Andrés Caicedo

I vinili di Andrés Caicedo

Sandro Romero Rey Andrés Caicedo, Autori, SUR Lascia un commento

Un viaggio nella colonna sonora di Viva la musica! in un lungo articolo di Sandro Romero Rey, regista teatrale colombiano e grande amico ed esperto di Andrés Caicedo. Il pezzo è stato pubblicato su el malpensante, che ringraziamo.

di Sandro Romero Rey
traduzione di Alice Lucchiaro

Noi feticisti della musica preferiamo, senza ombra di dubbio, i dischi in vinile. Soprattutto per le copertine. Quando fecero la loro comparsa i cd, la frustrazione di fronte alla celebre copertina dell’album Sticky Fingers dei Rolling Stones (disegnata da Andy Warhol: blue jeans da uomo, fronte e retro, suggestivi attributi nel cavallo e una zip vera), la frustrazione, dicevo, era uno stato d’animo che si mescolò alla rabbia. Dischi compatti! Il mondo non sarebbe stato più lo stesso, pensavamo. Era un segno inequivocabile che i tempi, in fin dei conti, stavano davvero cambiando. Per sua fortuna, allo scrittore e cinefilo Andrés Caicedo non toccò vedere sminuiti i propri sogni sonori. Per tutti i lettori di Viva la musica! una delle attrattive maggiori del romanzo, oltre alle sue felici sincopi letterarie, consiste nell’enigma dei dischi citati. Alla fine del libro, l’immaginaria Rosario Wurlitzer si occupa di elencare una discografia approssimativa di tutte le canzoni che riecheggiano nel romanzo. Nel libro Andrés Caicedo o la muerte sin sosiego ho scritto un intero capitolo per cui quasi capitolo io. Si intitola «Tutta la musica di Viva la musica!» e in quell’occasione mi sono proposto di identificare ciascuno dei riferimenti musicali che accompagnano l’avventura letteraria del suo autore. Sono di più, molte di più, le canzoni, oltre alle novantanove citate dalla frettolosa signorina Wurlitzer nella sua raccolta di titoli. Ad ogni modo, questi elenchi servono a fare un viaggio nel passato, di quelli che piacciono tanto ai nostalgici, perché non c’è niente di meglio delle canzoni per rievocare i ricordi intangibili. Specialmente le brutte canzoni, quelle «banalità prive di qualsiasi interesse» che Caicedo si rifiutò di riportare nelle pagine finali del suo romanzo postumo.

Sì. Parlerò dei dischi di Andrés. Mi ha sempre incuriosito sapere dove li comprava. Lo dico perché, dopo la sua morte, mi sono reso conto che i suoi gusti musicali erano praticamente uguali ai miei, ma non li abbiamo mai condivisi, se non nell’atrio del Cineclub di Cali, dove tuonava la musica prima della proiezione dei film. Rosario Caicedo, sua sorella, mi scrive citandomi un negozio di dischi di nome Yanguas. Ramiro Arbeláez, uno dei migliori amici di Andrés, ricorda di averlo accompagnato diverse volte a comprare dischi al negozio di Alcibíades Bedoya in centro, in calle 11, non tanto distante dall’ormai chiuso Teatro Colón. Per quanto mi riguarda, a quei tempi non troppo lontani facevo le mie capatine in un posto che si chiamava tipo Discos Llanos, ma soprattutto ai magazzini Sears (uno degli “esterni” indimenticabili del libro El atravesado), dove chiesi a mio papà, per la prima volta in vita mia, con i miei undici anni sulle spalle (parliamo dell’anno del Signore 1970), di comprarmi il disco degli Stones intitolato Through the Past, Darkly, perché la sua forma esagonale, con le punte ritagliate, mi faceva andare fuori di testa. Quel disco, omaggio postumo allo scomparso Brian Jones, arrivò per caso a Cali a tempo debito, ma non succedeva di frequente che i dischi rock arrivassero nel nostro paese. Ricordo lontanamente di aver visto un’edizione del già citato Sticky Fingers nel negozio del signor Gordon, nel Centro Comercial Norte, dove si compravano i dischi di musica classica. Il signor Gordon, un tedesco appassionato, vendeva dischi “popolari” nella parte anteriore del negozio e aveva un bunker speciale dove stava lui a ricevere i clienti esclusivi: quelli che compravano musica classica. Il signor Gordon odiava tutto ciò che non aveva niente a che vedere con i suoi gusti personali. Di quello se ne occupavano i suoi dipendenti. Lì, comunque, si trovavano delle rarità e ricordo di aver trovato tra gli scaffali album leggendari come quello doppio di Joe Cocker «e i suoi furiosi cani inglesi»,[1] colonna sonora del film di Pierre Adidge.

Scovare dischi rock negli anni Settanta a Cali era difficile tanto quanto vedere belle pellicole su 35 mm. Per questo i cinefili aprivano (aprivamo) i cineclub. I vinili di rock colombiano sì che arrivavano, grazie a un singolare curatore: un certo G. Díez R. di Discos Fuentes. E tutte le custodie riportavano una frase fiduciosa: «Il disco è cultura».

Caicedo, come è risaputo, era uno ossessionato dalle gesta dei Rolling Stones. Si procurò tutta la discografia, fino all’anno della sua morte. Ovvero, fino all’album Black & Blue, primo disco con Ron Wood. Nella collezione di Andrés c’erano i dischi della band, quelli degli anni Sessanta, nelle edizioni nazionali. A partire dal pluricitato Sticky Fingers, cioè dal 1971, i suoi esemplari provenivano dagli Stati Uniti. Secondo il documentarista Óscar Campo (un altro dei pochi buoni amici dello scrittore), la copertina di Sticky Fingers che possedeva Caicedo si apriva e, come in tutte le altre, si vedeva il corpo di un uomo in mutande. La differenza era che il disco di Andrés aveva «peli pubici veri». Io credo al bugiardo Óscar. I dischi di Caicedo dovevano per forza avere qualcosa di diverso.

Ma che fine ha fatto il primo blocco di dischi della sua raccolta? Secondo il fotografo Eduardo “la Rata” Carvajal, Andrés organizzò una festa nella sua casa del quartiere San Antonio. L’anfitrione si distrasse e un timoroso artigiano hippy, noto giustamente come Robi, si rubò la collezione di dischi di Caicedo. Il giorno dopo, fieri come motociclisti emuli del film Easy Rider di Dennis Hopper, la Rata e suo fratello Alfonso, accompagnati dai temibili assassini seriali Andrés Caicedo Estela e Luis Ospina Garcés, andarono a recuperare i dischi nella comune dove viveva quel ladro poco di buono. Quando arrivarono non c’era nessuno, tranne le donne e i bambini del kibbuz di Cali, terrorizzati dall’arrivo di quelle brigate selvagge. I dischi non vennero mai fuori. Ma qualcosa successe perché, dopo la morte di Andrés, vidi che la sua collezione stonesiana era cresciuta: esemplari unici di tesori come i dischi da solista del bassista Bill Wyman (Monkey Grip e Stone Alone), l’album postumo di Brian Jones (The Pipes of Pan at Joujouka, a cui la band rese omaggio nel 1989 con il brano «Continental Drift»), gli altri dischi del catalogo della Rolling Stones Records (le registrazioni di Howlin’ Wolf e il singolare Jamming with Edward!); ma forse il più interessante era il disco pirata noto come «concerto per il Nicaragua», registrato il 18 gennaio del 1973 a Los Angeles, dalla cui copertina Andrés trasse l’immagine per la prima edizione «pirata di qualità» del suo romanzo El atravesado. Quel disco è conosciuto come All-Meat Music. Oggi come oggi, ciascuno di questi vinili è un tesoro. Alcuni di essi esistono in versione digitale. Altri no. Sono scomparsi per sempre, come scompare il corpo di un suicida.

Andrés Caicedo

Un altro album importantissimo per un rollingstoniano dell’epoca era (è!), sicuramente, Exile on Main St., la doppia registrazione del 1972. Non ricordo che esistesse un’edizione nazionale di un simile classico. Io, infatti, ne trovai una copia molti anni dopo (ah, copia gringa, avvolta nel cellofan come se l’avessero impacchettata dal cielo, con quell’odore di giocattolo nuovo, con dentro le cartoline e le foto di Robert Frank nella custodia di ciascuno dei due dischi!), quando la bufera eroinomane della band in Costa Azzurra era ormai soltanto un argomento da libro. Da dove era spuntata la copia di Andrés Caicedo? Secondo la sorella (la sua «vaga stella dell’Orsa»[2]), fu lei a mandargli dagli Stati Uniti i principali album del gruppo: Beggars Banquet, It’s Only Rock and Roll (But I Like It) e, come no, Exile on Main St. Il ragazzo ce l’aveva, se lo tenne stretto e lo lasciò filtrare nei suoi libri: «la difficile» (parola della narratrice María del Carmen Huerta) «Loving Cup», per non andare troppo lontano, o l’epigrafe del racconto «En las garras del crimen» che, come dato curioso, «inventa» una traduzione del classico «Tumbling Dice» («Esaurisci le mie forze / affondami di fronte / abbandonami nella criminalità»”… qualcuno sa da dove uscì una frase del genere?).

La saga rockettara di Caicedo non finisce, come qualcuno crede, come quella della narratrice di Viva la musica! Ovvero, il suo cuore non abbandona il rock quando incontra la salsa. Al contrario, l’entusiasmo rimane costante fino al giorno della sua morte ed è manifesto in un’intervista che Andrés fece proprio al primo manager dei Rolling Stones, Andrew Loog Oldham, in un hotel di Bogotà. Secondo Patricia Restrepo, la sua dama accompagnatrice durante gli ultimi anni di vita, lei e Caicedo erano su un autobus nell’elegante carrera Séptima, quando videro da lontano Oldham. O meglio, Andrés lo vide, mollò lì la sua ragazza e corse dietro a quell’apparizione. Fissarono un appuntamento, Caicedo portò un registratore e consumarono «generose quantità di whisky e birra». In base ai ricordi di Luis Ospina, il registratore non funzionò. Così, la lunghissima intervista (pubblicata sul settimanale culturale dell’ormai scomparso quotidiano di Cali, El Pueblo) venne trascritta a memoria dall’autore degli Angelitos empantanados.

Eppure anche la salsa entrò nella vita di Caicedo per restarci. A partire da quando? Non lo sappiamo con esattezza, ma è molto probabile che la tragedia di Rubén Paces alla Caseta Panamericana di Cali, nel dicembre 1969 (secondo quanto viene raccontato nel suo romanzo postumo), sia stata simile a quella del suo autore. Non sappiamo se «gli si cancellò la cassetta» durante i gloriosi concerti dell’Orquesta de Ricardo Ray & Bobby Cruz. La cosa certa è che Andrés conosceva benissimo il repertorio dei musicisti portoricani di New York. E lo conosceva grazie ai suoi vinili. Per quanto possa sembrare incredibile, non era così facile reperire «per rallegrare la festa / i dischi di Richie Ray». Molti dei dischi che cita Rosario Wurlitzer in Viva la musica! dovevano essere stati importati. Nel 2003 Richie e Bobby hanno festeggiato la pubblicazione del loro centesimo disco. Nel 1977, anno del suicidio di Caicedo, i musicisti avevano già inciso il grosso della loro carriera musicale. Precisamente, cinquantotto titoli, secondo l’esaustiva discografia che Richie Viera organizzò per il triplice album del quarantesimo anniversario. In effetti, fu nel 1975 (con l’album che ha come titolo l’anno della sua uscita) che Richie Ray e Bobby Cruz ricevettero «la chiamata del Signore» e cominciarono a introdurre temi religiosi nella salsa. In quel disco (così si chiama: Ricardo Ray e Bobby Cruz-1975) sono contenuti i brani in omaggio a Johann Sebastian Bach che Andrés non recensisce da nessuna parte. Il suicidio di Caicedo coincise con l’uscita di album a tutti gli effetti deludenti come Algo diferente, o i brani redenti dedicati all’ex capobanda Nicky Cruz. I salsomani profani (o «laici», così definiti dai pastori Ray/Cruz) dovettero prescindere dai dischi dei loro idoli fino al nuovo millennio inoltrato, quando Richie e Bobby si resero conto che la salsa era stata inventata per ben altro, non per fare proselitismo religioso. Per fortuna, a Caicedo non toccò assistere al viaggio nell’alto dei cieli dei creatori della salsa.

Le canzoni dell’Ambasciatore del Piano sono le fondamenta di tutta la seconda parte di Viva la musica! Senza i suoi testi, il romanzo non esisterebbe. Le sue frasi si intrufolano in ogni momento della narrazione e sembra che la narratrice (la Sempreviva) non racconti il romanzo, ma lo canti. Si nutre di quei vinili goduriosi, luminosi, dolorosi, gloriosi. Specialmente dei brani che fanno parte degli album Comején, Viva Ricardo Ray, Jala jala boogaloo (volume 1 e 2), En fiesta navideña, Agúzate, El bestial sonido de… o El diferente. Da uno dei primi dischi della Fania All Stars bisogna riprendere il pezzo «Ahora vengo yo» per capire il viaggio delirante della narratrice e del suo consorte di turno verso l’inferno allucinogeno. Perché Andrés stava diventando un uomo fatto di testi di canzoni. Era ossessionato dai dischi e li faceva girare fino a disintegrarli. Un disco nuovo non si ascoltava una volta sola. Si ascoltava mille volte di seguito, finendo all’ultimo solco, per poi rimetterlo dall’inizio fino alla saturazione completa. Da quelle feste infinite vennero fuori le frasi «prestate» per il suo grande romanzo.

È strano, ma in Viva la musica! non si parla quasi di Héctor Lavoe, una delle nuove ossessioni dell’autore verso la fine della vita. A proposito di Lavoe, Patricia Restrepo racconta che un paio di settimane prima del suicidio lei e Andrés erano andati a conoscere il cantante all’Hotel Aristi, dove alloggiava. Andarono lì e lui lo intervistò. Non si seppe mai che fine fecero gli appunti di quell’intervista perché scomparvero per sempre. La cosa certa è che Lavoe fu entusiasta di conoscere Caicedo e li invitò, lui e la sua ragazza, ad accompagnarlo al porto di Bonaventura, dove avrebbe cantato la sera dopo. Andrés e Patricia andarono al suo concerto in una delle discoteche di Cali e il giorno dopo presero il pullman con i musicisti fino ai confini dell’Oceano Pacifico. C’è un’immagine solarizzata che lo testimonia. La Rata Carvajal la recuperò dal laboratorio anonimo del cimitero delle foto perdute. Io, lo confesso in queste righe, ho una fissa per la musica di Lavoe. In particolare, per i pezzi classici dell’album It’s Up to You. Periódico de ayer o Vamos a reír un poco mi riportano direttamente al passato, al ’77, al Cineclub di Cali, alla mattina dopo la morte di Andrés Caicedo, quando la proiezione del film I figli della violenza del signor Luis Buñuel venne interrotta da un esercito di fanatici insonni che avevano deciso di consacrare, per l’eternità, gli effetti definitivi del Seconal. Come si sarebbe potuto immaginare il nostro angelo del pantano che, dieci anni dopo, Lavoe, schiavo del regno del buco, avrebbe finito per nascondersi nella città di Cali, mentre decretava la propria rovina.

Andrés Caicedo

Conservo alcuni dei vinili di Andrés Caicedo. Ma forse quello a cui tengo di più è un singolo, da 45 giri al minuto, in cui c’è «Periódico de ayer» da un lato e «De ti depende» dall’altro. Ora, riguardo la raccolta di dischi mentre parlo con Luis Fernando Manchola, caro amico di Caicedo e di altri miei complici di Cali. Manchola mi dice: «Andrés imponeva i suoi gusti nelle feste. Chi aveva dei vinili sotto il braccio aveva il potere. E Andrés ne aveva sempre quando arrivava a una festa. Era lui che si occupava di selezionarli, nessuno poteva intromettersi. Non li trattava mai con cura, tutti i suoi dischi erano rigati. Era molto generoso nel prestarli». Quei vinili, ovviamente, il nostro ragazzo li ascoltava le domeniche pomeriggio insieme a Patricia, in un giradischi portatile, nella sua stanza della casa di Ciudad Jardín. Così come l’editrice e critica letteraria Margarita Valencia ha dato vita a una riflessione sui libri di Caicedo e su quello che si leggeva negli anni settanta (seguendo la traccia dell’archivio donato alla Biblioteca Luis Ángel Arango di Bogotá), a me piacerebbe organizzare un viaggio tra i suoi vinili. Perché anche i dischi nascono spontaneamente. Non si sa da dove spuntino fuori tanti titoli delle nostre collezioni. Se mi metto a riguardare tutto quello che possedeva Andrés, dovrei citare gli Stones e Richie Ray, ma anche The Concert for Bangladesh di George Harrison e Abbey Road dei Beatles (anche se Andrés li detestava), Barrabás y Eric Burdon, l’album IV dei Led Zeppelin e I Got Dem Ol’ Kozmic Blues Again Mama! di Janis Joplin, la colonna sonora de L’ultimo tango a Parigi e Credence Clearwater Revival, gli Animals e Johnny Winter, The Moody Blues e The Band, La Protesta e i Los Speakers, Eddie Palmieri e Andy Harlow, Ray Barretto e La Conspiración. I dischi sembrano moltiplicarsi e si finisce per avere gusti inconfessabili pubblicamente (secondo Rosario Caceido, ad Andrés piaceva… Serrat!). Tutta la musica che si ascoltava nel Cineclub di Cali prima delle proiezioni era su vinile (mai su cassetta) ed era proprio Caceido che la sceglieva, con lo stesso criterio e la stessa attenzione usati per i cicli dei film.

Andrés Caicedo

Molti di questi album non si trovano più. Altri riposeranno in vecchi bauli impolverati. Io, quelli che sono riuscito a recuperare, li conservo perché sì. Perché il mondo può finire da un momento all’altro. E prima che questo accada, mi piacerebbe dare un’occhiata alle vecchie copertine, quei tesori unici che hanno accompagnato la nostra infanzia e la nostra adolescenza e che corrispondono a momenti irripetibili, tristemente felici. Sono, mi si conceda il presuntuoso paragone, la nostra madeleine proustiana. Quei tempi sono finiti, «il futuro è già passato e non ce ne siamo accorti», come direbbe uno dei personaggi del film C’eravamo tanto amati di Ettore Scola, sul quale Patricia Restrepo scrisse un articolo dedicandolo al suo ragazzo scomparso. Restano lì quei vecchi vinili che si rifiutano di scomparire. I pochi esemplari di Andrés Caicedo li tengo in un posto molto speciale della mia vita e dei miei ricordi. A qualcuno serviranno domani. A me, intanto, servono oggi. Lo scratch di un disco in vinile è il massimo. Come ritrovare una canzone dimenticata tra i vuoti dell’amnesia. Volume, amico mio!

 

[1]   Nell’originale “y sus perros rabiosos ingleses” si riferisce al film documentario del 1971 di Pierre Adidge intitolato Mad Dogs & Englishmen in cui Joe Cocker va in scena.

[2]   Riferimento al film di Luchino Visconti del 1965 intitolato Vaghe stelle dell’Orsa.

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