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La misteriosa apparizione di Emma Reyes

redazione Autori, Emma Reyes, Recensioni, SUR Lascia un commento

Non sapevamo giocare a niente di Emma Reyes è in libreria. Pubblichiamo oggi una recensione di Edmundo Paz Soldán pubblicata sul El Boomeran(g), ringraziando l’autore e la testata. 

«La misteriosa apparizione di Emma Reyes»
di Edmundo Paz Soldán
traduzione di Raul Schenardi

Memoria por correspondencia [titolo italiano Non sapevamo giocare a niente], il libro che raccoglie le lettere della pittrice colombiana Emma Reyes (1919-2003) a Germán Arciniegas in cui descrive in dettaglio la sua dura infanzia, è stato pubblicato tre anni fa dalla casa editrice Laguna. Il libro ha avuto successo – è stato promosso miglior libro del 2012 in Colombia – ed è arrivato alla quarta edizione nel giro di un paio d’anni. Poi sono iniziate le edizioni all’estero e le traduzioni, fra cui quella appena annunciata in inglese, a conferma del fatto che Emma Reyes è arrivata per restare: la casa editrice statunitense Penguin pubblicherà Memoria per correspondencia direttamente nella sua collana di Classici.

Il tema si prestava a una certa truculenza dickensiana: una bambina vive fino a cinque anni con la sorella e una donna che non conoscono e che si prende cura di loro, in una stanza senza luce elettrica né water; poi viene abbandonata insieme alla sorella in un convento, dove vive fino ai diciannove anni. Quello che colpisce dello stile della Reyes è che racconta l’orrore senza ostentazione, confidando nella forza dei fatti. Non c’è un briciolo di autocompassione né una sola frase indulgente; nel suo modo di raccontare la povertà, la Reyes si avvicina molto a Natalia Ginzburg. Vi aggiunge però una buona dose di humour, una vena allegra, un sarcasmo raffinato.

Emma Reyes sa scegliere i dettagli che sintetizzano un mondo, come quell’«enorme vaso bianco smaltato» che c’è nella stanza in cui vive rinchiusa con la sorella e dove fanno tutti i loro bisogni, per poi svuotarla al mattino in un letamaio dietro una fabbrica: «Dovevo camminare quasi senza respirare, con gli occhi fissi sulla cacca, seguendo il suo ritmo posseduta dal terrore di versarla prima di arrivare, cosa che mi avrebbe procurato terribili punizioni. Tenevo il vaso stretto con due mani come se trasportassi un oggetto prezioso». Ha anche un bel colpo d’occhio per caratterizzare rapidamente i personaggi, come la signorina Carmelita, «era così grassa che non riusciva a entrare nella cappella e doveva sentire la messa fuori dalla porta; il prete al momento della comunione usciva e le portava l’ostia».

Le pagine più belle di Memoria de correspondencia sono dedicate agli anni trascorsi da Emma Reyes in convento. Come dice Piedad Bonnet nel prologo, si tratta di una potente testimonianza dell’educazione classista, razzista e discriminatoria nella Colombia degli anni Trenta – e che si può facilmente estendere all’intero continente latinoamericano. Nel convento salesiano Emma trova suore altruiste che le insegnano il significato della carità cristiana, ma non viene mai accettata del tutto perché è un’“orfanella” della classe proletaria. Quando vuole farsi monaca non viene accettata perché, visto che non si sa chi siano i suoi genitori, non è possibile stabilire se sia stata concepita nel peccato. Il convento schiavizza le bambine che ci vivono, perché lavorano sodo e gratis confezionando pigiami per i diplomatici, bandiere e stemmi per l’esercito, stendardi per le associazioni cattoliche e persino per la Casa Presidenziale: richieste che dovevano essere viste come favori, perché nella logica contorta delle madri superiore, arrivavano da «clienti peccatori che ci beneficiavano con i loro lavori perché noi potessimo mangiare e salvarci l’anima».

Da buon convento latinoamericano, questo è più ossessionato dal Diavolo che da Dio. Negli anni in cui vive lì Emma viene contagiata da questa ossessione. Alcuni aneddoti che racconta a questo riguardo sembrano debitori della fantasia, più che della semplice testimonianza; anche quelle fantasie sono realistiche, perché mostrano il modo in cui una bambina costruisce la propria identità a partire dalle paure che le vengono inculcate. Memoria por correspondencia narra con maestria quelle paure, e anche, per fortuna, la loro liberazione.

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