Ernesto Sábato, quasi un secolo

Francesca Lazzarato Autori, Ernesto Sabato, SUR 1 Commento

di Francesca Lazzarato

Questo articolo è uscito sul Manifesto il 1° maggio. Ringraziamo l’autrice e la testata per averlo consiviso.

«Si è dimenticato di morire. Sta male. Di solito è del tutto assente. A volte si sveglia bene, altre male e diventa tristissimo. Sta morendo di vecchiaia, molto lentamente. Nella mia famiglia paterna la longevità è frequente: mia nonna aveva deciso quando sarebbe morta; credo che abbia sbagliato solo il giorno. Invece di un martedì, un mercoledi. Papà ancora non ha deciso». Così, meno di un mese fa, il regista Mario Sábato rispondeva al giornalista del «Clarín» che gli aveva chiesto di suo padre Ernesto, vicino a compiere il secolo e per questo al centro di celebrazioni come quella che si sarebbe dovuta tenere stamattina alla Feria del Libro di Buenos Aires.

Tempo tre settimane, però, ed Ernesto Sábato ha «deciso»: è spirato all’alba di ieri nella casa di Santos Lugares in cui abitava dal 1945 e dov’era morta sua moglie Matilde Kusminsky, dopo oltre sessant’anni di vita in comune. Là viveva da recluso, accudito come un venerabile e venerando neonato dalle infermiere e dalla sua ultima compagna e collaboratrice Elvira González Fraga – che è oggi a capo della Fundaciòn Sábato – e da anni non lo si vedeva più al circolo «Defensores de Santos Lugares», dove da ieri pomeriggio viene vegliata la sua salma e dove poco tempo fa era stato proiettato il documentario Ernesto Sábato, mio padre, realizzato dal figlio Mario e ricco di immagini inedite sul lungo percorso umano e letterario di un autore che, pur avendo scritto solo tre opere di narrativa a fronte di numerosi saggi su politica, etica, letteratura, è considerato uno dei più grandi romanzieri contemporanei di lingua spagnola.

Ma quello che gli argentini stanno per seppellire non è solo uno scrittore: è anche una figura pubblica che è stata al centro dell’attenzione per il suo tenace antiperonismo mitigato dall’apprezzamento per Eva Duarte e y suoi grasitas (El otro rostro del peronismo, 1956), per la partecipazione insieme a Borges (suo amichevole antagonista di sempre) a uno sciaguratissimo pranzo con il dittatore Videla, e per il fatto di aver presieduto, finita la dittatura, la Comisión Nacional sobre la Desaparición de las Personas che produsse il cosidetto «Informe Sábato», criticato da più parti sia per i risultati dell’investigazione (secondo l’Informe, i desaparecidos sarebbero stati poco più di 8000), sia per alcune affermazioni di Sábato sulle pari responsabilità di destra e sinistra.

Nato a Rojas, una cittadina in provincia di Buenos Aires, Sábato era figlio di immigrati lucani e, come racconta lui stesso nel suo bel libro di memorie Antes del Fin (1999), si chiamava Ernesto per via di un fratellino appena morto e lungamente pianto dalla madre. Ragazzo intelligentissimo e malinconico, incline agli incubi e al sonnambulismo, terrorizzato da un padre severo, si allontanò dalla famiglia e dal paese per studiare prima al Colegio Nacional e poi all’università di La Plata, dove si laureò in fisica così brillantemente da ottenere una borsa di studio all’Istituto Curie di Parigi e poi un ingresso privilegiato al Mit. Nel 1940, però, già deciso a lasciare la scienza per la letteratura, tornò in patria dove insegnò per qualche anno all’università, finché nel 1943 si consumò il definitivo abbandono di una più che promettente carriera di ricercatore e accademico.

Più di ogni cosa al mondo, Sábato voleva diventare scrittore: durante il soggiorno parigino aveva già scritto un primo romanzo, La fuente muda (mai pubblicato, e di cui restano solo i primi due capitoli, usciti sulla rivista «Sur»), e nulla era riuscito a distoglierlo dalla sua vocazione, né gli anni della ricerca scientifica né quelli di una intensa attività politica, che l’avevano visto fondare un gruppo anarchico e poi entrare nel Partito Comunista. Scelto come delegato al Congresso Internazionale contro il Fascismo e la Guerra presieduto da Barbusse, per poi essere invitato a Mosca, Sábato aveva rinunciato al Partito e alla Scuola Leninista che avrebbe dovuto frequentare, un po’ per via della sua anima anarchica (rivendicata fino agli ultimi anni, quando aveva affermato di credere in un «anarchismo cristiano» fatto di etica, compassione e arte), e un po’ perché il demone della scrittura aveva cominciato a prendere possesso del giovane scienziato.

Dal 1945 in poi, Sabato esisterà per e nella letteratura, scrivendo incessantemente e collaborando con assiduità a «Sur», la rivista di Victoria Ocampo, che pubblicherà non solo le sue recensioni (la prima, del 1946, sull’Invenzione di Morel di Adolfo Bioy Casares) ma anche El túnel, il suo primo breve romanzo (1948), storia di un amore così folle e geloso da sfociare nel delitto. Rifiutato dagli editori argentini, il libro piacque a Albert Camus che lo fece pubblicare da Gallimard, ma la vera consacrazione arrivò nel ’61, quando uscì quella che è ritenuta una delle opere chiave della letteratura argentina e latinoamericana: Sobre héroes y tumbas, imponente romanzo sulla decadenza di una famiglia aristocratica, attraverso la quale si può leggere la storia di una nazione, intravederne le pulsioni più oscure e cogliere una visione amara e ironica non solo del primo peronismo, ma di tutta l’America Latina e delle sue vicende politiche.

Incrociando con grande abilità piani narrativi e registri linguistici diversi, Ernesto Sábato racconta non solo le vicende dei Vidal Olmos e in particolare quella di Alejandra, loro ultima discendente, violata per anni dal padre Fernando, ma anche il delirio di quest’ultimo, narrato in prima persona nel magistrale Informe sobre ciegos, che, sebbene faccia parte integrante del romanzo, è stato spesso pubblicato come racconto a sé.

La sua terza opera di narrativa, Abaddón el exterminador (1974), sarà ancora più pessimista e ben più sperimentale della precedente, già così audace: una narrazione frammentata, in cui mille fili si intrecciano per offrirci una visione apocalittica della contemporaneità. Ma è con Sobre héroes y tumbas, capolavoro imprescindibile da rileggere all’infinito, che Sábato si è conquistato tutta la gloria cui uno scrittore può aspirare, ed è soprattutto per questo che gli argentini, e non soltanto loro, non lo dimenticheranno.

 

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