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75 Storie nella testa. I giri di parole nella mente di Daniel Sada

redazione Ritratti, SUR 1 Commento

Pubblichiamo oggi la prima parte di un «profilo» dello scrittore messicano Daniel Sada (1953-2011), comparsa sulla rivista «Gatopardo», che ringraziamo insieme all’autore. Daniel Sada è ancora sconosciuto al pubblico italiano, ma apprezzatissimo in patria e fra i lettori di lingua spagnola. E fra i più stimati da Roberto Bolaño.

di Antonio Bertrán

traduzione di Angela Masotti

Daniel Sada è nudo. Seduto davanti alla macchina da scrivere, dopo aver cambiato la bobina, batte affannosamente sui tasti con le mani macchiate d’inchiostro. È notte fonda e fa freddo, ma quando lavora i vestiti gli danno fastidio. Non ha altra scelta che rubare ore al sonno, perché alle nove del mattino dovrà essere al suo posto di revisore di testi all’Universidad Autónoma Metropolitana. Fuma una sigaretta dopo l’altra, e quasi con la stessa frequenza utilizza il liquido correttore. Quando il foglio non regge a un’ulteriore correzione, non esita a strapparlo via dal rullo per cominciare di nuovo.

Lo ossessionano i giri di parole, può passare un’intera giornata su una frase, perfino su una parola, rigirandosela in testa. Arriva a scrivere fino a cinque versioni della stessa opera, che sia racconto o romanzo, e di una poesia anche molte di più.

Così lavorava l’autore messicano vent’anni fa, quando scriveva il suo secondo romanzo, Albedrío (Leega Literaria, 1989), che è ambientato nell’arido nord del Messico e narra la storia di un bambino, Chuyito, che si unisce a una compagnia di zingari che si sposta di villaggio in villaggio per proiettare, con un rudimentale sistema, un unico vecchio film.

Oggi Daniel Sada non può scrivere. All’inizio di quest’anno [2011, NdT], un diabete a lungo trascurato gli ha scatenato problemi renali, cardiaci e polmonari, oltre a provocargli una considerevole riduzione della vista.

È una soleggiata mattina di settembre. Lo scrittore, che il prossimo 25 settembre compirà cinquantanove anni, esce da una stanza e cammina lentamente verso il salotto di casa sua.

– Non voglio foto perché mi vedo molto deperito.

Un tempo robusto, adesso è molto magro, pallido, e gli occhi sembrano essersi rimpiccioliti. Sedendosi in poltrona, si lascia scivolare sulla schiena per assumere una posizione più comoda. La polo grigia si solleva lasciando vedere uno spesso nastro adesivo incollato sul ventre. Da aprile deve sottomettersi a dialisi giornaliera: tre infermiere lo seguono giorno e notte per somministrargli le medicine prescritte dagli specialisti dell’Ospedale Regionale dell’issste, tenergli sotto controllo la pressione e aiutarlo a muoversi. La cura gli ha consentito un miglioramento, che però è molto lento, con alti e bassi. Verso la metà di ottobre ha dovuto affrontare le complicazioni di una peritonite e l’accumulo di acqua nei polmoni, ma si è rifiutato di farsi ricoverare.

– Mi costa molta fatica seguire le indicazioni mediche, ma devo rassegnarmi.

Nel corso degli anni ha abbandonato le sigarette, non si toglie più i vestiti per concentrarsi e ha adottato il computer, che ha un tasto – dice – che gli sembra meraviglioso: cancella.

– Lo uso molto, quasi quanto gli altri.

Vive in un appartamento in affitto in avenida Amsterdam, nel quartiere Condesa, insieme a quella che è sua moglie da quindici anni, Adriana, e a sua figlia di tredici anni, Fernanda. È un ambiente ampio, luminoso, con grandi vetrate che fanno apparire piccoli i mobili rustici della sala e del tinello. Sulle pareti ci sono lunghi scaffali che vanno dal pavimento al soffitto, in cui i poeti della Grecia e della Roma classica si alternano con autori ottocenteschi, scrittori contemporanei, saggi di teoria letteraria e Il codice da Vinci.

Sada vive per la letteratura. Le ha sacrificato tutto, in primo luogo la sicurezza economica che può dare un lavoro con orario fisso.

– Per tutta la vita ho evitato di occupare posti di responsabilità, perché avevo deciso di dedicare alla scrittura il 98% del mio tempo.

La sua opera comprende tre libri di poesie, cinque raccolte di racconti e nove romanzi, uno dei quali – Porque parece mentira la verdad nunca se sabe, pubblicato da Tusquets nel 1999 – ha rinnovato con il suo linguaggio “barocco” la narrativa messicana, secondo il critico Christopher Domínguez Michael.

“Ho sempre settantacinque storie nella testa”, ha detto anni fa a Martín Solares, scrittore e oggi editore di Almadía. “Daniel – ricorda Solares – mi ha detto che, mentre ne scrive una, rielabora mentalmente le altre, cosa che gli rende meno difficile dar forma alla narrazione e gli consente di trovare il tono giusto prima di scrivere la prima parola”.

“Daniel è quarto battitore, lettore compulsivo e amante della buona tavola. È un guerriero. Il deserto gli ha dato la vista per guardare il mondo in ottaedri. È uno scrittore allerta… e appartiene al più puro spirito del nord, specialmente per quel che riguarda il lavoro, lavoro, lavoro”, dice del suo amico lo scrittore di Sinaloa Élmer Mendoza.

Daniel Sada è nato a Mexicali nel 1953, dopo che suo padre – Daniel Sada Rodríguez, di professione ingegnere agronomo – aveva lasciato lo stato di Coahuila per aver ottenuto in quella città della Baja California un buon impiego in un’industria cotoniera. Lì sono nati anche due dei suoi fratelli minori, Roberto e Moraima, che porta il nome della madre. La più piccola, María Esther, è nata invece quando l’impresa per cui lavorava il padre chiuse i battenti e la famiglia tornò nello stato di Coahuila, in un paese di mille abitanti chiamato Sacramento. Sada dice di aver avuto un’infanzia felice: faceva il bagno al fiume e all’imbrunire andava in piazza a vedere un film messicano in un cinema all’aperto, oppure a casa della sua maestra delle elementari, Panchita Cabrera, per farsi prestare un libro della sua biblioteca, ben fornita ma limitata agli autori classici. Grazie a lei lesse l’Iliade e l’Odissea e un’infinità di racconti dell’India, conobbe le forme della metrica spagnola e assimilò così con naturalezza la cadenza di ottosillabi ed endecasillabi, che anni dopo si sono integrati spontaneamente alla sua prosa, guadagnandogli il titolo di autore barocco, il “Lezama Lima del deserto”, benché la definizione non gli piaccia molto.

– Non concordo con l’essere definito un autore barocco. Nella sua accezione originaria il termine significa mal fatto, manierato, di cattivo gusto, però a me l’hanno attribuito per le antimetabole e le peripezie del linguaggio che impiego nella mia scrittura.

Di certo il contatto con la poesia del Siglo de Oro gli ha permesso di coltivare l’orecchio ed essere sempre vigile nel cogliere le trovate linguistiche, specialmente nelle conversazioni della gente del nord.

– Mi piaceva portarmi dietro il registratore e avvertivo le persone con cui parlavo che l’avrei acceso durante la conversazione. In questo senso sono un intruso.

L’eccellente orecchio gli ha anche permesso di imparare a memoria poesie di Ramón López Velarde, Carlos Pellicer, Arthur Rimbaud e Octavio Paz. Il narratore e saggista Federico Campbell ha un ricordo di Sada, seduto al tavolo di casa sua dopo una cena, intento a recitare allo stesso modo una poesia complicata e poco nota di López Velarde come “Las hormigas”, così come gli ingenui haiku di una signora di Chihuahua, Josefina López Linares: “En mi soledad/ contemplo a los triates,/ qué felicidad”.

Al suo arrivo a Città del Messico nel 1971, Daniel Sada era un vato, un ragazzo di diciotto anni. Suo padre aveva ottenuto un impiego di medio livello in Banrural, un’istituzione bancaria creata per far credito ad aziende agricole e zootecniche. L’impatto con la metropoli fu brutale: la gente si burlava di quel ragazzo del nord, che avrebbe voluto scappar via di corsa e tornare al suo paese. Ma la possibilità di accesso a molte librerie e la scoperta della letteratura contemporanea, che fino a quel momento gli era del tutto sconosciuta, contribuirono al suo adattamento, senza però ottenere la sua integrazione.

Nel 1978 Sada, che aveva iniziato a scrivere e a entrare in contatto con altri giovani creatori, conobbe la scrittrice Carmen Boullosa. “Daniel non si vestiva da poeta, non parlava da poeta, non si pettinava da poeta, e anche il suo humour era diverso”. Mentre i poeti avevano i capelli lunghi e portavano jeans, sandali, scarpette da tennis o stivali, “Sada portava dei pantaloni in tinte chiare, che parevano di terital, e scarpe eleganti”. Oltretutto, mentre i suoi amici collaboravano già con le case editrici, lui si dedicava al commercio. Uno zio, Armando Garza Sada, lo aveva chiamato a lavorare alla Central de Abasto, i mercati generali che riforniscono tutta Città del Messico. Sada doveva ricevere i camion carichi di frutta, specialmente di uve, che provenivano dal nord. Lavorava dalle quattro alle sette del mattino, ma la cosa positiva era che così aveva tutto il giorno libero per leggere e scrivere. In quegli anni chiamava il poeta José María Espinasa, uno dei primi amici che si era fatto nella capitale, per leggergli al telefono intere pagine del suo primo romanzo: Lampa vida. “Ti immagini che cosa significa leggere e ascoltare un romanzo per telefono? – racconta Espinasa – Io gli dicevo: ‘Daniel, prendi un taxi e vieni da me, ti offro un bicchiere di vino e continui a leggermelo qui’. Ma lui no, me lo leggeva per telefono”.

Nel 1971, per desiderio di suo padre, si iscrisse alla Escuela Bancaria y Comercial di Città del Messico, nel corso di studi di contabilità pubblica. Dopo un anno però gli fu chiaro che la cosa non faceva per lui. Allora provò ad assistere come uditore alle lezioni di Filosofia e Lettere della unam, ma sentì che non gli si confaceva neppure quella che lui chiamava “letteratura da camera”.

– Avevo bisogno di espormi alle intemperie.

Allora intuì che le intemperie di cui sentiva il bisogno poteva trovarle nel giornalismo, e nel 1972 si iscrisse alla Escuela de Periodismo Carlos Septién García. All’ottavo e ultimo semestre del corso di studi, Alejandro Avilés gli chiese se voleva imbarcarsi in un’avventura: andare a temprarsi al quotidiano Noroeste di Culiacán. Ci andò e ci rimase cinque anni, occupandosi di sport, cronaca rosa e delle conferenze stampa del governatore. L’esperienza gli servì ad affinare molto il mestiere e anche a sciogliersi, perché scriveva cinque cartelle al giorno e alla fine della giornata restava in redazione a lavorare a Lampa vida.

– Fu così che mi resi conto che volevo essere scrittore.

Rientrato a Città del Messico, abbandonò il giornalismo e nel 1978 presentò il suo romanzo Lampa vida, ottenendo la borsa di studio del Centro Mexicano de Escritores (cem). La borsa consisteva in otto rate mensili da 1850 pesos, più 2800 pesos “alla consegna del manoscritto completo dell’opera, se terminato prima di sei mesi dalla conclusione della borsa”. La mensilità era modica, se si considera che nel 1978 delle scarpe stile Boston costavano 259 pesos in un centro commerciale, e un maglione di lana 650. Ma il suo stipendio per il lavoro alla Central de Abasto gli permise di mettere da parte i soldi per il suo primo viaggio in Europa. Nel 1979 andò a Parigi e ci rimase sei mesi, durante i quali per sopravvivere lavorò come imbianchino.

In base al contratto, i borsisti del cem si impegnavano a partecipare “puntualmente e con la massima regolarità” agli incontri settimanali di lettura e discussione dei lavori, presieduti da Juan Rulfo e Salvador Elizondo.

– Salvador Elizondo era molto colpito dal mio utilizzo del linguaggio: non gli importava minimamente lo sviluppo della trama, a Rulfo invece sì. Rulfo era molto attento alla costruzione aneddotica, ai personaggi e alle situazioni, mentre Elizondo si concentrava sulla capacità di un autore di proiettare un mondo.

Quando Lampa vida fu terminata, Rulfo si preoccupava del fatto che i lettori non comprendessero frasi come quelle che aprono il romanzo: “Un filetazo en las sienes de diez polos de nube. Un sapo regorgón a punto de saltar. Un pajarete de chebol sonando su descartonado vuelo. En derredor la noche con viento de jajía y ánima que se pierde en la montaña…”. Elizondo invece era entusiasta del risultato e gli diceva: “Non dar retta a Juan”.

Il romanzo vide la luce nel 1980, pubblicato da Premiá. Negli anni ’80 Sada si dedicò alla scrittura di racconti, che riunì nelle raccolte Un rato (uam, 1985) e Juguete de nadie y otras historias (fce, 1985). Nel 1992 il suo lavoro cominciò ad acquistare rilevanza grazie al Premio Xavier Villaurrutia, ottenuto con Registro de causantes (Joaquín Mortiz), il suo libro di racconti più conosciuto.

In un’immagine che ha ben impressa nella memoria, l’editore Aurelio Major si trova a notte fonda alla frontiera con Calexico, insieme a Daniel Sada e Barry Gifford. Era il 1994 e Major stava preparando insieme a Valerie Miles, per la rivista «Granta», un vasto reportage sulla situazione della frontiera tra Messico e Stati Uniti, riguardo a cui aveva intervistato i due scrittori.

“Gifford era disperato, morto dalla paura per aver passato la frontiera con gli Stati Uniti: in mancanza di un taxi, voleva chiamare la polizia e, nella desolazione di quel posteggio pieno di camion, Daniel accresceva ancor di più la sua angoscia enumerando, tra il serio e il faceto, una sequela di disgrazie di frontiera”.

La scena pare estratta da uno dei romanzi di Sada, ambientati in qualche villaggio fittizio del nord del paese, spesso in zone di frontiera e con personaggi particolarmente corrotti.

Una de dos, il libro che Alfaguara gli ha pubblicato nel 1994, è ambientato in un paese molto simile a quelli della zona desertica nell’interno di Coahuila e racconta la storia delle sorelle gemelle Constitución e Gloria Gamal, che stanno sempre insieme come fossero una sola persona. Un fantasma notturno fa sì che divengano sempre più somiglianti, così quando arriva in paese un ragazzo di nome Óscar che si innamora di una delle sorelle, le due decidono di condividerlo senza fargli sospettare di avere a che fare con due donne distinte.

La storia colpì il regista Marcel Sisniega, che la portò sugli schermi, con una sceneggiatura scritta in collaborazione con Sada. Lo stesso anno della pubblicazione, Carlos Fuentes presentò Sada al Palacio de Linares a Madrid, dichiarando che sarebbe stato “la rivelazione dei prossimi anni per gli scrittori spagnoli e per la letteratura mondiale”. Oggi, da Londra, afferma di non essersi sbagliato perché “Sada è già uno dei più eminenti scrittori non solo del Messico, ma anche di lingua spagnola”.

L’opera che gli ha permesso di raggiungere una statura internazionale ebbe una lunga genesi. Tra il 1993 e il 1999 Sada si dedicò a scrivere il romanzo che inizialmente voleva intitolare Ex absurdo. A metà della stesura dovette superare una rottura amorosa e durante tutto quel periodo si mantenne esclusivamente con i suoi corsi di scrittura e con la borsa che dal 1994 riceve come membro del Sistema Nacional de Creadores de Arte. Alla fine del lungo processo andò, tutto soddisfatto, a incontrare il suo editore di Alfaguara, Sealtiel Alatriste, con in mano due grossi dattiloscritti rilegati. La reazione di Alatriste quando seppe che il manoscritto constava di circa 800 pagine – “Se non ci togli quattrocento pagine, non lo leggo” – lo contrariò moltissimo.

Racconta Martín Solares – all’epoca assistente editoriale di Tusquets – che qualche giorno dopo Daniel era ancora molto arrabbiato, e si sfogò con lui: “Come può dire di essere un editore uno che giudica un libro in cui ho investito tanti anni della mia vita senza neppure vedere la prima pagina!”. L’incidente segnò la rottura dello scrittore con Alfaguara.

Solares si offrì allora di passare il manoscritto all’editore di Tusquets, Aurelio Major, che in pochi giorni ne portò a termine la lettura e decise di pubblicarlo, convinto che da molti anni in Messico non si scrivesse un romanzo di tale portata. Ricorda ancora oggi “le espressioni tra il sarcastico e l’incredulo di molti” di fronte a tale affermazione.

Il libro narra una storia di potere e corruzione originata da un furto di urne elettorali in un paesino del nord, Remadrín, che poi si dispiega in una saga familiare in cui tutto è falsità e menzogna. Apparve con il titolo Porque parece mentira la verdad nunca se sabe, una frase che – secondo quanto dice lo scrittore Élmer Mendoza – è stata un “dono” che la vita ha fatto a Sada.

“Dany – racconta Mendoza – veniva da Mazatlán a Culiacán su un autobus di seconda classe: arrivò incazzatissimo, e neanche una birra e dei burritos de machaca [tacos con carne] riuscirono a fargli sbollire la rabbia. Andò verso la stazione dei taxi maledicendo la sua sorte e, passando accanto a due signore che chiacchieravano, captò una frase che lo rasserenò all’istante e gli fece credere in Dio: ‘Chissà perché la verità sembra sempre menzogna’. Era un home run con la casa piena nel nono inning, con due auts e perdendo tre a zero”.

Ed era anche una vera sfida di produzione e di marketing: la sezione grafica della casa editrice dovette riadattare la dimensione delle pagine, la grandezza dei caratteri e la gabbia del testo per portare il volume a seicentodue pagine. Il prezzo di duecentocinquanta pesos era “proibitivo”, in confronto ai novanta pesos che allora costavano in media i titoli Tusquets, per cui Major ebbe l’idea di chiedere a Elena Poniatowska e Álvaro Mutis di leggere il libro e darne un giudizio per promuoverlo nella manchette.

Mutis affermò che il romanzo rivelava “un narratore profondamente vicino all’essenza dell’uomo”, mentre Elena Poniatowska andò oltre, dedicando al libro un lungo articolo in cui, oltre ad analizzare il peculiare uso del linguaggio alla maniera di Góngora e Quevedo, dichiarò: “Come Rulfo, Sada ha un suo mondo personale e lo abita in lungo e largo, per tutta la sua circonferenza”.

Aperto il libro a caso, alla pagina duecentosettantadue si può leggere: “Enniñecida la cara de Cecilia se prendió: color entre rojo bayo y verduzco y rosa gualdo: ¿guinda acaso?, y el cambiazo al amarillo leonado luego de unos segundos. También las cejas que puso: pungidas como dos flechas querían estar lo más cerca de su fleco de churruingo. Y su cutis arrebol: morenez traz morenez tirando a caqui y a grana. Y su boca como un cuelgue, cual pingajo endurecido…”. In uno dei molti paragrafi descrittivi il narratore dice: “Ciro Abel soltó el rosario, trabucado, sin embargo, de favores cuyo hilaje: si al principio fue enredoso a la mitad era greña o gatuperio viciado, y no se diga al final: un horror de por sí posmo y a buen tuntún caso obsceno”.

Su questa linea, Sada preferisce usare “el lloro” al posto di “el llanto” [il pianto], “el nopalal” per riferirsi alla “nopalera” [piantagione di fichi d’India] o “el mueble” [il mobile] per indicare che sta parlando di un’automobile.

– Io non invento parole, le sento dire, o in ogni caso le deformo: sono un esploratore del linguaggio.

In altri due romanzi, Ritmo delta (Planeta, 2005) e La duración de los empeños simples (Joaquín Mortiz, 2006), l’autore ha lasciato il nord per ambientare l’azione a Città del Messico. Ma in Casi nunca (Anagrama, 2008) è tornato alle sue origini: la provincia. Anche se ha attenuato “l’impeto della sua prosa poetica”, come afferma il critico Christopher Domínguez Michael. Quest’ultimo libro narra di Mireya, una prostituta che si crede in salvo quando uno dei suoi clienti, Demetrio, si innamora di lei. Lo spasimante le promette di portarla a vivere negli Stati Uniti, ma sul treno che li conduce a destinazione, la abbandona alla sua sorte.

Il romanzo ha ricevuto il Premio Herralde de Novela.

– È stata una bella spinta, un riconoscimento importante, dopo quasi trentacinque anni passati a scrivere e pubblicare.

Come poeta, Sada era stato letto con attenzione da Octavio Paz, il che fece sì che la casa editrice Vuelta gli pubblicasse il volume El límite, nel 1997. Lo scrittore assicura di avere cassetti pieni di poesie, ma ha pubblicato solo tre raccolte: Los lugares (uam, 1977), El amor es cobrizo (Ediciones sin Nombre, 2005) e Aquí (fce, 2008). Anche nei primi mesi della sua malattia ha avuto l’animo di scrivere alcuni versi, ma preferisce lasciarli nell’intimità dei suoi cassetti.

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