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John Henry Festival, una recensione di Jonathan Franzen

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Questa settimana torna in libreria John Henry Festival di Colson Whitehead. Uscita originariamente sul New Yorker e pubblicata da Repubblica nel 2002 in occasione della prima edizione italiana del libro, pubblichiamo oggi la recensione di Jonathan Franzen al romanzo.

di Johnathan Franzen
traduzione di Andreina Lombardi Bom

Il primo romanzo di Colson Whitehead, L’intuizionista, era una vivace fantasia comica su un’ispettrice di ascensori newyorkese di nome Lila Mae Watson. Il libro dimostrava l’intelligenza e l’originalità di Whitehead come romanziere, ma il mondo delle ispezioni di ascensori non mi entusiasmava, e francamente la scelta da parte dell’autore di Lila Mae come protagonista mi irritava. Anche se è grandioso dal punto di vista tecnico e lodevole dal punto di vista teorico quando un romanziere maschio riesce a calarsi nei panni di un personaggio femminile, c’è qualcosa nella realizzazione pratica di questo intento che mi mette a disagio. […]

Ma adesso tutto è perdonato. Il nuovo romanzo di Whitehead, John Henry Festival, non solo ha per protagonista un uomo, un giovane cronista freelance di nome J. Sutter, ma affronta abilmente la crisi interiore del maschio americano di oggi. Riservando i suoi materiali più maturi per questo secondo libro, Whitehead è in grado di collocare le difficoltà di J. in un contesto più ricco e ambiguo di quello di cui gode un tipico protagonista fra i venti e i trent’anni. Il libro trae forza e ampiezza tematica dalla leggenda di John Henry – quello spaccapietre, forse personaggio storico, forse no, che, secondo racconti e ballate popolari, lavorò alla costruzione della linea ferroviaria Chesapeake & Ohio, vinse una gara contro una trivella a vapore e poi cadde morto «con la mazza stretta in pugno».

A un primo sguardo, J. Sutter sembra improbabile come candidato all’identificazione con lo spaccapietre. Come John Henry, J. è nero – proviene da una famiglia di Manhattan che cerca in tutti i modi di elevarsi socialmente – ma non possiede la forza fisica di John Henry né il suo carattere esemplare. Anzi, J. è l’incarnazione del disorientamento morale di oggi. È uno «scafista», un «conquistatore di inviti», un «opportunista dell’open bar», un cercatore della «luce rossa benevola e nutriente delle lampade a incandescenza sopra le costolette di prima scelta». La sua vita sentimentale consiste in sterili accoppiamenti bisettimanali con un addetto stampa di nome Monica. Non ha rapporti visibili con la sua famiglia. Vive in una campana di vetro fatta di istruzione privilegiata e di perspicacia ironica, tanto distante dai fumatori neri di crack del suo quartiere di Fort Greene quanto dai «campagnoli» che nella sua immaginazione popolano l’entroterra americano. Per quel poco che il suo retaggio sembra contare per lui, spesso e volentieri tende a scherzarci sopra.

L’azione principale del romanzo si svolge durante un fine settimana di luglio del 1996, quando un sito internet manda J. a Talcott, in West Virginia, per un servizio sulla presentazione di un francobollo dedicato a John Henry e l’inaugurazione di una manifestazione folkloristica locale chiamata «John Henry Festival». In perfetto stile postmoderno, Whitehead si avvale di un francobollo che esiste veramente, e di un vero «John Henry Festival» che ha avuto luogo esattamente nel luogo e nel periodo (ma naturalmente non nel modo) in cui viene descritto nel romanzo. Le verdi montagne del West Virginia sono per Whitehead una shakespeariana foresta di Arden, lo sfondo rurale nel quale confluisce un comico assortimento di cittadini fuori dal loro habitat naturale: J. e quattro dei suoi colleghi; l’avvenente figlia di un collezionista di cimeli su John Henry; un potentissimo PR che indossa «l’unico completo Angelo Marini nel raggio di cento chilometri»; e un collezionista di francobolli maldestro in società, munito di un’arma nascosta che farà fuoco prima che cali definitivamente la tela.

J. è venuto in West Virginia per le costolette di prima scelta e le bevute gratis, naturalmente, ma sta anche, in maniera burlescamente eroica, tentando qualcosa di straordinario. Sta cercando di battere il record del maggior numero di giorni consecutivi trascorsi presenziando ad almeno un evento pubblicitario. Veniamo a sapere che l’attuale detentore del record, un certo Bobby Figgis, è sopravvissuto a un anno intero di viaggi e pasti spesati prima di crollare e scomparire, «divorato dalla cultura pop». L’aspetto forse più godibile di John Henry Festival è l’energia con cui Whitehead smaschera il mondo del commercio mediatico della cultura pop e i suoi ben remunerati diffusori, i cui «ideali» sono «la sacra inviolabilità della ricevuta, due dollari a parola, il viaggio pagato». I freelance ricordano «la sera che sono andati alla presentazione della nuova autobiografia del momento, una storia di infanzia difficile: come si sono fiondati sulla pila di copie omaggio e il giorno dopo si sono incontrati tutti alla libreria Strand dove erano andati a rivendersele, ridendo per la coincidenza». Il loro è un mondo nel quale scrivere per il New Yorker è «il metodo più infallibile per rovinarsi le amicizie», la loro è una vita nella quale i correttori di bozze delle riviste lasciano numerosi messaggi telefonici per domandare chiarimenti sulla presenza o meno di trattini nell’espressione testa di rapa. […]

Come il suo prozio Ulisse e il suo bisnonno Moby Dick, John Henry Festival possiede aspirazioni enciclopediche. I capitoli dell’azione presente si alternano ai capitoli che tracciano il seguito della storia di John Henry in centotrent’anni di vita della nazione. Whitehead scrive in modo affascinante dello stesso John Henry, del primo studioso di folklore nero che abbia indagato sulla sua leggenda e di un cantante di blues della metà del secolo che viene convinto, con promesse di alcol e denaro, a incidere una versione della ballata di John Henry nel retrobottega di un negozio di dischi di Chicago. Capitoli divertenti ma di pertinenza meno diretta narrano, per esempio, l’uccisione di uno spettatore nero al famigerato concerto dei Rolling Stones ad Altamont nel 1969. […]

Spesso lo sguardo acutissimo di Whitehead raggiunge una franchezza stranamente esilarante, come nel caso dell’osservazione fatta da J. su come gli sbafisti siano «la quintessenza dell’americanità. Loro vogliono, vogliono subito, e c’è sempre qualcun altro che paga il conto». Ci si imbatte continuamente in descrizioni al tempo stesso ironiche e appassionate che sono la misura più chiara della maturità raggiunta e del promettente futuro di Whitehead come scrittore. Ecco un musicista folk che sta lavorando a una canzone: «Provare un verso e lasciare che resti sospeso nell’aria. L’ultima parola del verso successivo è quella che gli viene in mente per prima: splende nella sua ovvietà, appena arrivata, e il resto del verso la raggiunge piano piano. Ecco, c’è già mezzo verso. È come rubare dalla tasca di qualcuno».

Whitehead riesce, inoltre, a congegnare un finale delizioso e gratificante. Alla fine John Henry Festival potrebbe continuare a ritornarvi in mente così come la ballata di John Henry ritorna nelle sue pagine. Il romanzo è una fuga aleatoria sulla difficoltà di essere uomini in un’epoca che misura un uomo da quello che compra o da quello che indossa, non dal suo lavoro e nemmeno dalla sua dignità umana. È difficile immaginare una ricerca più deprimente e futile del perseguimento da parte di J. del record di sbafo; eppure, più scavavo a fondo nel romanzo, più mi sembrava che la sua ricerca avesse un senso. La macchina inarrestabile, castrante, disumanizzante della nostra era non è rozza come una trivella a vapore. Il nostro nemico è la macchina delle vendite; le fauci del pop. Quasi mio malgrado, l’inutilità e la necessità congiunte della ricerca di J. mi hanno condotto a pormi domande inattese sulla leggenda di John Henry. Per esempio: il nostro eroe si sarebbe comportato più da uomo se avesse rinunciato alla gara con la trivella e fosse vissuto abbastanza da rivedere la sua amata Polly Ann? Ma anche: dopo tutto, ahimè, in quanto uomo, aveva forse altra scelta che gareggiare?

© Jonathan Franzen, 2002. Tutti i diritti riservati.

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