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«Prologo: i primi passi a Chicago», un estratto da Troppe cose a cui pensare

Saul Bellow Autori, BIGSUR, Scrittura Lascia un commento

Pubblichiamo oggi un estratto da Troppe cose a cui pensare, raccolta di saggi del premio Nobel per la letteratura Saul Bellow. Buona lettura!

di Saul Bellow
traduzione di Luca Briasco

Prologo: i primi passi a Chicago

[1974-75]

Che cosa è stato a indurre un adolescente di Chicago, nel cuore degli anni Trenta, a scrivere libri? Come ha fatto un giovane americano, in piena Depressione, a decidere di essere, prima di ogni altra cosa, un uomo di lettere? Utilizzo il termine pretenzioso «uomo di lettere» al semplice scopo di sottolineare il contrasto fra questa ambizione e i fattori esterni. Un gigantesco polo dell’industria e del commercio, colto alla sprovvista da un’ondata di disoccupazione, mentre le sue fabbriche e perfino le scuole chiudevano, stabilì di ospitare una Esposizione Universale sulle sponde del Lago Michigan, completa di grattacieli, sopraelevate, padiglioni, risciò cinesi, un villaggio di nani nel quale si celebrava ogni giorno un matrimonio, ovviamente tra nani, e tutta una serie di ulteriori attrazioni, incluso un congruo numero di prostitute, imbroglioni e danzatrici del ventre. Regnava una certa allegria, e dissenteria amebica a bizzeffe. La prosperità non fece ritorno. Gli uomini d’affari e i politici sperperarono milioni di dollari, e di fronte a una tale dimostrazione di idealismo mal riposto non c’era alcun motivo per cui uno studente di college non potesse dimostrarsi altrettanto privo di senso pratico. E nella tetra, severa, ringhiante, incolta Chicago, esisteva forse una scelta meno pratica che divenire portavoce della bellezza, interpreti del cuore umano, eroiche incarnazioni del genio, dell’inventiva, della libertà individuale, della generosità e dell’amore? Perfino oggi respingo qualunque critica a questa forma di follia.

La differenza fra gli anni Trenta e il presente è che, a quei tempi, gli svitati che decidevano di dedicarsi all’arte non erano foraggiati dalle rispettive famiglie, e dovevano arrangiarsi con i propri mezzi, per diversi anni. O almeno, fino a quando il New Deal (grazie soprattutto a Harry Hopkins) non riconobbe che un governo degno di questo nome poteva comprare la soluzione a qualunque problema, e avviò una serie di progetti della wpa in diverse parti del paese. Ritengo probabile che Hopkins e Roosevelt, constatati i danni che il malcontento degli intellettuali aveva provocato in Russia, in Germania e in Italia tra il 1905 e il 1935, abbiano considerato vantaggioso pagare loro ventitré dollari la settimana per realizzare murales negli uffici postali o scrivere guide turistiche. Il loro piano riscosse un ammirevole successo. E se non vado errato, gli Stati Uniti hanno continuato a seguire l’intuizione di Hopkins anche nell’Europa postbellica, e forse in Vietnam.

So, per esempio, che John Cheever ha tenuto dei corsi di scrittura creativa a Sing Sing. È capitato spesso che gli scrittori e i criminali scoprissero di avere diverse cose in comune. E gli agenti di custodia, grazie ai corsi di psicologia seguiti all’università, sembrano comprendere perfettamente che scrivere libri può rappresentare un’eccellente terapia, e che registrare in forma scritta le proprie esperienze può addolcire anche i peggiori delinquenti. Gli stessi uomini politici, quando cadono in disgrazia o si ritirano, diventano scrittori o professori universitari. E così Hubert Humphrey e Dean Rusk si sono trasformati in conferenzieri, Eugene McCarthy si è dato alla poesia e un politico di ben altra fatta come Spiro Agnew alla narrativa. Intervistato non molto tempo fa dal New York Times, Agnew ha affermato che, dopo aver sofferto tanto, aveva sentito il bisogno di dedicarsi a qualcosa di creativo per ritrovare la serenità, e aveva deciso di cominciare con un romanzo perché non si sentiva ancora forte abbastanza per dedicarsi a cose più serie.

Ma avevo cominciato a raccontarvi i problemi nei quali ci si ficcava se si aveva la pretesa di diventare uno scrittore, nel Midwest degli anni Trenta. Già: perché mi sono sempre considerato un cittadino del Midwest, e non un ebreo. Vengo spesso descritto come uno scrittore ebreo; ma allora, e allo stesso titolo, si potrebbe parlare di astronomi samoani, di violinisti eschimesi o di esperti di Gains­borough zulù. Mi pare evidente che ci sia qualcosa di strano, in tutto ciò. Sono ebreo, e ho scritto qualche libro. Ho tentato di adattarmi alla categoria dello scrittore ebreo, ma non mi ci trovo a mio agio. Ogni tanto mi capita di pensare a Philip Roth, a Bernard Malamud e a me stesso, chiedendomi se non ci siamo trasformati negli Hart, Schaffner & Marx del nostro campo. Siamo autorevoli nel settore della cultura come Bernard Baruch sulla sua celebre panchina, Polly Adler nel ramo della prostituzione e Due Pistole Cohen, la guardia del corpo personale di Sun Yat-sen, in Cina. Il tono scherzoso che mi sforzo di adottare non nasconde il mio disprezzo verso gli opportunisti, i sapientoni e i carrieristi che impongono queste etichette e ci speculano sopra. In un secolo così disastroso per gli ebrei, si esita sempre a criticare chiunque si ostini a esaltare la loro produzione, convinto di rendere il mondo un posto più sicuro. Personalmente, dubito che queste forme di pubblicità raggiungano veramente il loro scopo.

Io non andavo in biblioteca per leggere il Talmud, ma i romanzi e le poesie di Sherwood Anderson, Theodore Dreiser, Edgar Lee Masters e Vachel Lindsay. Si trattava di personaggi che si erano ribellati al giogo materiale della società americana, dimostrando – cosa tutto fuorché ovvia – che la vita nei grandi centri industriali, commerciali e finanziari, tra il tanfo dei macelli, i vasti bassifondi, le prigioni, gli ospedali e le scuole, manteneva comunque una sua umanità. Questo dato di fatto, così intimamente noto che il desiderio di tradurlo in scrittura mi pervadeva non solo i nervi, i sensi e la mente, ma perfino le ossa, mi sembrava potesse contenere degli elementi che neppure Dreiser, nonostante l’ammirazione immensa che provavo nei suoi confronti, era ancora riuscito a esprimere. Sentivo di essere una creatura nata per narrare e interpretare, partecipando così a un gioco insolito ed esaltante. Ci sono infatti ottime ragioni per considerare l’attività artistica, così come altre forme di comportamento e rituali sociali, un gioco. Nella sua espressione più nobile, questo tipo di gioco viene praticato, con disciplina, davanti a Dio in persona: così sostenevano Platone e molti altri insieme a lui. Il gioco può essere un’offerta, una celebrazione, un atto di lode, ma anche il riconoscimento delle proprie debolezze e dei propri limiti. Non è così però che lo avrei definito, mentre muovevo i primi passi. A quei tempi, mi appariva soltanto come un impulso cieco e ostinato, che trovava sfogo in vere e proprie esplosioni di stupidità. Amavo le cose grandi. Ero convinto che partecipare a un gioco così esaltante mi spettasse di diritto. Ero anche estremamente altezzoso, irritabile e sciocco.

Nel 1937 ero un giovane uomo sposato che aveva perso quasi subito il suo primo impiego e viveva con i suoceri. La sua bella, affezionata e fedele prima moglie si ostinava ad affermare che gli andasse concessa la possibilità di scrivere qualcosa. Ottenere che qualcuno prestasse attenzione a quel che scrivevo non rientrava nel novero delle possibilità concrete. Mi capita spesso di scoprirmi sconcertato quanto divertito dall’interesse che i miei libri hanno destato. Se fossero stati accolti nell’indifferenza più assoluta l’effetto sarebbe stato terribile, ma anche l’attenzione ha i suoi svantaggi. Quando sono particolarmente maldisposto mi capita di paragonare la carriera di un critico letterario a quella di un sordo che fa l’accordatore di pianoforti. Quando sono di umore migliore concordo con la buonanima di mio padre nell’affermare che la gente dev’essere incoraggiata a guadagnarsi da vivere nel modo più onesto possibile. Per questo motivo accetto senza obiezioni di diventare argomento di discussione. Mentre viaggiavo per il Giappone, ho notato che in tutti i templi c’erano dei bigliettini della fortuna in vendita, a un centesimo ciascuno. Gli acquirenti arrotolavano quelle lunghe strisce di carta e le legavano con un filo ai cespugli e agli alberi più bassi. Appesi ai rami c’erano centinaia di bigliettini arricciati su sé stessi. A volte mi capita di paragonarmi a uno di quegli alberi, in un tempio.

Così, sedevo a un tavolino da bridge, in una camera da letto in fondo all’appartamento, mentre tutte le persone razionali, serie e diligenti erano al lavoro o in cerca di un impiego, e scrivevo. Il mio tavolino era rivolto verso tre gradini di cemento che, salendo dalla cantina, conducevano in un buio corridoietto con un muro di mattoni. In casa c’era soltanto mia suocera, una vedova di settant’anni e passa, con una lunga treccia bianca che le scendeva sulla schiena. In Europa, prima di emigrare, era stata una donna moderna, una socialista e una suffragetta. C’era, nel suo aspetto, un misto di fragilità e spietatezza che la rendeva attraente. La forza di volontà di Sophie risaltava in tutto quel che faceva. La casa era uno specchio. Le piante stesse, i posacenere, i piedistalli, i centrini, le sedie: tutto rivelava la sua assoluta padronanza. Ogni oggetto aveva un suo posto preciso e inamovibile, e l’appartamento sarebbe stato perfetto per l’accademia militare di West Point.

Il pranzo era regolarmente pronto alle dodici e mezzo. Mia suocera era un’ottima cuoca. Mangiavamo insieme, in cucina, e il pasto era seguito da un intervallo di silenzio assoluto. Lei schiacciava un pisolino. Io uscivo. Ravenswood era deserta. Passeggiavo con una specie di masso nello stomaco. Prendevo spesso Lawrence Avenue e mi fermavo sul ponte, a contemplare il canale di drenaggio. Se fossi stato un cane, avrei abbaiato. Anche un guaito avrebbe potuto essermi di conforto. Ma non era abbaiare, il mio scopo. Il mio scopo era interpretare il mondo (o meglio, la sua versione americana) nel modo più brillante possibile. Certo, sarei stato molto più felice vendendo giornali a Union Station o esercitandomi a biliardo, ma dovevo imparare la disciplina, seduto a quel tavolino da bridge in camera da letto.

Non mi sorprende che uno scrittore di grande talento e intelligenza come John Cheever si sia offerto volontario per aiutare i detenuti a scrivere le loro storie. Sa bene cosa significhi sentirsi rinchiuso. Forse è convinto che i carcerati, essendo già in cella da tempo, possano apprendere anche loro la disciplina. Per chi è dotato di un forte istinto sociale, non esiste privazione più intollerabile che rinchiudersi di propria spontanea volontà in una stanza, per scrivere un romanzo. Può darsi che le monache di clausura non soffrano per la loro condizione, ma lo stesso non si può dire degli scrittori. Bernanos, il grande autore francese di romanzi a tema religioso, affermava che la sua anima non poteva sopportare di essere separata dai propri simili, e che per questo aveva scelto di lavorare nei caffè. I caffè, come no! Io, se fossi potuto entrare in un caffè, avrei baciato per terra. Ma di caffè non ce n’erano, a Chicago: solo bettole, taverne, locali da quattro soldi. Non ho mai sentito parlare di uno scrittore che portasse i suoi manoscritti con sé in una taverna. Ho sempre trovato interessante che a Schiller piacesse sentire il profumo delle mele mentre scriveva, o che qualcun altro tenesse i piedi a mollo in una bacinella d’acqua. L’unica persona che mi sembrava valesse la pena di imitare era Gurdjieff, mistico e guru, che quando doveva lavorare partiva dal suo quartier generale a Fontainebleau insieme ai suoi discepoli, a bordo di una carovana di limousine. Portavano con sé dei cestini da picnic pieni di caviale, insalata di pollo, champagne, formaggio e frutta. A un segnale del maestro, le auto si fermavano. Il pranzo veniva consumato su un prato e poi, circondato dai suoi accoliti, Gurdjieff si metteva a scrivere. Ecco un metodo che, se si potesse replicare, troverei molto piacevole.

Sono lieto di affermare che non ricordo cosa scrivessi, a Ravenswood. Dev’essere stato qualcosa di orrendo. Il prodotto finale, comunque, non ha alcuna importanza. La cosa davvero rilevante è che la società americana e S. Bellow finalmente si fronteggiavano. Per imparare a farlo ho dovuto tagliarmi fuori dalla vita quotidiana in America, dedicandomi a un compito che le era estraneo. Ho rischiato di prendere le distanze da tutto ciò che potesse sostentarmi, ma ciò sarebbe potuto accadere solo se il monopolio del sostentamento fosse stato lasciato nelle mani di questa città dominata dall’industria e dagli affari, brutale, piena di vitalità, proletaria e borghese, impegnata a sua volta in una lotta senza quartiere. Non era neppure aggressiva, o particolarmente ostile. Non diceva: «O accetti la vita come la intendo io, o morirai». Niente del genere. Più semplicemente, Chicago non mostrava il minimo interesse per il tipo di gioco cui intendevo dedicarmi.

Accadeva spesso che, insieme a mia suocera, prendessimo la Hudson di J.J., mio cognato, e andassimo al cimitero, per sistemare la tomba di mio suocero. Le mani di Sophie, coperte di macchie, tremolanti eppure piene di forza, strappavano le erbacce, mentre io facevo avanti e indietro fra la tomba e la fontanella, con un barattolo di vetro, e annaffiavo i nasturzi e i garofani, lasciando tutto intorno piccole pozze d’acqua. La morte, pensavo, da autentico abitante di Chicago, poteva non essere così male, in fondo. Se non altro non eri costretto a tornare indietro sulla Harlem Avenue, in piena ora di punta, per rientrare in quella casa tirata a lucido come un’accademia militare, con le pessime pagine di un manoscritto sul tavolino da bridge, e consumare una cena silenziosa fatta di minestra, stufato e strudel, finché insieme a tua moglie, lavando i piatti, non ti godevi finalmente le prime ore piacevoli dell’intera giornata.

Mio cognato J.J., Jascha nel Vecchio Mondo, lavorava in uno studio legale nel Loop. Era repubblicano, membro dell’American Legion, giocava a golf e a bowling; guidava la sua auto da conservatore, con stile conservatore, e leggeva il Saturday Evening Post; portava il colletto della camicia inamidato, alla Herbert Hoover, i pantaloni alla caviglia e un cappello di paglia in estate. Parlava con la pronuncia nasale tipica dell’Indiana: non come un personaggio di Booth Tarkington, ma come un autentico contadino di Tippecanoe. Tutto quest’americanismo era sovraimposto a un volto dalle fattezze squisitamente orientali, scuro, con il naso aquilino e gli zigomi da turco. Benché fosse di indole cordiale, era perplesso di fronte alle mie ambizioni. Era convinto che stessi facendo qualcosa di misterioso e incomprensibile.

In realtà esisteva un parallelismo, tra noi due. Mentre io cercavo di far di me uno scrittore, quell’uomo esotico stava trasformando i suoi lineamenti orientali per diventare un autentico americano dell’Indiana. Parlava di Aaron Slick from Punkin Crick, di Elmer Dub: «Io so leggere sì, ma non ’sta roba qui!» Aveva prestato servizio nell’esercito – mia moglie si metteva ancora il suo cappotto del 1917, che a me stava troppo piccolo – e continuava a raccontare le vecchie barzellette sporche dei repubblicani di LaSalle Street su Woodrow Wilson e Edith Bolling. Tra la gente di quella generazione, e della successiva, era prassi comune adattare il proprio aspetto e il proprio portamento a quelle che, dopotutto, erano invenzioni giornalistiche o caricature. La strana smania che spingeva gli immigrati e i loro discendenti diretti a ostentare il proprio americanismo dev’essere ancora descritta ed esplorata. La si può raccontare con toni divertiti, ma trovo difficile immaginare una sola persona che abbia affrontato quel processo di trasformazione con gioia. Gli incompetenti che, privi di qualunque talento mimetico, si contentavano di fare i buffoni avevano molti meno problemi. Ricordo un cugino proveniente dal Vecchio Mondo, Arkady, il quale dichiarava che il suo nuovo nome era e sarebbe rimasto per sempre «Lago Erie». Doveva essere convinto che avesse qualcosa di poetico. Tra la gente della mia generazione c’erano degli immigrati che si spingevano a imitare perfino l’infelicità della maggioranza protestante, abbracciandone le miserie e ribellandosi contro le madri; riluttanti a prendere il treno per tornare nei sobborghi dopo il lavoro, si fermavano a bere in centro e continuavano anche nella carrozza ristorante, finché, completamente ubriachi, non venivano consegnati alle rispettive mogli e alle loro station wagon in attesa alla stazione, da perfetti americani. Si sottoponevano a un autentico martirio, pur di interpretare ruoli che ne dimostrassero la genuinità, e i loro matrimoni diventavano l’epitome dell’infelicità, proprio come quello tra Abe Lincoln e Mary Todd. Al cugino Arkady, un pagliaccio che vendeva salsa di mele liofilizzata porta a porta, o che offriva dimostrazioni del prodotto alle casalinghe nei supermercati di paese, fu risparmiato quasi tutto il peggio. Divenne semplicemente «Archie» e non fece nessuno sforzo ulteriore per dimostrarsi un vero americano.

Lo scopo di questa breve digressione, almeno nelle mie intenzioni, è evocare quel misto di immaginazione e stupidità con cui la gente affrontava l’Esperienza Americana, in tutti i suoi aspetti più torbidi, gravosi, opprimenti e caotici. Ora comprendo come il mio errore, condiviso con tante altre persone, sia consistito nel cercare rifugio dentro le piccole oasi di cultura che è dato trovare anche in questo paese, e lì coltivare i miei pensieri più alti, perfezionandomi nella disciplina simbolica di un’arte. Non posso negare di avere esagerato. Di tutto questo appartarsi, in fondo, non c’è poi tanto bisogno.

Se dovessi nominare una forza che oggi, in America, osteggia la disciplina simbolica della poesia proprio come accadeva con il filisteismo brutale degli anni che precedettero la seconda guerra mondiale, citerei il Grande Rumore. È il rumore, il vero nemico. E non mi riferisco solamente al rumore della tecnologia, del denaro e della pubblicità, al rumore dei media e della maleducazione diffusa, ma alla terribile eccitazione e distrazione generata dalle crisi della modernità. Badate bene, non sto affermando che il filisteismo sia svanito senza lasciare traccia. Non è così. Ha imparato piuttosto a mascherarsi, assumendo diverse sembianze, alcune delle quali altamente artistiche e particolarmente insidiose. Ma la vera, grande minaccia è il rumore della vita. A crearlo contribuisce tutta una serie di fattori, reali o meno: ideologie, giustificazioni razionali, errori, illusioni, pseudo-situazioni che sembrano autentiche, pseudo-interrogativi che vanno presi comunque in considerazione, opinioni, analisi ospitate sugli organi di stampa o alla radio, conoscenze settoriali, informazioni riservate, faziosità diffuse, retorica ufficiale, notizie d’ogni sorta. Per farla breve, le mille voci della sfera pubblica, il frastuono della politica, la turbolenza e l’agitazione che hanno invaso le nostre vite nel 1914 e che hanno ormai raggiunto un volume intollerabile.

Nadežda Mandeljštam, parlando della condizione dei poeti in Unione Sovietica, ha affermato, a proposito della variante russa del rumore: «Dubito che in qualsiasi altro luogo vi siano persone più assordate di loro dal frastuono della vita: uno dopo l’altro, i poeti sono piombati nel silenzio, perché non riuscivano più a sentire neppure la loro stessa voce». E subito dopo aggiunge: «Il rumore ha soffocato il pensiero e, per diversi milioni di persone, anche la coscienza». Quasi duecento anni fa, William Wordsworth aveva manifestato la sua preoccupazione per gli effetti delle turbolenze moderne sulla poesia. Aveva ragione anche lui. Però, per esprimermi con le parole che usavo da giovane: «Non aveva la minima idea di dove saremmo finiti».

© Janis Bellow, 2015. Tutti i diritti riservati.

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