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Guida allo stile Nobel-marqueziano/3

Francesco Varanini Scrittura, SUR Lascia un commento

Concludiamo oggi la pubblicazione del saggio di Francesco Varanini sullo stile nobel-marqueziano, ricordando che il libro da cui è tratto, Viaggio letterario in America latina (Marsilio 1998, Ipoc Press 2010), tradotto in spagnolo, si meritò a suo tempo apprezzamenti critici da scrittori ccome Roberto Bolaño – che lo presentò a Barcellona insieme all’autore –, Guillermo Cabrera Infante e Alberto Fuguet. Qui si possono leggere recensioni della stampa italiana e straniera.

La incredibile e triste storia della Guayaba senza più profumo e dello scrittore ormai senza cuore

Guida allo stile Nobel-marqueziano attraverso esempi tratti da El general en su laberinto

di Francesco Varanini

Regola n. 5, o Dell’esagerazione medusea

La quinta regola recita così: la narrazione dovrà essere prosciugata di ogni valore emotivo; a questo fine si dovranno usare senza limiti riferimenti espliciti alle emozioni.

Il generale passò la notte vegliando: la notte è gravida di misteri, di notte il generale potrebbe essere assalito da pensieri, e scrivendone anche all’autore potrebbero riapparire fantasmi che magari l’hanno angosciato. Ma la calligrafia nobel-marqueziana è fatta anche per questo: per offrire vie di fuga. Infatti l’autore, affermato che il generale non riesce a prendere sonno, potrà proseguire arrampicandosi su uno di quei rami laterali che il contesto tropicale fornisce a iosa.

Così veniamo a sapere che il generale passò la notte torturato dal caldo: precisazione atmosferica che potrebbe già bastare per segnare la distanza da ogni mistero, da ogni desiderio di approfondimento; eppure il verbo torturare potrebbe forse lasciare spazio a letture metaforiche, e allora Márquez precisa: dal caldo e dalle raffiche di zanzare. Tranquilli quindi, se nella notte tropicale siamo torturati ciò non sarà dovuto a legioni di pensieri, ma a nient’altro che fastidiosi insetti.

L’autore sembra però ancora insoddisfatto: angoscia, dolore, o ricordi potrebbero ancora nascondersi tra le pieghe della frase; non sarà perciò inutile notare che le zanzare sembravano attraversare la tela della zanzariera, e poi aggiungere che questa zanzariera è soffocante, e poi ancora dire – si sa, la notte tropicale riserva sempre sorprese – che si vegliava temendo di essere sorpresi dal ruggito del puma. Solo a questo punto l’autore nobel-marqueziano potrà sentirsi sicuro di aver svuotato la frase di ogni contenuto affettivo, e potrà permettersi di concluderla – non prima però di aver ribadito che il puma mantenne tutti tutta la notte in stato di allerta.

Come la notte, anche la selva potrebbe essere causa di un qualche brivido. E allora, anche qui, meglio non lasciare spazio al mistero, e dire a chiare lettere che l’intera foresta trasalì ad una canzone senza accompagnamento che poteva uscire solo dall’anima. affinché leggendo nessuno possa sussultare, basterà esorcizzare il concetto con l’uso intenso dell’espressione: i tuoni e i lampi scossero (estremecieron) la terra; fu un momento tanto commovente (estremecedor) che nessuno osò trattenerli; nel bel mezzo delle cattive notizie provenienti da tutte le parti e del delirio delle febbri perniciose un presagio scosse (estremeció) il generale. Pur di difendersi dall’estremecimiento non si dovranno temere né ovvietà né ripetizioni: Camille non riuscì a spiegarsi la causa della commozione che scosse (estremeció) la sala; poi è la volta del generale: stavolta il presagio che lo turba (que lo estremeció) riguarda Camille, che forse lo aspetta scrutando l’orizzonte da un balcone fiorito di fronte al mare.

Del generale – affinché nulla possa essere lasciato al sogno – sappiamo tutto dall’inizio: ci sono subito descritti i suoi denti perfetti, i suoi ispidi riccioli caraibici che ormai erano diventati di cenere, e perfino – per evitare che ci si possa soffermare a immaginarne lo sguardo – i suoi occhiali con le lenti quadrate e una montatura di argento fine. Conosciamo le cicatrici del cuore, e addirittura il suo cuore ci è mostrato dall’interno.

Tutto ci è detto dei viaggiatori che non si stancavano di raccontare le sue gesta, e siamo accanto ad Agustín de Iturbide tremulo e senza riuscire a dominare il tremore delle mani per l’impressione di trovarsi di fronte all’idolo della sua infanzia. Ciò non toglie che il generale ci possa apparire di per sé come personaggio romantico, a suo modo commovente: siccome non può assolutamente permettere che questo accada, ecco Márquez precisare che il generale portava la gardenia dei romantici all’occhiello.

Tutto deve essere fissato nel marmo di una espressione esatta ed esaustiva. Lo sguardo dell’autore deve privare i suoi personaggi del soffio vitale – a costo, se necessario, di instupidirli.

Perciò nemmeno parlando della guayaba – il frutto la cui fragranza, secondo il nostro, riassume l’intero enigma del tropico –, nemmeno parlando di questo supremo simbolo del suo immaginario Márquez potrà lasciarsi andare: anche qui tutto dovrà essere esplicitato, fissato in una frase concepita per censurare ogni sentimento.

Se i riferimenti alla guayaba fossero solo accennati, se fossero lasciati sulla soglia del non detto, la fraganza viziosa del frutto potrebbe dire forse troppo del mondo interiore dell’autore. Perciò, proprio perché il suo stomaco non sopporta il terribile potere evocativo delle guayabas mature, ai lettori dovrà essere mostrata solo una scena banale: il generale che si ubriaca un instante con l’odore del frutto, gli dà un avido morso, ne mastica la polpa con un piacere infantile, lo assapora da tutti i lati e infine lo inghiotte a poco a poco con un ampio sospiro della memoria.

Regola n. 6, o Dell’esclamazione narcisistica

Infine, appena possibile lo scrittore nobel-marqueziano si preoccuperà di schiacciare sotto il suo tallone il lettore. Farà quanto possibile per togliergli il fiato. Punteggerà il testo di istruzioni per l’uso severe e vincolanti. Scriverà che il generale si impantanava in quel viaggio senza fine diretto in nessun luogo, ed è come se dicesse: pensate che triste destino! Commuovetevi!

La truppa è consumata (alla lettera: tarlata) dal tedio: poveri soldati, vittime dalla noia!

Il generale era capace di aprirsi un cammino tra gli oceani e di abbattere montagne con il suo terribile potere di seduzione: che uomo!

In ogni caso fu l’atto di potere più feroce della sua vita, ma anche il più opportuno, con il quale consolidò immediatamente la sua autorità, unificò il comando e spianò il cammino della sua gloria: che polso!

Aveva dovuto ordinare che si mangiassero i cavalli, per timore che i soldati si mangiassero l’uno con l’altro: che orrore!

Ripeté una volta di più il suo terrore per il sangue freddo inconcepibile con il quale Santander portava fino in fondo i suoi propositi: veramente protervo questo Santander!

Nel disordine favoloso del patrimoni del generale, quei ritrovamenti nei luoghi più impensati avevano finito per non sorprendere nessuno: che spreco!

Il dottor Night anticipò il suo viaggio per mandargli uno specialista da Giamaica. Ne mandò due con ogni tipo di strumenti, e con una rapidità incredibile per il suo tempo, ma troppo tardi: peccato!

Tutto è scritto affinché dal coro dei lettori si levino grida di ammirazione: terribile! Favoloso! Incredibile! Tutto è programmato per strappare alla fine un unico unanime gesto: applausi all’autore!

Perciò la pigrizia del lettore andrà scossa, anche a costo di ricorrere alle maniere forti. Frequenti di conseguenza le esplosioni: non solo esplosioni inquietanti e spari di armi da fuoco, non solo esplosioni istantanee delle guanábanas mature al cadere dagli alberi, ma anche, quando necessario, esplosioni di merda di vacca sul volto del generale.

Se poi suoneranno le campane, non ci si potrà attendere che il lettore colga da solo l’importanza dei rintocchi in quel particolare luogo della narrazione. Perciò l’autore dovrà dire con forza che fu lo scandalo delle campane a far sapere a tutti dell’arrivo del generale. Dove, evidentemente, sullo scandalo appoggia tutto il senso della frase. Non solo di questa, perché gli scandali sono numerosi: oltre a quello delle campane, lo scandalo degli animali della selva, dei grilli e dei cani della notte.

Lo scrittore nobel-marqueziano scriverà sempre la stessa storia, o una storia qualsiasi, perché il vero contenuto della narrazione è il metamessaggio narcisista. Ogni frase ci parla della documentazione torrenziale nelle cui sabbie mobili è andato sprofondando l’autore. Sul rigore dell’opera non può essere nutrito nessun dubbio, dopo che lui, l’autore, l’ha liberata – con una millimetrica caccia da ogni ripetizione, incongruenza, controsenso, errore, refuso, errore di stampa, fallacia, anacronismo.

Siete consapevoli, lettori, del fatto che il romanzo è stato sottoposto a uno scrutinio accanito del linguaggio e della ortografia, fino al punto di richiedere sei versioni?

Siete consapevoli della temerarietà letteraria di raccontare una vita con una documentazione tirannica, senza rinunciare ai privilegi arditi del romanzo?

Zampata d’autore, ovvero Come sottrarre un best seller a un amico e guadagnare un milione di dollari

Potremmo commentare con le sue stesse parole: Ripetizioni viziose, una redazione fragorosa, e dati complicati apposta per sviare.

Un romanzo scritto in stile nobel-marqueziano è come la carovana che accompagna Manuela Sáenz nei suoi traslochi. Quattrocento casse con innumerevoli cose di cui non si è stabilito il valore, casse con ogni genere di cose buone e cattive che nessuno aveva avuto la pazienza di contare. Nessuno ha ormai la pazienza di guardare al contenuto delle casse: non il lettore frettoloso che cerca nel nuovo libro la conferma di uno stile, di un modo di raccontare. Non l’autore pressato dalle scadenze editoriali, ormai stanco e appagato. In altri tempi Márquez si sarebbe lanciato in una enumerazione caotica, in una descrizione dettagliata del contenuto di ogni cassa, avrebbe divagato a partire da ogni oggetto, magnificandone la magia. Artificio forse facilmente smascherabile – come dimostrano le regole precedentemente esaminate – ma almeno atteggiamento generoso. Pensiamo al Márquez autore di Cien años de soledad (1967) e dell’Otoño del patriarca (1975). Qui invece, svogliatamente, il Nostro si nasconde dietro la menzione “cose innumerevoli” – “cose buone e cattive”, lo dice lui stesso.

È il romanzo fatto per il mercato, ma con la pretesa di apparire colto. È la scrittura giornalistica che cerca di nascondere dietro aggettivi multicolori la pochezza della cronaca, la scarsa conoscenza dell’argomento. È la lingua di un’epoca dominata dalla televisione, dove la parola scritta si sente in dovere di tenere il passo con la spettacolarizzazione del mondo che occhieggia dagli schermi.

Non è una risorsa solo marqueziana, ma Márquez ne è maestro: era partito giornalista, poi aveva trovato nel suo passato un mondo degno di essere raccontato, e per caso o per magia, uno stile efficace, adeguato, tra il giornalismo e il racconto della nonna. In Cien años la forma era quella resa necessaria dai contenuti. Nell’Otoño a diverso contenuto corrispondeva diversa forma. Aveva saputo scrivere romanzi che erano la traduzione in prosa di canzoni romantiche di ispirazione popolare – i boleros –; ma ora, con il sopraggiungere dell’età matura e del successo, non riesce a elaborare questo passato se non sostituendo quelle canzoni con valzer sontuosi e marce trionfali. La frase, che ha per soggetto Bolívar, suona così: “Le canzoni romantiche di ispirazione popolare che lo avevano portato per mano attraverso i mari di dubbi dei suoi primi amori, furono sostituiti dai valzer sontuosi e dalle marce trionfali”.

Potremmo dire che la colpa di Márquez sta nell’essersi alla fine arreso, di aver continuato a scrivere nonostante la stanchezza e l’assenza di ispirazione, pressato dalle aspettative del mercato. Potremmo dire che la sua colpa sta nell’aver riconosciuto come suo questo stile ormai diventato luogo comune. Potremmo dire che la sua tragedia sta nel non aver avuto la versatilità necessaria per allontanarsi in tempo dai propri imitatori. (Hemingway “restò intrappolato nel suo stile come un minatore sottoterra; l’ossigeno si consuma lentamente se non giunge aria fresca”: la critica di Dwighy McDonald al tardo Hemingway è un valido precedente a questo ritratto di Márquez. Lo stile nobel-hemingwayano era probabilmente altrettanto diffuso trenta anni quanto oggi è diffuso lo stile nobel-marqueziano). Tutto vero; ma quello che qui ci preme sottolineare è come lo stile nobel-marqueziano si adatti a qualsiasi contenuto, a temi e idee che possono essere pescati, o raccattati, in un qualsiasi luogo.

Dove trova Márquez lo spunto da cui nascerà il General? In Ultimo rostro, un frammento di romanzo dell’amico Álvaro Mutis dedicato appunto agli ultimi giorni di Bolívar.

Nell’esplicitare il debito, Márquez fa mostra di gratitudine, e rende anche onore allo stile ed al tono “così puri” di quelle pagine. Ma lo fa con il tono magnanimo e sottilmente arrogante dell’autore arrivato, che può permettersi tutto, cosicché il suo rendere grazie è innazitutto un modo per felicitarsi con se stesso. Ci fa sapere che erano anni che Mutis gli parlava dell’idea. E che però non si decideva a svilupparla. Così Márquez aspetta pazientemente finché ha l’impressione che l’amico abbia messo da parte il progetto “come capita a tanti di di noi scrittori con i nostri sogni più amati”. Solo allora si fa avanti, e chiesto all’amico il permesso si appropria dell’idea. Il grande scrittore commenta soddisfatto: fu una zampata ben assestata dopo un agguato di dieci anni.

Ma le pagine di Mutis sono l’esatto opposto di quelle di Márquez. (A Ernesto Franco, che presenta in italiano il frammento, il confronto tra i due testi non pare “itinerario di grande profitto”. A noi pare invece che il profitto sia notevole. Se non ci dilunghiamo nel confronto è per l’evidenza che traspare già da pochi esempi. L’opinione di Franco tradisce l’atteggiamento celebrativo di chi si rifiuta di vedere la pochezza del General en su labirinto. Si può aggiungere nel Pantheon degli autori latinoamericani un altro dio – Mutis – accanto a Márquez. Il quadro apologetico può essere integrato, ma non deve essere messo in discussione. Dove Márquez spiattella e ostenta ogni minimo dettaglio, diluendo la narrazione in duecentottanta pagine apodittiche e vistose, Mutis si cela dietro l’inedito, l’artificio di testi fortunosamente riportati alla luce. (Il racconto di Mutis era l’abbozzo per un futuro romanzo. Ma già così ci appare una narrazione compiuta. La sua stessa struttura è fondata sulla lacuna, sulla presa di distanze, sull’ellissi: del diario fortuitamente ritrovato del colonnello polacco Miecislaw Napierski “si trascrivono unicamente le pagine del Diario che fanno riferimento a certi fatti relazionati con un uomo e le circostanze della sua morte, e si omettono tutti i commenti e i racconti di Napierski estranei a questo episodio della storia della Colombia che diluiscono e, spesso, confondono il racconto della drammatica fine di una esistenza”. Mutis 1982, citato dalla trad. it.)

Anche nell’Ultimo rostro si scorge l’ambiente tropicale, ma la descrizione è priva di enfasi: “il caldo aumenta e dalle mura viene un odore di frutta in decomposizione e di umida carogna salmastra”.

Noi siamo Miecislaw Napierski, colonnello polacco, che ascolta la voce stanca di Bolívar, un Bolívar mesto de autocritico, così diverso dall’eroe cartolinesco di Márquez: “il disordine vertiginoso del paesaggio, i fiumi immensi, il caos degli elementi, la vastità delle selve, il clima implacabile, piegano la volontà e minano le ragioni profonde, essenziali per vivere, che abbiamo ereditato da voi. Quelle ragioni ci spingono ancora, ma lungo il cammino ci perdiamo nella vuota retorica e nella sanguinaria violenza che distruggono ogni cosa. Rimane una vaga coscienza di ciò che avremmo dovuto fare e non abbiamo fatto e che continua il suo lavoro qui dentro rendendoci discordi, astuti, frustrati, rumorosi, incostanti”.

Cartagena, che Márquez non riusciva a dipingerci che come “la nobilissima ed eroica città, mille volte cantata come una delle più belle del mondo”, è semplicemente “una città che ha qualcosa di Cadice e molto di Tunisi o di Algeciras”.

E mentre nel General anche il gesto minimo che si concreta nel reggere una tazzina è sempre manifestazione di una “maestà impavida”, per Mutis non è che riflesso, indizio di una soggettività tanto complessa da risultare inesprimibile a parole – come quel gesto di Sucre, “quel suo gesto di sfregare con il dito medio l’impugnatura della sua sciabola”.

“Quest’uomo che, sin da giovane, deve aver continuato ad interrogarsi sulla propria fine nel silenzio della sua anima di orfano solitario”: il Bolívar di Mutis ci resta misterioso, e per questo, alla lettera, ci commuove. Com’é diverso il Bolívar di Márquez: innanzitutto una creatura del suo autore, demiurgo che riesce a fare anche del Libertador delle Americhe un proprio personaggio.

Mentre Márquez si bea con il suono delle proprie parole, Mutis, piò che dire, allude, scrivendo sempre sottotono. Dove potrebbe affiorare l’enfasi, dove il dettaglio romanzesco potrebbe uccidere il sogno, meglio prosciugare, sottrarre. Il poco che si può dire, andrà detto per metafore vaghe. Raggiunto il punto in cui una parola di più potrebbe essere quella sbagliata, meglio adottare il registro della cautela, meglio consegnare il testo alla sua incompiutezza e lasciare che sia un altro, semmai, a colmare la dimensione del romanzo.

Solo a questo punto interviene Márquez. Dove Mutis si era fermato, rinunciando ad andare oltre, come a dirci che la storia non può essere riscritta da un romanziere, ecco che il nobelpremiato occupa il centro della scena, con la sua aria di chi in quattro e quattr’otto cambia volto a un racconto altrui e lo trasforma in oro.

Una trama già scritta, un personaggio storico arcinoto, e tutto il colore del tropico: ecco la ricetta per un best seller (a dirla in stile nobel-marqueziano, non potremmo fare a meno di aggiungere un aggettivo: un best seller annunciato).

La freddezza con cui è stata progettata l’operazione risulta chiaramente dalle dichiarazioni rilasciate in occasione del lancio. Con tutto l’ostentato amore per il suo paese, per l’America Latina tutta, Márquez non si perita a dichiarare che sì, non era un eccesso di prudenza, era davvero necessario mantenere il riserbo più stretto attorno alla lavorazione del romanzo, “perché in America Latina c’è un bel po’ di pirateria letteraria. Se fosse stata trafugata una copia originale, in Colombia un editore pirata ne avrebbe stampate 200.000 copie e le avrebbe vendute in quarantott’ore. E nessuno sarebbe riuscito a incastrarlo”. E così il povero autore avrebbe perso un po’ di denaro.

E purtroppo no, aggiunge Márquez rispondendo all’intervistatore, purtroppo non è vero, i diritti non ammontano a dieci milioni di dollari. Molto meno. “Vede, l’autore percepisce il dieci per cento del prezzo di un libro. Supponiamo che io guadagni un dollaro a copia: ci sarebbero voluti 10 milioni di copie, per farmi guadagnare la cifra da lei indicata. Quale editore può vendere 10 milioni di copie di un libro? Nel mio caso, lei può chiedermi quanto penso di ottenere con i diritti della prima edizione. In Spagna ne sono state stampate 150.000 copie, perciò può fare il conto. Ma questa è una faccenda di cui si occupa il mio agente, Carmen Balcells, che se la vede con mia moglie Mercedes”. Ad ogni modo, insiste l’intervistatore, non penso che piangerà: lei deve essere molto ricco. “No, non piango, non mi lamento. Ho appena la quantità di denaro che mi serve. È abbastanza perché io non abbia bisogno di altri soldi, ma non è poi tanto”.

Non male per un autore che mai “né in verde età né in età matura” si è “permesso la superbia di dimenticare che non sono niente altro che uno dei sedici figli del telegrafista di Aracataca. Da questa lealtà alle mie origini deriva tutto il resto: la mia condizione umana, la mia fortuna letteraria e la mia onorabilità politica”. (L’argomento, a quanto pare, sta molto a cuore a Márquez. E le citazioni potrebbero fioccare: “mai, in nessuna circostanza ho dimenticato che nel profondo della mia anima non sono né sarà niente altro che uno dei sedici figli del telegrafista di Aracataca”; Mendoza, citato sopra)

Non male per un libro che non è che la riscrittura del racconto di un amico.

Perciò questo manualetto, che ha un solo scopo: perché non diffondere la conoscenza di uno stile utile a guadagnare molto scrivendo a vuoto attorno a idee altrui?

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