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Vuelvo al sur / 1

redazione Reportage, SUR 1 Commento

Pubblichiamo oggi la prima parte di un lungo reportage di viaggio di Jadel Andreetto, che ci parla delle baraccopoli di Buenos Aires.

Nel 1957 lo scrittore e giornalista argentino Bernardo Verbitsky (padre di Horacio, conosciuto da noi per le sue inchieste giornalistiche sui desaparecidos e il ruolo della Chiesa argentina durante gli anni della dittatura militare) pubblicava un libro dal titolo «Villa miseria también es América», coniando un’espressione, villa miseria, che si potrebbe tradurre con «baraccopoli» e che da allora è entrata prepotentemente nel linguaggio quotidiano.

di Jadel Andreetto
(membro dei Kaizen)

Maria Ester es una piba / que nacio para cojer / ella es loca por los burros / no hay pija que le venga bien. (Los Pibes Chorros)

Aspetto il mio contatto tra Cordoba e Pringles. Il sole brucia e mi rintano in una stazione di servizio con l’aria condizionata al massimo. Mi concedo una bottiglia d’acqua gelata poi torno all’incrocio rovente e aspetto. Aspetto. Con tre quarti d’ora di ritardo lo vedo attraversare la strada e venirmi incontro sorridente. È alto meno di un metro e sessanta, la maglietta si tende sul ventre a mappamondo e sotto il capello con la visiera ha uno sguardo da eterno ragazzino. Prendiamo un autobus verso Retiro e la stazione dei treni. Assistiamo a una lite tra l’autista e un tizio particolarmente su di giri a cui partecipa mezzo autobus con commenti, suggerimenti e parolacce. La guida mi fa notare che più andiamo a sud più ci si imbarbarisce, a ogni fermata i volti, gli abiti e i comportamenti cambiano. Non prendermi per razzista dice, è una questione genetica, se per generazioni soffri la fame il tuo cervello, come il tuo fisico, non può crescere. Buenos Aires è uno specchio del mondo. Il Sud è sempre il Sud, anche su scala ridotta, i quartieri bene sono a nord le villa miseria a sud. È così. Liquida la questione con estrema facilità, è molto pratico e sa di cosa parla. Io sono portato alla complessità o forse all’ingenuità della complessità, ma io vengo da nord.

Scendiamo a Retiro, il cuore delle migrazioni quotidiane che portano i lavoratori dalla provincia in città, a migliaia. Arrivano la mattina presto, la megalopoli li ingoia e li macina per tutto il giorno. Sono in maggioranza boliviani e paraguaiani (peruviani no, perché sono tutti ladri), si spaccano la schiena per dieci ore e poi ripartono abbruttiti e logorati. Quarant’anni fa l’allenatore del Estudiantes de la Plata portava di primo mattino l’intera squadra nella hall in stile inglese della stazione, li metteva in fila a lato del corridoio principale a osservare l’arrivo in città dei pendolari, le loro membra stanche, le schiene spezzate, gli occhi a terra. Loro, diceva, lavorano. Voi siete fortunati, fate quello che vi piace e vi pagano per questo. Non dimenticatelo mai.

Il contatto mi guida rapido attraverso l’atrio, passiamo davanti a una macelleria con la carne a buon prezzo, una serie di edicole e qualche poliziotto. Sono le sei di sera, molti lavoratori sono in partenza ma è piena estate e i treni che vanno a sud vanno anche al mare e così ci sono diversi turisti, soprattutto giovani con lo zaino in spalla.

Ci ritroviamo sul retro della stazione, Buenos Aires smette di essere la Parigi del Sudamerica e diventa il Sudamerica. Ci mettiamo in fila sul marciapiede, sono l’unico bianco, sono forse il più alto della coda. Una ragazzina porta un neonato in braccio, due ragazzi sono strafatti di crack e sono in preda a scatti e spasmi. Lungo il muro della stazione, a terra e sui gradini ce ne sono molti. I visi scavati, un sorriso ebete e gli occhi vacui. Mentre un uomo curvo sotto il peso di un macchina emettitrice a spalla ci dà i biglietti e l’autobus si avvicina, uno di loro scatta in avanti, con le scarpe in mano, si lancia contro il muso del mezzo che inchioda. Con movenze canine annusa la cabina, schiaccia il volto sul vetro e legge ad alta voce la scritta con la destinazione. Urla che non è il suo autobus e se ne va saltellando. Nessuno sembra farci caso.

Facciamo il viaggio in piedi, dal barrio di Retiro passiamo a quello di Barracas, l’autopista si allontana, le case si abbassano, le strade sono un disastro. Passiamo davanti a un edificio in stile gotico circondato da un parco. Una volta, nell’Ottocento, Retiro e i quartieri centrali erano quartieri alti, poi il fiume ha esondato, c’è stata la peste e pian piano i ricchi hanno preferito andarsene. Qualche vestigia dello splendore di allora rimane ma è fagocitata dalla povertà.

Qui termina la città dice, eppure a me sembra che non termini proprio nulla. Qui comincia una città che non dovrebbe esserci. Sono terreni comunali occupati tra Barracas e Pompeya, il barrio proletario di tradizione tanghera, su cui da molti decenni si costruisce un’altra città. È la villa 21, una delle più grandi baraccopoli della capitale argentina. È abitata in maggioranza da paraguaiani, quasi tutti muratori, ladri e spacciatori o tutte tre le cose assieme. Hanno costruito una cittadella di case basse, alcune di tre o quattro piani, con materiale di fortuna e sottraendo i laterizi ai cantieri in cui sono impiegati. Chi le ha edificate ora le affitta, le vende o ci ha ricavato delle botteghe, dei chioschi, dei “saloni” da parrucchiere, dei bar. Uno di essi, specializzato in spiedini di porco alla griglia, sfoggia un murales di pessima qualità con quello che dovrebbe essere Michael Jackson alle prese con il moonwalk. La strada principale è costellata di queste attività. I cavi elettrici si annodano con quelli telefonici e con quelli della tv in grovigli inestricabili che corrono sulle nostre teste da un palo di legno all’altro. Luce, gas, acqua. Nessuno le paga, ci pensa la municipalità di Buenos Aires, così come ha appena provveduto a far asfaltare alcune stradine del reticolato che forma la villa.

Nel Commonwealth britannico si chiama slum, in Latinoamerica ha nomi diversi: in Brasile favela, in Messico ciudad perdida, in Uruguay cantegrile, in Cile callampa e in Argentina villa de emergencia e dalla fine degli anni 50’ villa miseria: un nome letterario che deriva dal libro Villa Miseria también es América di Bernardo Verbitsky. A Buenos Aires ce ne sono alcune che risalgono agli anni ’30 come la Villa 31 di Retiro, sono sorte attorno alle ferrovie o al porto, costruite e abitate dagli stessi operai ferrovieri e portuali, altre sono nate e prosperate nei pressi di certe fabbriche da cui hanno preso il nome come Villa Inti (textil INTA-Arcel) o Villa Pirelli, altre si sono sviluppate attorno a zone più ricche come La Cava a San Isidro: gli abitanti erano le famiglie dei domestici o dei giardinieri della borghesia della zona. La Cava fino agli anni ’80 era considerata una delle più pericolose della provincia di Buenos Aires, tanto da essere stata separata da San Isidro con un muro degno di quello di Berlino…

Abbandoniamo la strada principale e cominciamo a inoltrarci nel dedalo di strade e vicoli che formano la griglia della villa. Passiamo da una via a due corsie lunga meno di cinquanta metri, voltiamo a destra poi a sinistra. Tutto si restringe, le baracche e le case di mattoni grezzi e lamiere delimitano il nostro percorso, il cielo è solcato da fili, le finestre sono protette da inferriate, il bagliore del televisore e il suo ronzio sono un motivo ricorrente. Tutti hanno la tv accesa, tutti hanno la tv. Via cavo. Il “tizio del cavo” mi viene spiegato si fa pagare per i collegamenti e per gli amplificatori di segnale che fanno da prolunga e da connessione tra i vari fili, è il “tizio del cavo” ufficiale ma qui lo fa illegalmente. Ho una strana sensazione, indosso un paio di jeans vecchi e una maglietta nera semplice, un po’ scolorita, non porto occhiali da sole, non ho il portafogli con me e ai piedi ho delle anonime scarpe da ginnastica, sono alto poco più di un metro e settantacinque ma sono il più alto di tutti quelli che incontro e puzzo di primo mondo lontano un chilometro. Sono un’eccezione, una distorsione spaziotemporale, non dovrei essere lì, lo so, lo sanno, sono leggermente turbato.

Sono quasi le sette, incrociamo qualche ragazzino, un capannello di donne di una certa età, una coppia con un passeggino, un gruppo di tre uomini che ridono tra loro, dei cani spelacchiati. Proseguiamo, sempre più all’interno. C’è odore di carne alla griglia, l’audio della tv si mescola con la cumbia che arriva dagli stereo e dai telefonini portati alla cintura di alcuni ragazzi. La mia guida svolta sicura tra una stradina e l’altra, alcuni vicoli poco più larghi di me si infilano come crepacci ogni gruppo di quattro, cinque case, all’interno vedo scivolare delle ombre. Un’auto blu metallizzata con le minigonne, i vetri oscurati e i cerchioni sportivi ci costringe a camminare rasente ai muri, passa oltre rombando a bassa velocità, dall’interno proviene un rumore sordo, come se i woofer riproducessero solo i suoni più bassi della musica.

Ci fermiamo davanti a una casa a un piano fatta di mattoni grigi senza intonaco, è un parallelepipedo grezzo e cadente. Il mio uomo si affaccia alle inferriate della finestra accanto alla porta, qualcuno sta guardando le Cronache di Narnia steso sul materasso di cui intuisco la forma, posso scorgere solo lo schermo, i piedi del letto e un ventilatore che ruota sul suo asse. La guida abbaia per scherzo. Un urletto seguito da una risata lo accolgono, dall’inferriata fanno capolino una bambina di dieci anni e una donna dagli occhi azzurri arrossati all’inverosimile, sembrano due ciliegie aperte con il nocciolo blu. Sono Diomira e Mariana, la figlia e la moglie di Rey.

La letteratura argentina contemporanea sembra aver riscoperto la villa miseria. Le librerie fanno mostra di diversi titoli le cui storie raccontano le baraccopoli bonaerensi. Leonardo Oyola, uno scrittore che dalla villa proviene, sta portando avanti una serie di noir, il primo Santeria e il secondo Sacrificio, pubblicati dalla collana Negro Absoluto delle edizioni Aquilina. Eterna Cadencia, la casa editrice culto, nata da una libreria altrettanto di culto, ha appena dato alle stampe la Virgen Cabeza di Gabriela Cabezón Cámara. Il tema delle villa miseria però non è solo una questione letteraria o un’“ambientazione esotica” con cui colorare il genere, la favelizzazione di Buenos Aires è una tematica scottante, le prime pagine dei quotidiani della capitale concentrano sempre più l’attenzione su questo fenomeno. Le villa esistono dagli anni ’30 e nessuno se non qualche intellettuale e soprattutto alcune organizzazioni per i diritti umani ci ha mai fatto caso. Si è sempre trattato di luoghi dimenticati, non visti, non esistenti per le classi abbienti porteñe, anche nel caso della Villa 31 che sorge a pochi passi dal Microcentro, dal centro degli affari bonaerensi, la “city”, che di giorno brulica di banchieri, finanzieri, impiegati, imprenditori, avvocati e turisti dediti allo shopping ma che di notte lascia spazio, come se si aprisse un varco su una dimensione parallela, a senzatetto, villeros, piccoli criminali e cartoneros.

Cosa è cambiato? Dal crac economico di inizio millennio l’Argentina sembra essere un altro paese per certi versi. La politica ha preso direzioni inedite, soprattutto per quanto riguarda il passato della nazione e la sua nota vicenda storica. Le Madri di Plaza del Mayo hanno smesso di fare il giro della piazza il giovedì, per la prima volta in oltre trent’anni, sono state cancellate le leggi che impedivano ai processi ai militari di fare il loro corso e molti sono stati condannati, ultimo tra questi il generele Jorge Rafael Videla, uno dei massimi esponenti della Junta Militar che tenne in pugno il paese dal 1976 al 1981, condannato all’ergastolo pochi mesi fa. Dapprima il presidente Nestor Kircher e poi sua moglie – ora vedova – che lo ha succeduto alla presidenza negli ultimi anni, ha lavorato molto sul fronte dei diritti umani, c’è chi dice anche troppo, dimenticandosi del resto dei problemi del paese che ora deve fare i conti con una destra aggressiva che ha già conquistato la capitale con Mauricio Macri sindaco e che spinge sull’acceleratore dei temi della sicurezza e dell’immigrazione.

Durante il mandato Kirchner, l’afflusso di immigrati soprattutto da Bolivia, Paraguay e Perù è aumentato creando alcuni problemi di ordine sociale, primo fra tutti l’occupazione di territori ed edifici pubblici e privati e la conseguente creazione di micro villas, come per citare un esempio nel quartiere turistico di Palermo Soho all’altezza di Godoy Cruz lungo la ferrovia.

Uno degli episodi più emblematici, che ha poratato definitivamente all’attenzione dei media la favelizzazione di Buenos Aires, si è svolto durante le ultime vacanze natalizie…

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