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«Strati e strati di letteratura»: intervista ad Alan Pauls

Edgardo Scott Autori, Interviste, SUR Lascia un commento

Dopo qualche anno di assenza, torna in libreria Il passato dello scrittore argentino Alan Pauls: romanzo potentissimo, si è aggiudicato nel 2003 il Premio Herralde de Novela.
Pubblichiamo oggi un’intervista di Edgardo Scott all’autore, originariamente pubblicata sulla rivista Los Inrockuptibles.

intervista di Edgardo Scott
traduzione di Sara Galluccio

«Bisogna tornare a parlare meno degli autori e più dei libri», diceva qualche tempo fa Ricardo Piglia. Ma perché questo accada è necessario anche che ci siano «grandi libri». Un decennio fa Alan Pauls smetteva di essere uno degli scrittori più rappresentativi della sua generazione per trasformarsi nell’autore del Passato. A diversi anni dalla sua pubblicazione e dal conferimento del Premio Herralde abbiamo parlato a lungo di questo romanzo folle e straordinario, ma anche del suo rifiuto verso la «professionalizzazione» degli scrittori e dei tempi in cui i libri interessavano in qualità di «fatti linguistici».

Il passato

Com’è nata l’idea del romanzo?

È nata nel bel mezzo di un altro romanzo che ho lasciato incompiuto (per dedicarmi al Passato). Una specie di romanzo di diplomatici. In quel periodo il mondo dei diplomatici mi interessava molto; mi sembrava una comunità artificiale, una specie di costruzione immaginaria che per qualche motivo continuava a esistere. Gente che viveva come sospesa, sempre… E a un certo punto – avevo scritto circa cento o centoventi pagine – mi sono imbattuto in una frase che sembrava quasi un telegramma: donna defunta torna dal regno dei morti per tormentare l’amato. Così, con queste parole, come un telegramma. E mi ha incuriosito. E da quel momento, come mi succede di solito, quella frasetta ha iniziato a lavorare come una calamita: si è messa ad attrarre cose che galleggiavano da qualche parte, e ha iniziato a creare come una palla. E alcuni mesi dopo mi sono reso conto che quella palla era molto più affascinante del romanzo sui diplomatici che stavo scrivendo.

Quanto tempo ti ci è voluto per scriverlo?

In tutto cinque anni, da quando ho iniziato a scriverlo alla sua pubblicazione. Erano dieci anni che non pubblicavo narrativa e non ero per niente sicuro di questo romanzo. Dopo aver sguazzato per cinque anni in quel caos, mi riusciva difficile avere una visione d’insieme del mio lavoro.

Ma non avevi un’idea della portata del romanzo, così ambiziosa?

No, perché non è un’opera concepita come un grande romanzo (per dimensioni e spessore). È un romanzo che si è scritto come secondo me si scrivono i romanzi, cioè come se si andasse a spaccare pietre tutti i giorni. Non ho mai avuto il progetto di scrivere un romanzo di seicento pagine; un romanzo che avrebbe coperto un periodo di venticinque anni, mai e poi mai. Di certo sapevo che l’argomento era l’esperienza amorosa o post-amorosa. E poi non sono un fan dei «romanzi totali»; ero molto a mio agio con la formula del romanzo breve, alla quale infatti sono tornato subito dopo. In realtà il romanzo ha preso a trasformarsi in un apparato, in un romanzo cosmico, man mano che lo scrivevo. E allora ha iniziato ad avere una sua logica abbastanza mostruosa. Una logica di cui è molto difficile essere consapevole e che non avevo sotto controllo neppure al momento della revisione. Perché in quel momento era inevitabile prendere una decisione: correggo con l’intento di controllare, disinfettare, compattare o correggo con l’idea di portare questa mostruosità fino alle sue estreme conseguenze?

Non l’hai fatto leggere ad altri scrittori prima della pubblicazione?

No. O pochissimi. Ad alcuni ho fatto delle domande. Credo di aver pubblicato un capitolo prima dell’uscita del libro, il capitolo sulla droga e la traduzione, e mi ricordo che il commento di Fogwill fu: «Molto interessante quello che hai pubblicato, mi chiedo come lo farai proseguire».

Quindi per te questo romanzo è stato un po’ come uno spartiacque. C’è un prima e un dopo Il passato.

Sì, c’è un prima e un dopo dal punto di vista della mia visibilità come scrittore; dal punto di vista della visibilità di cui gode il mio lavoro. Non c’è un prima e un dopo nel senso che adesso non sono uno scrittore migliore di prima, non so meglio di prima cosa significhi scrivere, non sono più professionale di prima; i problemi che devo affrontare quando scrivo non sono molto diversi… anzi, forse è quasi l’opposto. Non c’è nessuna sicurezza. Inoltre non credo che le opere della maturità siano, per un artista, migliori dei suoi lavori giovanili. Per niente. E non c’è bisogno di pensare a Quarto potere di Orson Welles per dirlo; ecco perché detesto l’idea della carriera: perché è vista come una cosa lineare, unidirezionale, che può solo andare verso il meglio, verso il perfezionamento. Secondo me la traiettoria di un artista è molto più tortuosa (parlo di un artista, non di un «professionista del mestiere di scrivere»). Di un artista: uno che non sa mai che cosa tirerà fuori.

E mentre lo scrivevi che cosa è successo con la trama? Ad alcuni lettori certe scene del Passato sono sembrate un po’ bizzarre.

Sì, ma io non condivido nemmeno l’idea che un romanzo sia fatto di cose essenziali e cose bizzarre o capricciose. Fondamentalmente perché mi sembra che il romanzo stesso sia un genere bizzarro; è così fin dai tempi del Don Chisciotte. È l’unico genere che si concede il lusso di alimentarsi di qualsiasi cosa. E se ci fai caso la storia del romanzo come genere è proprio questa. Un genere che espande i propri confini a volontà, senza bisogno di dare spiegazioni.

La verità è che ho scritto Il passato seguendo un metodo ben preciso (per modo di dire, visto che non era intenzionale ma l’ho scoperto scrivendo): avevo cioè una specie di tabella di marcia con momenti molto densi, drammatici: «morte di Vera», ad esempio. C’era questo e c’era il principio formale per cui Sofía sarebbe apparsa nel romanzo solo come un fantasma; che irrompeva. Sofía doveva essere il personaggio centrale del romanzo, ma sarebbe apparsa solo in cinque o sei occasioni. E a questo sono riuscito ad attenermi abbastanza. Nel presente della narrazione, Sofía irrompe di continuo. Non è un personaggio che c’è; è come un incidente, una violenza che viene da fuori. E poi c’era questa tabella di marcia che ruotava intorno a una dozzina di grandi episodi che volevo far vivere al personaggio. Scrivendo però mi sono reso conto che spesso mi interessava di più quello che accadeva tra un episodio e l’altro che gli episodi in sé. Per definizione Il passato era, quando mi sono accorto di quello che avevo per le mani, un oggetto del tutto eccessivo.

Come vedi il libro, a distanza di anni?

Lo vedo come il libro meno letterario che ho scritto. Voglio dire, per me è un libro totalmente letterario, però si è trasformato in qualcos’altro; è l’unico dei miei libri a essersi trasformato in qualcos’altro, quasi in esperienza pura. Come se la letteratura si fosse dileguata lasciando dietro di sé una finestra trasparente sul terribile mondo dell’amore. E il libro è pura letteratura. Strati e strati e strati di letteratura.

E secondo te perché è andata così? Per il tema trattato nel libro?

Quando ho finito di scrivere il romanzo, uno dei tremendi dubbi che avevo era che mi sembrava un romanzo anacronistico, perché non c’erano più storie d’amore lunghe vent’anni. Se c’erano, non rientravano nell’esperienza dell’amore generazionale; nessuno dei miei amici, della mia generazione, aveva avuto un’esperienza amorosa dai sedici ai trent’anni. Un amore quasi adolescenziale, ma di adolescenti dell’Ottocento. Questo è l’aspetto più anti-contemporaneo del romanzo. Ed era quello che mi faceva pensare: sto scrivendo un romanzo per sartine dell’Ottocento. E che sarebbe sembrato vecchio anche alle sartine a cui pensava Puig. Eppure credo che l’aspetto del romanzo che ha avuto più ripercussione sia stata proprio la decisione totalmente sconsiderata di vuotare il sacco sull’esperienza amorosa. Cosa che ha fatto sì che qualcuno potesse dire: ok, io non sono mai stato tredici anni con la stessa tipa, ma in effetti questo tizio descrive quello che è successo anche a me in quei sei mesi che sono stato con quella pazza che mi faceva venire voglia di ammazzarla… (ride) Però mi sembra che abbia a che vedere con il tono completamente ossessivo del romanzo: tendere a esaurire un’esperienza. Ed è un gesto assolutamente letterario. Perché io continuo a farmi rimbambire dall’amore come tutti.

È rimasto qualcosa del Passato fuori dal romanzo, qualcosa che non hai incluso nella storia?

È rimasto un capitolo che è stato pubblicato successivamente in un libro, un’antologia edita da Eterna Cadencia, che si chiama Excesos del cuerpo. Era un monologo lungo un capitolo, un testo in prima persona, di un fidanzato di Sofía che va a stare in casa di Rímini quando Rímini la mette in affitto; e quel che vuole in realtà è conoscere quel figlio di puttana di cui Sofía non smette un attimo di parlare. E trova Rímini in condizioni catastrofiche, come drogato, mezzo addormentato, con la porta di casa aperta e circondato da vecchi cartoni della pizza; lui gli si siede accanto e pronuncia questo monologo.

E non ti è mai capitato che ti si ripresentasse uno dei personaggi?

No, l’unico che mi si è ripresentato è stato Riltse. Il pittore. Mi ero concesso quella digressione su di lui nel Passato, quelle cinquanta pagine, perché volevo sperimentare una sorta di biografia di un artista. Aveva iniziato a tentarmi parecchio l’idea di scrivere la biografia di un artista vero. E quindi ho provato con uno falso. E adesso il libro che sto scrivendo è una specie di biografia e saggio su Raúl Ruiz, un cineasta cileno.

Una particolarità del libro è il titolo. Ne avevi un altro? Hai valutato altre opzioni?

Sì. Il titolo provvisorio del libro nei cinque anni di lavorazione è stato La mujer zombie [La donna zombi, ndt]. E l’ho scartato perché mi sembrava il titolo di un romanzo di genere. Mi piace molto l’immaginario della cultura zombi e in particolare un film che avevo bene in mente durante la scrittura del libro, che è Ho camminato con uno zombi, di Jack Tourneur, ma mi sembrava che il titolo non dovesse dare al romanzo un’indicazione di genere. Poi ho scelto un titolo che per fortuna è durato molto poco, perché era proprio brutto: Ex. Credo si sia chiamato Ex fino a quando stavo già correggendo le bozze; è stato lì lì per diventare il titolo definitivo. E poi di colpo mi è venuto in mente Il passato. E credo che se il romanzo è andato così bene è stato anche grazie al fatto che ha un buon titolo. Io non sono molto portato per i titoli, anzi, ma con Il passato mi sembra di aver avuto come un colpo di genio. Mi è parso che la cosa più geniale del titolo fosse che sembrava il titolo di una canzone, di un pezzo pop. Mi sono detto: «Ma come è possibile che non se ne sia accorto nessuno? Non ci sono romanzi intitolati Il passato».

 

© Edgardo Scott, 2013. Tutti i diritti riservati.

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