El mono Olivárez, l'avanguardista della retroguardia

Raul Schenardi Ritratti, SUR Lascia un commento

E dopo i post sui “mostri sacri” Cortázar e Borges, un’approssimazione a uno scrittore cileno pressoché sconosciuto da noi, Carlos Olivárez. A presentarcelo è Fabrizio Gabrielli, che ringraziamo.

di Fabrizio Gabrielli

Lo chiamavano el mono, la scimmia.
Il naso sottile gli fesava il volto, come uno sbercio può fare al cristallo; le orecchie, paraboliche, s’agitavano inquiete sotto un taglio beatlesiano.
Erano gli anni sessanta, in Cile prosperava la generazione degli Skármeta, dei Donoso, degli Edwards.
Carlos Olivárez si affacciava sulla scena letteraria del paese come un foll’elfo scatenato, ironico, scanzonato. C’è una foto che lo ritrae con la faccia coperta per intero dalle lunghe dita, alla bocca una sigaretta, lo sguardo dell’agent provocateur.
Veniva da La Unión, profondo sud, terra brulla, ma di uomini saggi.
Nel 1969 era l’uomo nuovo delle lettere cilene.
Si era trasferito a Santiago con l’intenzione di “fare due salti per bene” sulla pista letteraria, alcuni suoi racconti avevano vinto premi e s’erano guadagnati la pubblicazione su varie riviste. Uno era stato pubblicato dal settimanale argentino “Confirmado”. Nel mese di maggio del 1969 era uscito il suo primo libro di racconti, Concentración de bicicletas.

I lettori l’avevano accolto con entusiasmo, perché oltre il linguaggio sperimentale, che gettava le reti nel pescoso mare del colloquiale, degl’idioletti, dell’inafferrabilità dell’io narrante, c’era tutto il retroterra della gioventù delle province cilene.
Nei racconti brevi, pungenti, riviveva quella La Unión nella quale Olivárez bighellonava per la piazza tutt’intento a guardare i polpacci delle ragazzine, fumare sigarette Liberty, ascoltare I wanna hold your hands dei Beatles, o le hit di Leo Dan e di Paul Anka; l’entusiasmo immotivato di quando arrivava in paese il primo juke-box; le sale fumose dell’O’Higgins, in cui l’autore – confessa in un’intervista – andò a vedere L’imperatrice Sissi di Rommy Schneider. “Alla fine, né più né meno di quello che han fatto, e continuano a fare, molti ragazzi laggiù”.

In quel milieu, Olivárez aveva cominciato ad appassionarsi anche alla letteratura. A cercare nei libri le risposte alle domande che gli sgualcivano l’anima. Un approccio compulsivo, che l’aveva portato a gettarsi a capofitto su un corpus di letture disomogeneo invero, fatto di Kafka, Dostoevskij, Tolstoi, Dylan Thomas, Hesse, dizionari enciclopedici, graffiti nei bagni, Shakespeare, Manuel Rojas. “Per il tanto leggerlo finimmo per distruggere l’unico esemplare di Lolita di Nabokov ch’era arrivato alla biblioteca del paese”, avrà modo di raccontare.
A trarlo in salvo dal purgatorio scontroso e turbolento dell’adolescenza, anche culturale, nella vita di Olivárez era giunta l’esperienza universitaria, a Valdivia.
Dove allo studio aveva affiancato l’attività nelle riviste, la partecipazione a conferenze, a recital, la stesura di manifesti. Dove era maturata in lui la convinzione della necessarietà d’un trasferimento a Santiago. Come confida in un’intervista rilasciata agli esordi, “Per ballare ci vuole una pista, fratello. Oltre al fatto che se mi fossi fermato a Valdivia mi sarei presto trasformato in un salmone. […] Così come un archeologo deve visitare periodicamente le piramidi d’Egitto, in Cile un aspirante scrittore deve venirsela a giocare a Santiago”.

Concentración de bicicletas, si diceva, aveva riscosso un discreto successo di pubblico e critica.
Nei suoi racconti, tutti in prima persona (è la forma più diretta per narrare fatti quotidiani, affermava con risolutezza), Olivárez non cerca mai di eviscerare il senso della vita, né la disintegrazione dell’atomo. L’intenzione, evidente, è quella sic et simpliciter di imbrigliare in una ragnatela viscosa il lettore, una fitta rete di tutto e di nulla, cosicché questi “non possa convertirsi in un profeta e andare a raccontare nei metrò ‘guarda, ho letto un racconto molto bello o molto brutto che parla di questo o di quello'”.
Le sensazioni, gli states of being contavano molto più del dipanarsi della trama.
A chi gli chiedeva conto delle influenze che avevano esercitato su di lui gli altri scrittori latinoamericani rispondeva, dopo un lungo sospiro: “Di riffe e di raffe, non si possono scrivere racconti senza pensare che c’è un signore che si chiama Julio Cortázar, che suona più o meno la tromba per tutti”.

Tutto lasciava presagire una carriera prolifica, per Olivárez. Eppure, dopo Concentración de bicicletas al contrario el mono cadde in un lunghissimo silenzio, che tornò a spezzare solo diciotto anni più tardi, con l’uscita di Combustión Interna. Ancora una raccolta di racconti.
Nel mezzo, cinquecentotrentacinque numeri del supplemento librario de La Época diretti con instancabile dedizione.
E soprattutto: tanta attività culturale sommersa. Negli anni più duri, per la nazione andina.

Dal ’75 all’87, tutti i giorni, Olivárez e altri appassionati di letteratura, scrittori, giornalisti si riunivano a La Unión Chica, un’osteria di fronte alla Borsa di Commercio, a pochi isolati dalle sale dei bottoni del regime militare. Tutti i giorni, dalle undici del mattino alle cinque del pomeriggio, per dodici anni.
Si facevano chiamare L’avanguardia della retroguardia.

Così racconta quegli anni:
“Noialtri venivamo da una gioventù fatta di riforme universitarie, libertà, allegria, movimento e interscambio di idee; gli unici scontri erano tra idee, allora, non tra persone; poi cominciarono a far fuori non più le idee, ma le persone, e da allora non c’è più stato dialogo, ma solo un monologo. E’ iniziata l’invasione del male, un male trasparente, intangibile.
[…] Io vengo dal sud. In quel periodo nero mi concentrai sugl’insegnamenti antichi, su quella frase che gli anziani sempre ripetono ai ragazzini: l’intelligenza non si deve mettere in mostra, perché è pericolosa per gli altri. Quello è stato il periodo che mi piace definire della dissimulazione. Dovevamo farci invisibili, essere un elemento in più del paesaggio.
Non aveva molto senso scrivere, in quel periodo: non c’erano lettori, né attività editoriale. Le librerie chiudevano. Gli scrittori pian piano avevano perso la loro dimensione cittadina. Prima la gente andava ad ascoltarli nelle tertulias, nelle tribune più diverse; addirittura noialtri, noi degli anni sessanta, eravamo quasi glamour…
Allora, invece, si viveva nella sfiducia dell’individuo verso la società e della società verso l’individuo, gelosie reciproche, dalle quali traspariva tutto il male.
E noialtri avevamo deciso di starcene all’osteria Unión Chica. Quando si sparse la voce cominciarono ad arrivare scrittori dalla provincia, dall’estero addirittura, ci spedivano lettere.
Impossibile dimenticare la gentilezza di Wenceslao Alvarez, l’oste, che ci tollerava tutti i giorni. Facemmo anche un’antologia, là, Nueva York 11, nell’87: per partecipare bisognava essere clienti abituali da più di dieci anni.
L’unico piacere che c’era rimasto e che coltivavamo gelosamente, in quell’epoca tremenda della dittatura, quando non si poteva neppure invitare gente a casa, era starcene là, circondarci di persone che fossero disposte a svagarsi”.

El mono Olivárez è morto nel millenovecentonovantotto, quasi dimenticato.
Anche se c’è chi giura di vederlo ancora, ai tavoli di biliardo della Unión Chica, bere cocacola, agitare le menti, e poi fare due salti per bene nella balera delle lettere cilene, anche se la musica non c’è più.
Ballare a giradischi spento: come s’addice a un vero avanguardista della retroguardia.

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