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«Provo a rompere gli schemi e scoprire cos’altro ha il racconto da offrirmi». Intervista a Vera Giaconi

Gabriel Bianco Autori, Interviste, SUR Lascia un commento

Vera Giaconi è nata nel 1974 a Montevideo, Uruguay, ma ha sempre vissuto a Buenos Aires. Nel 2011 ha pubblicato il suo primo libro di racconti, Carne viva (pubblicato in Argentina dalla casa editrice Eterna Cadencia). La sua seconda raccolta, Persone care, è disponibile in libreria per SUR nella traduzione di Giulia Zavagna.

In questa intervista, uscita originariamente su Letralia e qui riprodotta per gentile concessione della testata, ci racconta della sua passione per i gatti, delle sue abitudini di scrittura e da dove ha tratto ispirazione per alcune storie. Buona lettura!

di Gabriel Bianco
traduzione di Chiara Gualandrini

 

Nella maggior parte delle foto Vera Giaconi ha un’aria seria, ma sembra essersene sbarazzata del tutto quando entra sorridendo nel bar Margot nel quartiere Boedo di Buenos Aires. 

Vera si siede. Ordina un tè. Torna a sorridere e assicura che non ha rituali di scrittura, ma vere e proprie necessità. «Non lavoro a casa perché per me è il luogo di tutte le interruzioni, delle cose che lascio in sospeso e di quelle che non ho fatto. Di solito vado nei bar perché ho bisogno di rumore, mi obbliga a concentrarmi il doppio su quello che sto facendo. Appena mi metto comoda, mi sforzo di spegnere il cellulare, se lo lascio acceso è facile perdere tempo a controllare le mail e distrarsi, mentre se è spento hai tutto il tempo per pentirtene e tornare a fare ciò che stavi facendo. Quando butto giù la prima stesura cerco di lasciarmi andare il più possibile e, siccome scrivo su carta, non ho bisogno del computer o altro. Sono correttrice di bozze e editor freelance, quindi lavoro con testi al computer tutto il tempo. Per me è questa la fase editoriale in cui si può migliorare il testo, in cui lo si può toccare con mano, per questo da un po’ di tempo a questa parte è solo quando posso dire “ecco, qui più o meno c’è il racconto” che passo al computer. In questa prima trascrizione ci sono correzioni, errori, elimino paragrafi e pagine dallo scheletro nato sul quaderno e che è il risultato di tutto ciò che avevo osservato e annotato. Dopo tutte queste fasi dico che c’è una prima stesura».

 

Da piccoli tutti i bambini giocano a quello che vogliono essere da grandi. Tu giocavi a essere scrittrice?

Ho immagini molto vaghe di quando ero bambina ma tutti si ricordano di me che gioco a inventare storie. Quando mia madre, che era professoressa di disegno, mi dava dei fogli per farmi disegnare, io invece ci scrivevo sopra. A sette-otto anni scrivevo racconti che poi illustravo, piegavo i foglietti a metà, li cucivo e gli mettevo una specie di sigillo sul retro che diceva Racconti per stare in casa. Ero tutto: l’editor, la scrittrice, la correttrice. Mia mamma li custodisce ancora in una scatola che non ha il permesso di mostrare a nessuno.

 

La scrittrice uruguayana è stata in contatto con i libri fin da piccola. Parla di una biblioteca di famiglia piena di testi e il momento in cui per la prima volta si è sentita una vera lettrice: «Quando ho desiderato leggere un altro libro di uno scrittore che avevo già letto». Oggi, secondo Vera, la sua casa è «un caos di libri che si ammucchiano da tutte le parti e si mescolano proprio come fanno nella mia testa».

 

E in questo miscuglio, c’è qualche libro che ti ha segnato particolarmente?

Ricordo che quando avevo undici anni ero in vacanza con la mia famiglia in una località balneare dell’Uruguay, ad Atlántida, e in città c’era solo una libreria. È stato proprio lì che ho scoperto per la prima volta una serie di libri dalla copertina verde che non so per quale ragione venivano attribuiti ad Alfred Hitchcock. Erano romanzi polizieschi scritti molto bene che avevano come protagonisti tre ragazzi che indagavano su omicidi e furti. Era una serie con molti titoli ma il primo che lessi fu El misterio de la calavera La muerte de la calavera, o qualcosa del genere. Mi ricordo l’entusiasmo di aver terminato un libro e il desiderio fortissimo di andare avanti con il successivo. Ho passato tutta l’estate a leggere. L’anno successivo tornai in quella stessa libreria e trovai Nessuno scrive al colonnello di Gabriel García Marquez, ma credo sia stato solo dopo aver terminato la lettura di Piccole donne che dissi: «Questo è un libro grosso, questo è leggere».

 

Lo stretto rapporto che Vera ha con i libri non diminuisce nemmeno quando scrive. «Non ho paura che ciò che leggo in un determinato momento si mescoli a quello che sto scrivendo, perché oltre a correggere bozze e fare editing faccio anche l’insegnante, quindi mi interessa essere informata su quello che fanno gli altri».

 

Persone care è stato uno dei cinque libri finalisti al Premio Internacional de Narrativa Breve Ribera del Duero nel 2015. «Che il mio nome comparisse vicino a quello di Samantha Schweblin, Cristina Cerrada, Alberto Olmos e Edmundo Paz Soldán, tutti scrittori esperti e con una carriera mentre io avevo pubblicato solo un libro, è stato un grande regalo».

 

Da quando hai finito di scrivere Persone care,nel 2015, a quando è stato pubblicato, nel 2017, sono passati quasi due anni. Come hai vissuto l’attesa?

Con l’ansia di aver terminato il mio secondo libro e il desiderio di mostrarlo al mondo. È come finire di lavorare una sciarpa ai ferri e doverla tenere nell’armadio per due anni.

 

Da quando il libro ha partecipato al premio a quando è stato pubblicato sono stati fatti dei cambiamenti?

Sì, il libro che si legge oggi non è lo stesso che era all’inizio del 2015. Nell’attesa ho aggiunto racconti e ho sistemato un po’ quelli che c’erano già. Questa necessità di continuare a scrivere è nata dalla difficoltà di lasciare andare il libro. Mi sedevo a scrivere e continuavo ad ascoltare la stessa musica che aveva Persone care. Tutto quello che scrivevo andava nella stessa direzione e sentivo che non potevo parlare d’altro finché non sarebbe stato pubblicato. Al momento di archiviare la pratica e pubblicare ho controllato la citazione che avevo scelto di mettere in esergo e mi sono accorta che non parlava più del testo che avevo tra le mani. E poi quasi per magia mi sono imbattuta in quelle righe del racconto «La donna più piccola del mondo» di Clarice Lispector, che poi ho usato. Erano le parole perfette per dare il benvenuto al mio lettore, qualcosa che suonasse un po’ come dirgli: «Fatti un giro di qua, più o meno ciò che ci puoi trovare è questo», e senza ombra di dubbio queste parole riflettono la forma finale che ha preso il libro.

 

Vera è fissata con gli squali ma assicura che ha già raggiunto il numero massimo di pesci da inserire in un racconto.

 

Com’è nato «Piranha»?

Mi capita spesso di cominciare a scrivere prendendo spunto da un avvenimento reale. «Piranha» l’ho scritto un’estate in cui faceva molto caldo e c’è stata un’invasione di cernie a Rosario. Tutti parlavano degli attacchi dei pesci ma nessuno raccontava i retroscena, quello che succedeva dopo alle persone che erano state aggredite. Io me li immaginavo tornare a casa con qualche dito in meno perché se li erano mangiati i pesci. Mi sembrava che una notizia del genere potesse essere di grande ispirazione e il fatto in sé mi permetteva di parlare di un livello di violenza che implicava del sangue ma era allo stesso tempo distante da uno scenario dove le persone si accoltellano, che non fa proprio parte della mia scrittura. Ho cercato di fare in modo che il lettore visualizzasse fin da subito l’immagine dell’attacco di un piranha, che è chiaramente quella del sangue nell’acqua. Nel racconto ho cercato di trasmettere l’idea di un ambiente limitato: un paese, una comunità, fino a che non l’ho ridotto progressivamente a una famiglia. Mi sembrava che i piranha e il fiume dessero questa sensazione di limitatezza.

 

Ti è mai venuto in mente di sostituire i piranha con gli squali?

No, perché lo squalo viene associato allo scenario di una spiaggia con molte persone e a uno spazio molto più grande: il mare. E poi l’unico squalo che ci avrei inserito è quello del film di Steven Spielberg. Gloria a quello squalo.

 

«Dumas» e «Al buio» fanno riferimento all’ultima dittatura militare in Uruguay e in Argentina. Sono racconti autobiografici?

Sì. Dumas è mio nonno paterno. Quella storia è la mia storia, la ragazza che sta con lui, abbracciata alla sua bambina, è mia madre, però ho anche in parte romanzato gli avvenimenti reali. Il racconto è un omaggio a mio nonno perché è una figura molto importante per me. È morto quando avevo quattro anni, quindi l’immagine che ho di lui è soprattutto quella che ho costruito nella mia testa. Ha avuto una vita speciale. È scappato dalla casa dei genitori quando aveva dieci anni e ha cambiato cognome, iniziando a farsi chiamare Farías invece che Giaconi. Tutti lo conoscevano come Farías ma quando ha avuto un figlio gli ha dato il suo vero cognome: Giaconi. Anche «Al buio» racconta fatti della mia vita ed è dedicato a mio fratello Mauro. Certe caratteristiche di Roxy, la protagonista, sono mie, ma ce ne sono anche altre che appartengono a una mia cara amica che era molto coraggiosa, decisa e determinata. Io invece ero una fifona. Roxy e Facundo sono noi eppure non lo sono, sono il riflesso, le voci e le personalità di tutti quei bambini con cui giocavamo e con cui siamo cresciuti in quella specie di incubatore che era il gruppo di esiliati che durante la dittatura scapparono in Argentina e che, per sopperire alle mancanze, hanno creato una sorta di micro-famiglia.

 

Dei dieci racconti che compongono Persone care, l’ultima storia, «Rincontro», è senza ombra di dubbio la più tenebrosa perché non coinvolge mostri della palude, esseri sovrannaturali, o demoni, ma persone in carne e ossa che Vera assicura di aver inventato. «Non conosco una Clara o un Javier, e non ho mai incrociato una Mali sulla mia strada, anche se mi piacerebbe molto chiacchierare con Clara e rimarrei meravigliata se qualcuno mi dicesse che Mali esiste, che è a portata di mano e la posso vedere. Non avrei paura. Ci andrei sicuramente».

 

Hai citato tutti i personaggi di «Rincontro» tranne la narratrice, che come te è correttrice di bozze e editor. C’è un po’ di Vera in lei?

Quasi nulla, forse solo come la penso su alcuni argomenti. È più il risultato di certe letture, fantasie mie in quanto persona e delle mie esperienze di vita, di quelle di cui forse, un giorno, potrei scrivere. Credo che la narratrice funzioni un po’ come me nel senso che può permettersi di trovarsi in una situazione e allo stesso tempo riflettere su ciò che sta succedendo. Quelle situazioni che mi affascinano per quanto sono belle, lugubri o violente.

 

Persone care racconta di rapporti molto stretti che vanno dall’amicizia ai legami familiari. Hai avuto paura che le persone che ti sono vicine pensassero che stessi raccontando la loro storia?

Con alcuni racconti di questo libro ho avuto paura di ferire le persone o che potessero fraintendere qualcosa di quello che stavo raccontando. Per fortuna non è successo e continuano ad alzarmi il pollice in segno d’approvazione, per dirmi che è tutto ok. Sono molto comprensivi e capiscono che non faccio documentari per la BBC ma fiction.

 

E come scrittrice di cosa hai paura?

Che qualche virus mi cancelli tutta la memoria del computer o di mettere tutto in un archivio o in qualche posto e poi dimenticarmi dove l’ho messo. Mi terrorizza perché a volte sono un po’ sbadata. Per fortuna, per ora, il mio computer mi capisce e tiene botta insieme a me, ma se un giorno dovesse mollarmi morirei dall’ansia. Forse mi spaventerebbe tornare a un’età nella quale, non so perché, se rileggevo qualcosa che stavo scrivendo e non mi piaceva la cancellavo, come se potesse contaminare il resto dell’archivio con la sua sola presenza. Per fortuna ho perso quell’abitudine, anche perché ho eliminato cose che non avrei dovuto, che avrebbero avuto bisogno di tempo per sedimentare. Al di là della tecnologia, per quattordici anni ho vissuto con Mervyn e Titina (La Titi), i miei gatti. La Titi era un tesoro, una specie di esserino in miniatura che a volte passeggiava per la tastiera schiacciando tutti i pulsanti. Mi lasciava il computer configurato con la barra delle applicazioni di lato o cose del genere. Quando tornavo al monitor la trovavo seduta lì di fianco con l’aria di chi non aveva fatto assolutamente nulla. Più di una volta ho dovuto arrovellarmi per cercare su internet come riportare lo schermo alla normalità. Ora che non ci sono più, la regina della casa è Mago, la mia gatta, infame ma adorabile, che corre sopra la tastiera come fosse una qualsiasi parte della casa fregandosene di tutto.

 

Vera si ferma a riflettere per qualche secondo, poi affonda: «Di annoiare, ho paure di fare qualcosa che annoia gli altri».

 

Ora che Persone care è uscito, quali sono i tuoi progetti futuri?

Scrivere qualcosa di completamente diverso, e con diverso non intendo cambiare genere, ma uscire dalla concezione classica del racconto come lo si legge in Carne viva e Persone care. Vorrei scoprire che cos’altro ha da offrire il racconto, o cos’ha da offrire a me. Mi piacerebbe farci un altro giro. Provo a rompere gli schemi, ed è stato così anche fra il primo libro e il secondo, sono riuscita a fare cose che non ero riuscita a fare prima, e mi sono innamorata di questi successi. Fra questi l’uso della prima persona. Mi affascinava poterla sperimentare, e se non l’ho fatto in Carne viva è stato solo perché poi alla fine non potevo fare a meno di toglierla. Nel tentativo di cercare nuove forme di racconto sono un po’ di anni che mi spulcio Kelly Link e Aimee Bender, due scrittrici di racconti davvero straordinarie che stanno avendo successo col racconto e hanno freschezza, profondità e la grande capacità di cambiare da una storia all’altra.

 

Se dovessi incontrare una versione alternativa di Vera Giaconi, cosa le chiederesti?

Non so cosa le chiederei, ma sono sicura che non crederei a nessuna delle sue risposte perché parlo davvero tanto con me stessa e mi racconto sempre una versione aggiustata dei fatti. Forse mi concentrerei su ciò che lascia intravedere o sul modo in cui parla. Vera gesticola molto, al punto da dare nell’occhio. È molto facile intuire quando sta mentendo dai suoi gesti o dal tono di voce molto marcato. Alcuni si lasciano ingannare. Ma non molti.

 

Prendendo un ultimo sorso di tè e prima di incontrarsi con le sue persone care in carne e ossa, Vera dice di non avere eroi o eroine, per lo meno non in questa fase della vita. «La pelle che abito è elastica e, per di più, non so ancora bene chi sono. Non ce l’ho ben chiaro e avere un modello complica le cose. Mi innamoro di alcune figure, ma altrettanto rapidamente me ne disinnamoro. E poi nemmeno io sono da idealizzare, per questo scrivo i racconti che scrivo». Vera ride di nuovo, prende fiato e continua: «Posso immaginare tutti con i loro dolori, le loro sofferenze, le loro debolezze, le loro insicurezze e i loro traumi. Con i miei ho fatto pace e ho imparato a indossarli a poco a poco. Mi riesce difficile immaginare un individuo pieno, completo e volerlo essere a mia volta. Mi risulta impossibile immaginarmi nel registro sensibile di qualcun altro. Chi compra tutto il pacchetto? Io credo nessuno».

 

© Gabriel Bianco, 2017. Tutti i diritti riservati.
[La foto dell’autrice è di © Natalia Fanucchi]

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