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La mia vita nel mondo dei romanzi rosa

Kayleigh Hughes BIGSUR, Editoria Lascia un commento

Questo articolo è stato pubblicato originariamente su Catapult e viene qui riprodotto per gentile concessione dell’autrice e della rivista.

di Kayleigh Hughes
traduzione di Daniela De Lorenzo

Da qualche parte nel mercato virtuale degli ebook esiste una storia di amore, angeli e sesso perverso che mi menziona nei ringraziamenti finali. Lo fa perché sono stata io a curarne l’editing. Nell’arco di un anno, dopo un diploma universitario in lingua e letteratura inglese, avrò letto qualcosa come trecento romanzi erotici di questo tipo, lavorando come editor per una casa editrice del settore.

«Gli stage nelle aziende tech sono sempre un rischio. La letteratura erotica è più sicura». È così che giustifico il fatto di aver accettato, appena uscita dal college, un lavoro full time come editor di romanzi rosa anziché l’altra posizione che mi era stata offerta: uno stage retribuito di tre mesi in una start up tecnologica, che «avrebbe potuto» trasformarsi in un impiego a tempo pieno. Entrambe le offerte di lavoro mi sono arrivate il giorno della consegna dei diplomi, suscitando un pianto liberatorio in mia madre. Aveva preso un sacco di antidolorifici perché era molto malata. Le avevano permesso di uscire dall’ospedale per la cerimonia ed era preoccupata per il mio futuro. Il diploma di laurea significava che non avrei più potuto lavorare come writing consultant presso il centro di scrittura del college e sembrava che tutti quelli che conoscevamo non vedessero l’ora di dirci quanto fosse impossibile trovare lavoro con una laurea come la mia. Quella era la dimostrazione, per lei e per me, che me la sarei cavata e avrei potuto badare a me stessa, anche se i miei non avevano i mezzi per aiutarmi.

L’ufficio della start up tecnologica, pur trovandosi all’interno di un autentico complesso di uffici in centro, era poco più grande della stanzetta in cui ero andata ad abitare, in una casa che condividevo con due sconosciuti trovati su Craigslist. Quella stanza prevedeva un affitto da pagare e il contratto di locazione, a differenza dello stage in azienda, non era di «tre mesi con la possibilità di trasformarsi in qualcosa a lungo termine». Perciò ho optato per quella che agli occhi di molti sembrava una scelta buffa e scandalosa ma che in realtà, per come la vedevo io, era la più pragmatica: un impiego a tempo pieno in un settore solido con lo stipendio poco allettante di dieci dollari l’ora, un timbracartellini elettronico simile a quello che usavo quando lavoravo da Hometown Buffet, e la possibilità di tuffarmi fin da subito nell’editing di libri interi.

Da editor neofita un po’ mi aspettavo che tutto quello che avrei letto mi sarebbe piaciuto – storie di sesso! il mio argomento preferito! – ma d’altra parte temevo di trovare invece un mucchio di robaccia da dilettanti, come amano dipingerla certi nobili fautori della letteratura alta. Come in tutte le cose, la realtà dei libri in sé – come anche il processo di editing e i dettagli relativi alla fiorente comunità che permette a quest’industria di andare avanti a tutta birra – era molto meno categorica. I paradossi del mondo degli ebook erotici sono tanti e di varia natura.

L’ufficio non traboccava di vibratori, fruste e donne con addosso cinturini da bondage. Eravamo un gruppetto tranquillo e, radunati intorno a postazioni con dieci o dodici monitor, sembravamo più liceali a un corso d’informatica che non gli arbitri delle fantasie sessuali più disparate. Eppure il nostro era un lavoro NSFW, la nostra cronologia internet a dir poco scandalosa. E mentre verificare la marca di un certo dilatatore anale era una pratica di routine, io le mie belle scariche di adrenalina me le procuravo da trasgressioni «contro il sistema» del tipo leggermi due pagine di Jezebel.

Alla gente interessa sapere se i redattori di libri erotici si eccitano con il materiale che leggono per lavoro. La risposta è, per quanto mi riguarda, molto raramente. Non tutti hanno gli stessi gusti in materia di sesso, e la quantità di contenuti espliciti richiesti (contavamo le parole come «cazzo» e «fica» per essere certi che venissero usate a sufficienza) ha finito per rendermi piuttosto fredda e impassibile. Da quello che so dai miei colleghi, la loro esperienza in questo senso è stata simile alla mia. Il nostro compito non era eccitarci, bensì migliorare quei libri affinché potessero far eccitare i lettori paganti. Ed è quello che facevano.

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Per le donne che non si sentono a proprio agio con altri elementi della cultura sessuale come il porno – o che non lo trovano eccitante – i romanzi erotici garantiscono un certo appagamento sessuale e tutta una serie di altri vantaggi, in modo sicuro e generalmente discreto, attraverso un mezzo di comunicazione che sa cosa vogliono e che invece di giudicarle lo celebra insieme a loro. La proliferazione dei tablet ha favorito la crescita del settore e ha permesso alle donne di rivolgere un allegro «fanculo» allo stressante timore che qualcuno le veda quando comprano, leggono, o semplicemente possiedono uno di quei grossi volumi lussuriosi.

Ho soprattutto scoperto che gli ebook erotici offrono una possibilità di scelta e di controllo a ogni livello. I libri sono classificati nel modo più preciso possibile, in base alla lunghezza, al genere, al tipo di relazione, al lieto fine (nel suo significato convenzionale, ovvero matrimoni, fidanzamenti, rituali di sangue, rivendicazioni solenni del proprio compagno (o compagni), promesse di gruppo in stile «sposati nel cuore» tra quattro fratelli cowboy decisamente ben messi e una ragazza timida ma sexy con i capelli rossi e un passato misterioso, ecc.), fino all’atto sessuale.

Io e gli altri editor elencavamo tutti gli atti sessuali contenuti in ogni libro, indicando la pagina in cui si trovavano, affinché quelli delle vendite potessero classificare e organizzare i libri correttamente e ottenere così la massima possibilità di successo nel mercato elettronico. Era indispensabile. I lettori abituali sono pronti, nelle recensioni, a profondersi in calorosi apprezzamenti per le accoppiate e le scene che preferiscono, ma lo sono altrettanto a far tuonare il proprio sdegno quando hanno l’impressione che una scena o un romanzo siano al di sotto delle loro aspettative.

I lettori di romanzi rosa ricevono un sacco di critiche ingiuste. Ma, per la maggior parte, non gliene importa nulla. Chi scrive libri erotici è quasi sempre lettore a sua volta, si tratta quindi di un genere che alimenta un certo senso di comunità. Questa comunità, di conseguenza, ha un suo specifico regolamento e un sistema di norme che si fondano più sulla passione, la creatività e il divertimento che non sull’abilità letteraria. Molti dei nostri autori non andavano a scuola da decenni, né avevano mai frequentato un corso di scrittura, eppure raggiungevano i sei zeri l’anno perché sapevano che se scrivevano quel che loro stessi avrebbero voluto leggere anche ad altri sarebbe venuta voglia di leggerlo.

Molti editor facevano fatica ad accettare l’idea che le competenze tecniche e l’osservanza delle regole non erano tra gli indici di qualità più importanti in fatto di ebook erotici (o, aggiungerei, di qualunque testo). Il fattore più prezioso in assoluto in questi generi è senza ombra di dubbio la creatività. I miei scrittori preferiti se ne uscivano sempre con trame deliziose che io non mi sarei mai nemmeno sognata: un dolce incontro sul tetto di una fattoria cui prendevano parte anche alcune capre miotoniche; un’eccentrica vecchietta che rifiutava di far sposare i propri figli finché questi non accettassero di celebrare un rituale basato su quello che secondo lei era l’ortaggio più sacro al mondo, la barbabietola; l’elettrizzante climax di un sequestro di persona dove la protagonista, incinta e su una barca a vela, sparava una fiocina al suo carceriere nel bel mezzo di una tempesta tropicale. Revisionare momenti creativi come quelli era il top.

Ero una buona editor per quel tipo di scrittura, grazie senz’altro alle 600 ore trascorse durante il lavoro precedente ad aiutare studenti di tutti i livelli. La politica del centro di scrittura – e pertanto lo stile di editing che ho maturato stando lì – era di comportarsi in modo «non prescrittivo e non valutativo»; questo significava che ero dotata di un certo tatto e che mi piaceva trovare cose buone negli scritti peggiori e cose eccellenti in quelli migliori. Ho anche rispettato le pratiche sessuali più strambe sin dal principio, quindi sono salita a bordo saltando la fase iniziale delle risatine isteriche e della sovracompensazione che avevano accompagnato gli altri nuovi editor. Eppure dopo non molto tempo mi sentivo già cotta, tant’è che me ne sono andata nel giro di un anno.

C’era la violenza carnale, anche se i libri non la chiamavano mai così, non se era il personaggio principale a compierla. Ho editato storie in cui il protagonista iniziava a fare sesso con la protagonista mentre lei dormiva, oppure non le diceva nulla riguardo al BDSM ma iniziava a essere molto aggressivo corporalmente. Non era insolito che l’eroe «aiutasse» l’eroina svestendola mentre lei era svenuta o addormentata, palpeggiandole il corpo nudo. Ricordo un caso in cui lui ammirava il corpo caldo, nudo e privo di sensi della donna – che era stata maltrattata e picchiata dal cattivo della storia – e immaginava nei minimi dettagli come sarebbe stato fare sesso con lei. Il suo corpo era ricoperto di terra e di sangue. Se un personaggio femminile partiva con un «no» ma concludeva con un «sì», allora non era da considerarsi stupro. Se veniva o emetteva qualche rumorino che indicava che le stava piacendo, anche se all’inizio gli aveva detto di fermarsi, non era da considerarsi stupro.

E la manipolazione mentale e le violenze psicologiche, poi. Ah, la manipolazione! I nostri eroi dicevano alle donne come e perché avessero sempre torto, fossero pazze, dovessero fidarsi di più, come non capissero, come fossero talmente stupide da meritarsi una lezione. Stranamente, le eroine scappavano sempre da una situazione infernale, da mariti violenti che vomitavano bestemmie e brandivano coltelli, per poi precipitarsi tra le braccia del loro «vero amore» – o «veri amori» – che spesso controllava qualunque cosa, dal cibo che avevano nel piatto ai vestiti che indossavano, fino alle cose che avevano il permesso di dire.

Quei contenuti, è importante sottolinearlo, erano pura fiction, e mettevo spesso in discussione le mie reazioni negative. Se il lettore prova piacere in queste fantasie escapiste, possono davvero considerarsi sessiste? Dopotutto il BDSM non è una violenza se viene compreso e praticato in modo corretto. Chi ero io per dire alle donne cosa potevano o non potevano leggere? Non sono mai arrivata a una risposta soddisfacente, ma sapevo che quei romanzi erano pieni di stereotipi dannosi e, che mi piacesse o no, mi stavano velocemente consumando.

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È strano rendersi conto che, di fatto, sono le richieste dei lettori a determinare questo tipo di contenuti. Le nostre regole avevano poco a che fare con la moralità e molto di più con cosa vendeva meglio. I lettori, che erano in gran parte donne, amavano le storie di uomini omosessuali (Male to Male) – e ci spendevano un sacco di soldi – soprattutto quando appartenevano a branchi di uomini che potevano trasformarsi in lupi, orsi, o grossi felini, altrimenti noti come «mutaforma». Erano spesso offensive. I nostri libri MM raccontavano quasi sempre storie di ragazzi esili e delicati – che i nostri scrittori sembravano ostinati a voler dipingere come semplici controfigure delle stesse idee stereotipate della donna – dominati da uomini forti, virili e muscolosi. Al contrario, le storie FF godevano di così scarso successo da essere automaticamente pubblicate nel nostro imprint secondario, a prescindere da quanto la scrittura potesse essere valida. Da donna bisessuale, morivo dalla voglia di lavorare su libri FF – finalmente qualcosa che forse poteva farmi eccitare! – ma in azienda ero considerata una editor di alto calibro e in quanto tale dovevo occuparmi dei best seller.

Era raro che agli editor fosse concesso di suggerire modifiche se non per contenuti troppo offensivi. Ricordo un libro in cui c’era un personaggio che era paraplegico, ed era incentrato sull’idea che non fosse più un uomo al cento per cento. Nel finale, l’amore e la magia gli concedevano ancora una volta l’uso delle gambe. In tutta la storia il linguaggio era esplicitamente discriminatorio e le premesse lo erano ancora di più. Ma dopo aver scritto fior di pagine su come affrontare questi problemi, me le sono viste ridurre dai miei redattori capi (che erano d’accordo con me ma vincolati anche loro dalle linee guida della casa editrice) a pochi cortesi consigli che alla fine si riassumevano in qualche leggera variazione qua e là.

Alle volte ero anche entusiasta del mio lavoro di editor. Avevo i miei autori preferiti, sapevano farmi ridere e inventare avventure sentimentali che sembravano vere e naturali. Adoravo veder migliorare gli scrittori. E avvertivo una fervida soddisfazione agonistica quando i libri di cui mi ero occupata scalavano la vetta dei «best seller» sul nostro sito, scalzando i libri editati dai miei amici. Questo mondo suscita lealtà anche nelle cose più semplici.

C’erano giornate grigie e monotone durante le quali ti veniva voglia di deridere tutto quello che ti capitava per le mani: ogni errore ortografico; ogni frase che non suonava bene; ogni trama artificiosa. E ce la mettevamo tutta, io e i miei colleghi, messaggiandoci a vicenda i passi e le premesse più assurdi. Ma insieme a quello snobismo sarcastico si insinua anche una certa indifferenza che, poco alla volta, ti costruisce intorno un muro di condiscendenza e di disprezzo che ti rende incapace di confrontarti con il testo che sei stata incaricata di perfezionare e di cui dovresti, in un certo senso, prenderti cura. È inutile e controproducente preoccuparsi di più di affermare il proprio senso di superiorità piuttosto che di vedere un testo migliorare in modo evidente – grazie a un lavoro collaborativo e tenendo sempre ben chiaro in mente sia l’interesse dello scrittore che quello del lettore.

Ma nonostante le soddisfazioni per un editing ben fatto, quel lavoro iniziava a svuotarmi e a demoralizzarmi. In ufficio era proibito parlare con gli altri durante il lavoro. Eravamo tenuti a sfornare un gran numero di libri, e la comunicazione chiaramente interrompeva il flusso dell’editing. Si capisce, non fa una piega, però posso dire di aver passato giornate intere senza parlare ad alta voce e in cui le uniche conversazioni che avevo vertevano sulle battute di una giovane vergine che chiedeva come poteva soddisfare insieme tutti e quattro i fratelli e di un biondone muscoloso che le rispondeva «Be’, tesoro, quanti buchi hai?» (Potrei aver parafrasato un po’ le parole perché il tempo distorce i ricordi, però mi è davvero toccato leggere una scena del genere).

In quell’anno ho condotto una vita molto isolata. Con i miei coinquilini non c’è mai stato quel famoso passo da sconosciuti ad amici. Quelli che conoscevo dal college non erano mai stati dei veri amici e si erano trasferiti in luoghi costosi come l’Europa o New York e non ci sentivamo. Mia madre stava sempre male e mio padre era sempre arrabbiato e ogni volta che ricevevo una loro telefonata erano puntualmente cattive notizie. Passavo i weekend a farmi cinque chilometri di corsa al giorno e poi andavo in macchina fino in periferia per guardare un film o mangiare un burrito con mia madre. Ogni sera tornavo a casa con la mandibola contratta, dopodiché la mattina seguente andavo al lavoro e non spiccicavo una sola parola ad alta voce, mangiavo cibi dietetici surgelati e leggevo di donne che riducevano le proprie vite a un punto tale che la loro felicità dipendeva soltanto da uomini che le chiamavano «tesoro».

Ho cominciato a manifestare un disturbo dell’alimentazione. Non sono stati i romanzi erotici a provocare il disturbo – magari causa ed effetto della malattia fossero così perfettamente distinguibili – ma la routine, il silenzio e l’esposizione continua a estenuanti e irrealistiche aspettative di genere, che avevo pochissimo potere di modificare, mi hanno permesso di concentrarmi più facilmente sul solo obiettivo di snellire e rendere più efficiente il mio corpo. Mi piaceva l’idea di essere una editor, non solo come professione ma come identità, e di poter editare qualunque cosa, compreso il mio corpo. Con il mio corpo, però, non ero buona come con gli scrittori.

Man mano che il tempo passava mi sentivo sempre più intrappolata in un numero da circo, come se fossi diventata un robot. A fine giornata non riuscivo a levarmi dalla testa il linguaggio degradante e le situazioni violente di quelle storie, e quando dormivo era un sonno inquieto, sognavo spesso mia madre che moriva, uomini arrapati che si trasformavano in lupi e donne piene di lividi. Ero stufa di sentirmi dire dagli sconosciuti nei bar che il mio doveva essere il lavoro più bello del mondo. E stanca di esser vista come una piccante novità quando in realtà il lavoro che facevo era freddo e meccanico. Ho smesso di preoccuparmi delle sottigliezze. Qualunque battuta di dialogo sessista mi rimaneva dentro. Stringevo i denti tutto il giorno al lavoro e tutta la notte mentre dormivo.

Quando ho presentato la mia lettera di dimissioni non ho ricevuto nessuna risposta da parte del capo. Sono gli autori le star di quest’industria, mentre gli editor sono in genere considerati usa e getta. Mi sono trasferita, ho fatto altri lavori, smentendo più e più volte molta gente cui piaceva scherzare a proposito del mio futuro da insegnante o da barista, e ho raccontato sempre meno aneddoti sulle ricerche di termini espliciti con il control-F. I ricordi sono sbiaditi e l’acredine si è attenuata. Le mie storielle sul mondo dei libri erotici hanno perso un po’ di quella specificità e di quell’acume che una volta le rendeva così intriganti alle feste. In compenso però, ho più scelta su cosa leggere, sulle storie a cui espormi, e sulle relazioni immaginarie da cui farmi coinvolgere. Dopotutto è proprio la scelta la cosa più importante che l’industria dei romanzi rosa offre, e io ho fatto la mia.

© Kayleigh Hughes, 2016. Tutti i diritti riservati.

Kayleigh Hughes è una scrittrice che vive a Austin, in Texas. Cura una rubrica di cinema per Bustle e di musica per Ovrld, sito web sulla musica di Austin. I suoi articoli sono apparsi su Pitchfork, Vox, The Establishment e The Austin American-Statesman, tra gli altri. La trovate su Twitter digitando @kayleighqueue.

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