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Cosa è successo a Emma Reyes? / 3

redazione Autori, Emma Reyes, Ritratti, SUR 1 Commento

EmmaReyes_nonsapevamogiocareanientePubblichiamo oggi la terza parte della crónica di Diego Garzón, direttore della rivista colombiana SoHo, che ha deciso di mettersi sulle tracce di Emma Reyes, misteriosa e indimenticabile autrice di Non sapevamo giocare a niente.
Qui la prima parte della crónica, qui la seconda.

«Cosa è successo a Emma Reyes?» / 3
di Diego Garzón
traduzione di Francesca Signorello

«Helena mi disse: “Se parli della signora María, ti prendo a botte”. E così questo silenzio durò vent’anni, non pronunciammo mai più il suo nome né in pubblico né in privato, e non parlammo più degli anni trascorsi con lei, né di Guateque né di Eduardo, né del bambino né di Betzabé. La nostra vita cominciava in quel convento e nessuna di noi due svelò mai questo segreto», scrive Emma nel suo libro.

E così fu. Non parlò mai della signorina María, che compare nel suo libro in veste di precettrice, come una specie di mamma condivisa con la sorella, ma che non chiamò mai mamma: solo la signorina María. Questo segreto che ha voluto conservare per sempre, però, fu anche quello che volevano maggiormente scoprire le persone a lei più intime ogni volta che Emma raccontava la propria vita: chi erano i genitori di Emma Reyes? Il pittore Ramiro Arango, stabilitosi a Parigi con Edilma, sua moglie, e grande amico di Emma fino alla morte, mi racconta per telefono che un giorno fissarono una riunione con lo scrittore Manuel Mejía Vallejo, che rivelando un suo sospetto domandò a Emma: «È vero che sei la nipote del presidente Rafael Reyes?». «Non ho nessuna intenzione di parlare di queste cose. Cambiamo discorso, per favore», rispose confusa come accadeva pochissime volte.

Per molti anni a Parigi decise di non parlare del proprio passato. Non sapeva quale sarebbe stata la reazione di Jean e della sua famiglia, una famiglia tradizionale e stimata in Francia. Perciò, preferì che la sua raccolta di lettere venisse pubblicata dopo la sua morte. In realtà, oggi, sia Sophie che Xavier Perromat, nipoti di Jean, mi informano dalla Francia che non sapevano nulla dei fatti raccontati nel libro. Non avevano mai sentito parlare neppure della sorella Helena.

Sua sorella fu uno dei più grandi misteri. Non la conobbero neppure gli Arciniegas. Álvaro Medina mi dice che era convinto che Emma fosse figlia unica. L’unica cosa certa è che Helena – come mi confermò Ramiro Arango – finì per trasferirsi in Brasile e visitò Emma a Parigi un paio di volte. Su questo tema Emma era impenetrabile, tant’è che avvertiva: «Questa settimana ho una visita importantissima, perciò non voglio essere chiamata né cercata da nessuno, finché non sarò io ad avvisare», diceva. Giorni dopo comunicava che sua sorella Helena era stata da lei.

L’architetto e disegnatore Dicken Casto mi ricevette nel suo appartamento nel quartiere Chicó, a Bogotà. Fu amico stretto di Emma, come il fratello Ramiro, ormai scomparso. Mi racconta che una volta Emma gli disse che da piccola era al corrente che alcune persone si recavano spesso al convento per avere notizie sue e della sorella. Ma perché il cognome Reyes? A volte rispondeva con senso dell’umorismo: «Sono della famiglia dei re d’Inghilterra». In altre occasioni diceva che era figlia del presidente Rafael Reyes. E infine, a un amico suo residente in Francia, che mi ha chiesto di rimanere anonimo, confessò che in realtà era la nipote di Rafael Reyes, come le domandò quella volta Manuel Mejía. La storia narra che il presidente Reyes andò in esilio con tre figli e tre figlie – era vedovo – nel giugno del 1909, partendo da Santa Marta e diretto a Manchester, in Inghilterra. Tornò in Colombia solo nel 1918, con la sua famiglia. Emma Reyes nacque un anno dopo.

Emma raccontò a Gabriela Arciniegas non solo che seppe chi era suo padre, ma anche che dopo essere uscita dal convento andò a cercarlo e riuscì a parlargli. Lui le disse che non l’avrebbe mai riconosciuta come figlia sua e che non l’avrebbe aiutata in nessun modo, motivo per cui Emma andò via dalla Colombia, stanca e amareggiata per tutto. Voleva ricominciare una nuova vita, cosa che fece, ma voleva anche dimostrargli che poteva avere successo senza il suo aiuto. Se questo incontro fu reale, il presidente Reyes era già morto da parecchio tempo: nel 1921, quando Emma aveva due anni. E se il padre fu uno dei suoi figli – Rafael, Enrique o José Ignacio – solo Emma può saperlo.

emmareyes_nonsapevamogiocareanienteIn una delle sue lettere Emma racconta che, quando aveva quattro anni, la signorina María portò lei e la sorella Helena a Guateque. Ma perché proprio lì e non in qualche altro paesino? Perché la signorina María lavorò nella bottega del cioccolato “La Especial”, sia a Guateque che a Fusagasugá (e lo avrebbe fatto anche in seguito)? Chi era il papà del Pidocchio, quel bambino che diventò amico loro e che, a quanto pare, era figlio del governatore di Boyacá, che passeggiò per il paesino durante alcune feste dicembrine, e che inoltre introdusse la prima automobile prima dello scoppio dell’incendio di tre giorni che avrebbe raso al suolo «la parte bassa del paesino»?

Vado a Guateque per trovare risposte. Il paesino boyacense, a due ore e mezzo da Bogotà, è uguale a tutti gli altri paesini colombiani, con una chiesa dalla facciata bianca che domina la piazza principale. Sul lato destro di questo enorme portone, alto circa dieci metri, c’è la Banca di Bogotà. Proprio lì doveva trovarsi novant’anni fa la bottega del cioccolato dove lavorò la signorina María. Parlo con don Carlos Hernán Bernal, un prete di circa quarantacinque anni, che mi aspetta placido nel suo ufficio, e mi dice che non ne ha mai sentito parlare, malgrado la sua famiglia sia guatecana. Nell’archivio del Palazzo Municipale, una donna sotto i trent’anni mi spiega che lì non sono conservate fotografie storiche, ce ne sono solo alcune posteriori al 1950. Le ripeto che voglio vedere cosa hanno degli anni Venti, il periodo in cui Emma visse lì, ma è impossibile. Le domando se hanno informazioni su un incendio che avvampò nell’ospedale, più o meno tra il 1923 o 1924, in cui morirono una cinquantina di persone. Ma niente da fare. Domando invano ad alcuni abitanti se sanno per caso quando arrivò la prima automobile a Guateque.

L’ex bibliotecaria del paesino, Isabel Benito – me la consigliarono al Comune per le faccende storiche –, mi dice davanti a un caffè caldo che l’incendio peggiore si verificò nel 1959 e rase al suolo una scuderia, lontano dall’ospedale, e mi indica il luogo in cui si trovava, e in cui adesso c’è un edificio fatiscente. Nella biblioteca Enrique Olaya Herrera – la casa in cui nacque il presidente – può darmi qualche indizio solo un libro ingiallito e tarlato: si chiama Guateque. Lì si parla dell’inaugurazione dell’ospedale nel 1877 «in una casa di paglia» (come la descrive Emma), proprietà del signor Cornelio Hernández, che poi qualcuno comprò per ristrutturarla, ma niente di più.

Giorni dopo nella Biblioteca Nazionale di Bogotà cercai sul quotidiano «El Tiempo» notizie di Guateque a partire dal 1923 – quando Emma aveva quattro anni – ma trovai pochissimo. Nessuna notizia né di automobili né di incendi. Si accenna alla possibile costruzione della strada che porta da Guateque a Cundinamarca. Intorno al 1926 si parla perfino dell’indignazione per il ritardo dei lavori. Si sa che la prima automobile entrata a Boyacá risale al 1909, con l’allora presidente Rafael Reyes, che inaugurò la cosiddetta Carretera Central del nord fino a Santa Rosa de Viterbo, il suo paesino natale. Attraversò Tunja, in direzione opposta a Guateque, dieci anni prima della nascita di Emma. A Garagoa, il paesino più vicino a Guateque, in cui si ha notizia dell’arrivo della prima automobile, il mostro arrivò nel 1930, trainato da un mulo, e fu assemblato in piazza diventando l’attrazione di tutti gli abitanti. Emma, però, non viveva più lì a quei tempi, né tantomeno quando fu inaugurata la strada per Guateque durante il governo di Enrique Olaya Herrera, verso la fine del suo mandato nel 1934.

Penso alla seconda lettera in cui Emma parla di un uomo che va a farle visita a Bogotà, il papà del Pidocchio, «un signore altissimo e magro che non si vestiva come la gente del quartiere, ma somigliava a quei tipi ritratti sui giornali che trovavamo nella pattumiera». La signorina María dice loro che «quel signore che è venuto qui è un grande politico, forse diventerà Presidente della Repubblica…»

I ricordi di Emma su Guateque erano forse una sorta di fantasia mista a episodi reali? È mai possibile che un’automobile sia passata da Guateque mentre Emma viveva lì e che questo evento non abbia lasciato traccia? Forse Emma assistette a un incendio di dimensioni minori e col tempo le sue reminiscenze raggiunsero una grandezza monumentale? Confuse forse alcuni ricordi fino a vedere l’immagine del papà del Pidocchio, un incendio e un’automobile, tutti negli stessi giorni di festa? Chi era il governatore, il papà del Pidocchio? Quando Emma aveva fra i tre e i sei anni – periodo in cui è possibile che sia vissuta a Guateque – i governatori erano Luis A. Mariño Ariza, Silvino Rodríguez, Nebardo Rojas e Nicolás García Samudio. Nessuno di loro è di Guateque e di nessuno dei quattro abbiamo informazioni rilevanti.

Prima di proseguire decido di andare a cercare il signore più vecchio del paesino, uno che forse avrà vissuto qualche episodio che Emma ha potuto vedere. Don Miguel Antonio Roa, di novantaquattro anni – un anno più grande di lei se oggi fosse ancora viva –, mi riceve con cordialità grazie all’aiuto di sua nuora, dopo averla lasciata in un locale vicino alla piazza. Si muove lentamente, ma la sua memoria è intatta malgrado l’età. Mi racconta che una volta, in effetti, questo edificio che oggi è una banca era proprietà dei Los Montejo, una famiglia molto in vista, come dice anche Emma. Non si ricorda di avere mai saputo dove fosse la bottega del cioccolato, ma ricorda bene di aver provato i cioccolatini “La Especial”. Mi conferma che la piazza era adibita proprio al mercato, come risulta dalle piante, e che lì durante le feste si organizzavano corride di tori, come afferma anche Emma. Ricorda benissimo l’incendio del 1959, ma a parte questo nessun’altro.

«Signor giornalista, se pensa di scrivere qualche parola su Guateque, per favore dica che non hanno finito la strada. È assurdo. È tale e quale a come la lasciò Olaya Herrera quando vi portò l’automobile per la prima volta».

Emma tornò in Colombia qualche volta, l’ultima nel 1983, quando soggiornò a Popayán e visse il terremoto. Quando scoppiò, alloggiava nell’Hotel Monasterio. Non poteva chiamarsi diversamente. Dalla Colombia, Emma diceva che se Jean fosse morto per primo, lei sarebbe venuta a morire qui. Ma le cose andarono diversamente. Visse i suoi ultimi giorni a Bordeaux, fu ricoverata per una settimana, prima di morire a ottantaquattro anni, a causa di un virus senza nome. Dopo il suo corpo fu portato a Perigueux, dove oggi è sepolta accanto al marito Jean, come i due avevano sempre desiderato. Eppure, prima di morire, espresse il desiderio che il suo denaro fosse donato a un orfanotrofio in Colombia, compresi i proventi delle royalties di Memoria por correspondencia, non importava quando venisse pubblicato. Voleva dare una mano ai bambini a cui era toccato il suo stesso destino. E così fu. Gabriela mi racconta che Emma aveva sempre amato i bambini, che ogni volta che ne vedeva uno gli riservava un affetto speciale. I Perromat parlarono con Ramiro Arango, che a sua volta chiamò María del Carmen Carrillo a Bogotà, volontaria dell’Hogar San Mauricio, situato nella capitale.

Decido di andare fin lì. La fondazione di trova nel quartiere San José de Bavaria, all’incrocio tra calle 172 e carrera 80. Ci sono diversi alloggi per i quasi centocinquanta bambini di tutte le età, accuratamente decorati con quadri e manifesti allegri. C’è un giardino d’infanzia per i più piccoli. Qui arrivano minori abbandonati, maltrattati, e la fondazione li accoglie per dar loro un’educazione, un po’ di cibo, un letto in cui dormire. In una stanza a parte ci sono neonati di pochi mesi in attesa di essere adottati. Come in tutti i lavori di questo tipo, le risorse sono sempre scarse, ma lo sforzo di dare a questi bambini un’infanzia dignitosa è evidente. Li vedo giocare a tavola, correre sul pavimento, ridere: sono tutti Emma. Questa infanzia triste che lasciò per iscritto, così difficile da dimenticare, non è trascorsa invano. Lei sarebbe felice di vedere che in parte è riuscita ad aiutare questi bambini, curati e protetti da persone che cercano di diventare la loro famiglia. Sono bambini che non sanno chi era Emma Reyes e forse anche loro stanno sognando il mondo.

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