía hacerlo su hijo. Ella es la madre de Delfin, la delfina madre, músculos bajo la piel dorada, sin los rollos de grasa que exhiben la mujeres, como Cuca, la mujer de mi tío, que no es gorda pero tiene salvavidas de grasa en la barriguita y las tetas pesadas, según abuela de tantas chupeteadas que le han dado los cinco hijos, y las que le da mi tío, digo yo.

La madre delfina a Singapur. Toda ella es una escenografía, que me ignora olímpicamente – olimpiada de desaires – me da la espalda y, mirando arriba, a la retahíla de tubos y tablas podridas que soportan el suelo de la sala de mi abuela, se dirige a la escala, como la que usan los pigmeos africanos, por donde se sube a la barbacoa de Cuca.

Cuca le dicen a la querida de tío Julio, que primero no, luego quién sabe. Esa era Fé, diz que no le gustaba porque la mujer se había dedicado, una era, a servir en alma y cuerpo, sobre todo en cuerpo, a los parroquianos del bar Luis, el de la esquina de Ángeles y Gloria.

El agujero engulle a toda la mujer y aún sigo viéndola en mi memoria jugando al tenis con Delfín, ambos vestidos de blanco: de blanco los zapatos, de blanco los shorts, blancas medias y pullovers blancos sobre la piel blanca que se va dorando bajo los rayos del sol, madurando la piel que se pone del color del pan crujiente, un color que no voy a olvidar nunca, mirados por Fabián que lleva una raqueta bajo el brazo, también de blanco él, siempre de blanco, como si no se cansara de la albura continua del uniforme y quisiera llevarlo consigo hasta cuando viste de civil. Años después vi la misma escena en la película El Jardín de los Finzi Contini, y lloré como una idiota recordando cómo había matado a un hombre por esa extraña familia de la nueva clase, aunque yo esas cosas entonces no las sabía. Una, a pesar de todo, tiene momentos de debilidad.

Ultima rumba all’Avana
traduzione di Marino Magliani

Il giorno che ho ammazzato Juan el Muerto, il giorno che l’ho fatto fuori una volta per tutte, l’aria aveva una consistenza caliginosa, appiccicaticcia, come certe visitatrici abituali della casa di calle Ángeles, quella casa antica che, a furia di ingrandirsi, oggi non è più la stessa. La nonna Fé, seduta su una robusta sedia a dondolo che sopportava impassibile le sue trecentocinquanta libbre, diceva che quelle erano donne toste, termine che non sono mai riuscita a comprendere del tutto ma, senza impegnarmi troppo, sospetto che abbia un significato occulto e salace.L’estate in cui el Muerto morì per sempre l’atrio era così rovente che faceva venire in mente l’inferno come lo cantava Benny Moré – quel calore d’inferno / che mi brucia la fronte – e nella mia mente si fondeva con i rumori dell’agonia.

Seduta sulla scala di legno mezzo marcio che saliva alle quattro stanze dove vivevano i miei genitori, i nonni e gli zii, ricordavo come il Barbaro faceva i suoi ingressi in compagnia dello zio Julio e dei suoi accompagnatori Cuquito e Carlos Embale, che stavano di casa lì di fronte. Aveva una risata enfatica, il negro; era alto (tutti gli uomini sembrano alti quando siamo bambini), con i capelli stirati; era comparso in un film messicano di un certo successo e le donne impazzivano per lui. Il Barbaro del ritmo! Come poteva morire un tipo così?

Resto seduta e vedo mio zio che arriva, lo vedo davvero; ma è da solo, ha appena finito di caricare e scaricare sacchi di piselli dalle navi per stivarli nelle cantine dei magazzini. I ñáñigoscontrollano ancora il giro dei moli, sono più tenaci della gramigna. Mio zio passa, mi tocca la fronte e mi dice: acqua in bocca… e va su per la scala.

Torno a quel pomeriggio di morte, dunque. Penso ai topiragno, e a Benny: buonito y sabroso,così è il mambo come lo ballano le messicane. Nei film di Tin Tan lo ballano mica male, ma mai come le negre del quartiere Jesús María, quelle culone: «Divertiamoci!», grida Benny, «divertiamoci!», e gli uomini si indicano l’un l’altro una mulatta che dà più sul bianco che sul caffellatte e ha il bagagliaio pieno di carne… «Assassina», le bisbigliano, «ladra di cuori!». E anche: «sei bbbona da morire!». Lei ci ride su e le sghignazzate si sentono fino alla cattedrale. Continua a dimenare il culo, i fianchi, le natiche avvolte in un paio di pantaloni adorni di fiori sul didietro; e un altro, che ha una necessità impellente scritta in faccia, le chiede in prestito quel giardino, il roseto posteriore, solo un momentino, bella, e promette di ridarglielo al più presto: lo vuole solo per innaffiarlo.

Un tipo tosto.

Anche la donna che entra in casa deve essere tosta. Sembra attratta dalla stanza di Juan el Muerto, penso, e sento un palpito lieve, come quando ti colgono in flagrante, ma i suoi occhi distratti mi vedono in un angolo del patio, seduta sullo stesso gradino dove si sedeva sempre suo figlio. È la madre di Delfín, la delfina madre, che sotto la pelle dorata ha i muscoli sodi e non i rotoli di grasso che mettono in mostra quelle come la Cuca, la donna di mio zio, che non è proprio cicciona, ma ha dei salvagente di grasso intorno alla pancia e le tette pesanti. Dice la nonna che è per via delle succhiate che le hanno dato i suoi cinque figli. E quelle che le dà lo zio, dico io.

La delfina madre, neanche venisse da Singapore, è tutta una messa in scena. Mi ignora olimpicamente – un’olimpiade di maleducazione – mi volta le spalle e, guardando all’infilata di tubi e tavole marce che reggono il pavimento della sala di mia nonna, si dirige alla scala (sembra quella che usano i pigmei africani) che porta su al soppalco della Cuca. Cuca è il soprannome della donna di mio zio Julio, che adesso no, ma domani chi lo sa. Questo pensava Fé. A lei la Cuca non piaceva perché si era dedicata anima e corpo (è una sola e non poteva mica dividersi), ma soprattutto corpo, ai parrocchiani del bar Luis, quello che sta all’angolo di Ángeles e Gloria.

Il buco buio inghiotte la donna, ma io continuo a vederla nella memoria mentre gioca a tennis con Delfín, vestiti di bianco tutti e due: bianche le scarpe, bianchi i pantaloncini, calze bianche e pullover bianchi sopra la pelle bianca che si va dorando sotto i raggi del sole e matura fino a diventare colore di pane croccante, un colore che non dimenticherò mai. C’era Fabián a guardarli, con una racchetta sotto il braccio, vestito di bianco anche lui, sempre di bianco, come se non si stancasse dell’eterno biancore dell’uniforme e volesse portarlo con sé anche quando era in borghese. Anni dopo vidi la stessa scena nel film Il giardino dei Finzi Contini e piansi come un’idiota ricordando di aver ucciso un uomo per via di questa strana famiglia della nuova classe emergente, ma io all’epoca non sapevo niente di queste cose. Al di là di tutto, una ha pure i suoi momenti di debolezza.

1. Scaricatori di porto neri del porto dell’Avana riuniti in una società segreta. [N.d.T.] 2. Elegante e gustoso. [N.d.T.]

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