Intervista a Ricardo Piglia 2/2

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Presentiamo la seconda parte dell’intervista a Ricardo Piglia, che parla della scrittura e della pubblicazione dei suoi Diari, dell’idea di “racconto”, della sua passione per Roberto Arlt, e glissa sulle sue vecchie polemiche con Fogwill.

di Raquel Garzon
Traduzione di Raffaella Accroglianò

Il segreto del diario

Parlavamo del presente e volevo domandarle della sua percezione quotidiana relativa alla decisione di cominciare a pubblicare su «Ñ» frammenti del diario privato che scrive da più di quattro decenni.
Era stato riportato qualcosa che volevo cambiare: si era diffusa l’idea che in quel diario ci fosse qualche segreto. Pubblicarlo mi è sembrato un modo per cambiare la discussione su quella questione. Inoltre, per una serie di circostanze, tra cui il fatto che avevo lasciato l’insegnamento a Princeton, era sorta la possibilità di fare giornalismo, e mi è sembrato che il formato unisse i due spazi: fare qualcosa di regolare, ma che allo stesso tempo si relazionasse con tematiche che erano già in divenire. Nel 2011 ho pubblicato per sei mesi “Notas de un Diario” e quest’anno ho cominciato a fare la stessa cosa.

Una volta pubblicato, il diario smette di essere un laboratorio di scrittura privata per convertirsi in qualcosa di diverso. Dobbiamo leggere il Piglia che appare in quelle pagine come un personaggio?
Ovviamente, io seleziono di ciò che ho scritto le pagine che mi sembra possano suscitare un interesse, che non sia solo quello che provoca a me rileggere i diari. C’è una carica forte, una sorta di aiutamemoria rispetto alla propria esperienza. Si tiene un diario pensando che lo si rileggerà in futuro, e che questo ci aiuterà a comprendere alcune cose che stavano accadendo e che in quel momento non comprendevamo bene. Ciò che io cerco di offrire quando seleziono i frammenti da pubblicare, è qualcosa che serva per vedere come può funzionare qualcuno in una determinata situazione: certi fatti quotidiani, domestici a volte, incontri, letture. Ho una regola: provo a scrivere allo stesso modo senza cambiare nulla solo perché poi lo pubblicherò.

Un patto di sincerità con se stesso nel momento della scrittura?
Questo si potrebbe pensare a proposito di tutta la letteratura. Si scrivono cose, e alcune si pubblicano e altre no. È parte di ciò che scrivo, qualcosa che si suppone sia per me e che decido di pubblicare. Ma c’è un momento preciso, quello della lettura, nel quale il diario di uno scrittore è qualcosa di diverso dal diario scritto in forma quasi privata o legata ad aspetti della sua vita: a questo livello, più importante del fatto se si è sinceri o no, è se si produce un effetto di sincerità nel lettore o un effetto di artificialità. C’è gente che crede di essere molto sincera quando scrive, e invece si nota immediatamente la leziosaggine.

Il racconto

L’idea che la società possa leggersi come una trama di racconti che circolano e dove spiccano alcune idee dominanti è un tema su cui lei ha riflettuto in “Crítica y ficción” e sembra aver fatto scuola: oggi perfino la Presidente parla del “racconto”.
Mi impressiona molto che tutti parlino di racconti, mi fa sentire un po’ a disagio. Si è abusato di questa metafora; è una parola che ha una funzione specifica, che presuppone una serie di questioni. Presuppone che ci sia gente che riceve questo racconto, presuppone che bisogna dire se questo racconto è vero o no. È anche vero che pone il dibattito politico o il dibattito sociale su un registro più orizzontale. Se si dice “il racconto che fa qualcuno su quello che accade a proposito di una determinata situazione”, si sta parlando di come l’esperienza di una persona agisca al fine della ricostruzione di una determinata interpretazione della realtà. Si accetta che ci siano versioni differenti. Ma la società non è solo racconto.

E dei racconti che circolano oggi, quali evidenzierebbe come idee forza?
Credo che molte discussioni attuali abbiano a che vedere con la falsità, con il fatto se ciò che si dice sia qualcosa in cui credere o no. Quali sono le falsità che ci sono dietro ai racconti, chi sono quelli che stanno nascondendo qualcosa quando dicono A o B: è in gioco la credenza, e in generale sembrerebbe che lo spirito critico debba consistere nel praticare il “io ci credo”. D’altra parte, questo è qualcosa da sempre implicito nel racconto, ma che adesso è diventato parte di un dibattito politico più intenso.

Data la sua formazione storica, proporre “grandi libri degli ultimi decenni del XX secolo” come lei fa con questa Serie, implica in qualche modo che la letteratura possa raccontare cose che la storia non ci ha detto. Cosa ci raccontano questi libri?
La letteratura affronta esperienze concrete; quelle che appaiono nei romanzi sono sempre situazioni molto puntuali, molto personali. Registri non troppo pensati a volte ci danno il modello del funzionamento di un momento. Nel caso del romanzo di Sylvia Molloy, c’è qualcosa di molto interessante sul significato della passione. Per dirlo come lo dice la letteratura: ciò che conta è essere innamorati, non essere amati. Il problema è se si sente qualcosa e quale rischio ciò supponga. Il romanzo parla anche di cos’è un amore tra persone dello stesso sesso. Si potrebbe dire che la società, per lo meno in Argentina, è diventata sempre più ampia o più comprensiva rispetto al fatto che l’amore può assumere forme molto diverse. Lì ci sarebbe un segno, di parecchio tempo fa – il romanzo è del 1981 –, dove si racconta qualcosa che ha un effetto che si mantiene in termini d’intensità letteraria, anche se è probabile che oggi sia percepito con, diciamo,  meno disagio.

E Nanina?
Il romanzo di Germán García apre una serie di discussioni: Che vuol dire educazione? Come si educa un adolescente? Da cosa apprende? Infatti la storia mostra una formazione nei bar, con gli amici, un’attenzione ai libri che circolano in città, una capacità di captare quello che c’è nell’aria. È una cosa che sarebbe interessante considerare, specialmente perché, in generale, c’è un’attitudine ostile nei confronti dei giovani; c’è una sorta di esaltazione dei giovani nel discorso pubblicitario e poi una certa diffidenza rispetto ai loro atteggiamenti, al loro modo di divertirsi, di dare piacere, di cercare stili di vita. Questo è un romanzo di formazione di qualcuno che viene da un luogo molto diverso; di un giovane che nella cultura vede una maniera per scappare da una situazione che altrimenti lo spingerebbe, probabilmente, al delitto o in un mondo marginale. Si narra l’epica di stare lontano da casa, persi nel mondo; la letteratura è una zattera di salvataggio. In questo senso Nanina è un romanzo che riprende una tradizione importantissima e s’intreccia con Il giocattolo rabbioso di Arlt, ma anche con Juvenilia di Miguel Cané, con Cuadernos de infancia di Norah Lange e Il tradimento di Rita Hayworth di Manuel Puig, fra gli altri.

Arlt come espressione di un’estetica dell’euforia narrativa, e Borges come illustrazione della sobrietà formale, sono i due aspetti dominanti che lei ha segnalato in relazione alla tradizione letteraria del XX secolo. Crede che questi parametri marchino ancora la letteratura che si scrive nel paese?
Sì, possiamo vederli come grandi linee, non solo nella letteratura argentina. Un tentativo di rinnovare la letteratura attraverso la ricerca di frontiere diverse. Mondi in cui il delitto e certi tipi di trasgressione sono presenti, in cui il linguaggio si modella su questo tipo di esperienza, come nel Giocattolo rabbioso. E un altro tipo di racconto che lavora con concetti formali più eleganti e che non si propone di seguire un percorso orizzontale verso la nuova frontiera, ma piuttosto una sorta di percorso perpendicolare verso il basso, per vedere fin dove si può arrivare. È chiaro che sto semplificando molto. La letteratura è sempre più complessa di una classificazione. La relazione che si mantiene con i libri scritti nella propria cultura, nel proprio spazio è molto più personale, e anche molto più intrigante. Faccio spesso una battuta utilizzando una frase di mia madre: «Io non leggo romanzi argentini perché queste storie le conosco». Voleva romanzi stranieri perché accadevano da un’altra parte, per andarsene altrove e allontanarsi da dove stava. Era ingiusta, certamente, perché si legge anche per sapere come vanno le cose a casa propria.

Un’ultima domanda

«Mercoledì. Prima, ogni due per tre mi mettevo in una polemica pubblica. Ora non capisco più il senso di questo incessante mormorio di opinioni e pronostici. Tuttavia, a volte, la mattina presto, sotto la doccia, scrivo ancora indignate lettere immaginarie ai giornali per contestare argomentazioni idiote» si sfogava Piglia nelle “Notas de un Diario” del 21 gennaio.

Abusando dell’affabilità che mi ha prodigato questo pomeriggio, due minuti prima dei saluti, davanti alla porta, gli domando se ha tempo per un’ultima domanda scomoda. Voglio chiedergli di un ex rivale letterario, deceduto nell’agosto del 2010, che gli dedicò accese invettive e scandalose provocazioni su mezzi di comunicazione e libri, mentre la critica ripartiva giustizia in parti uguali e segnalava Respirazione artificiale di Ricardo Piglia come il grande romanzo argentino degli anni Ottanta, e Vivir afuera di Fogwill come il libro degli anni Novanta. Acconsente.

C’è spazio per Fogwill nella sua collezione di nuovi classici?
Lasciamo riposare in pace Fogwill.
L’ascensore aspetta.

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