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Roberto Arlt secondo Ricardo Piglia

Ricardo Piglia Ricardo Piglia, Roberto Arlt, SUR 6 Commenti

Roberto Arlt, secondo César Aira “il più grande romanziere argentino”, non ha goduto i favori della critica accademica argentina fino agli inizi degli anni Settanta, quando Ricardo Piglia è sceso in campo per prenderne le difese.

In due testi che risalgono entrambi al marzo del ’73 – la prefazione a un’edizione del «Giocattolo rabbioso» e un saggio intitolato «Roberto Arlt, una crítica de la economia literaria» –, imbracciando le armi della critica marxista dell’economia politica e della psicoanalisi, Piglia aveva già puntato il dito contro l’ipocrisia di una lettura di Arlt che pretendeva di squalificarlo in virtù della sua mancanza di “bello stile”. Ma in «Respirazione artificiale» fa enunciare al proprio alter ego Emilio Renzi una serie di giudizi su Arlt (in contrapposizione a Borges) che costituiscono un vero e proprio “manifesto” letterario.

A seguire alcuni brani, interrotti da omissis per questioni di spazio: ovviamente, per una comprensione esaustiva delle posizioni dell’autore, rimandiamo alla lettura del romanzo, pubblicato dalle Edizioni Sur nella traduzione di Gianni Guadalupi.

La letteratura argentina è defunta. Diciamo allora, disse Marconi, che la letteratura argentina è una morta che parla. Sì, disse Renzi, non è male. E quando è successo?, domandò Marconi. Nel 1942, rispose Renzi. Nel 1942?, disse Marconi, esattamente? Con la morte di Arlt, disse Renzi. Con lui è finita la letteratura moderna in Argentina, quello che viene dopo è un deserto cupo. Con lui è finito tutto?, disse Marconi. Ma come? E Borges? Borges, disse Renzi, è uno scrittore del XIX secolo. Il miglior scrittore argentino del XIX secolo. Può darsi, disse Marconi. Sì, disse, esatto. Una specie di realizzazione perfetta di uno scrittore dell’80, disse Renzi. Uno della generazione dell’80 che ha letto Paul Valéry, aggiunse Renzi. Questo da un lato. Dall’altro la sua narrativa si può intendere solo come un tentativo cosciente di concludere la letteratura argentina del XIX secolo.

[…]

E tutto questo non è altro che un modo per dire, dice Renzi, che Borges deve essere letto, se si vuole capire di cosa si tratta, all’interno del sistema della letteratura argentina del XIX secolo, le cui linee fondamentali, con i loro conflitti, dilemmi e contraddizioni, lui viene a chiudere, a sigillare. Quindi Borges è anacronistico, mette un punto finale, guarda verso il XIX secolo. Quello che apre, che inaugura, è Roberto Arlt. Arlt ricomincia da capo: è l’unico scrittore veramente moderno che la letteratura argentina del XX secolo abbia prodotto.

[…]

Un poeta senza memoria, disse Marconi, è come un criminale oppresso e quasi annullato dalla decenza. Un poeta senza memoria è un ossimoro. Perché il poeta è la memoria della lingua. Allora, come puoi pretendere da me che io parli di Arlt?, disse Marconi. Perché, dico io, con licenza dei presenti, che cos’era Arlt, se non un cronista del Mundo? Appunto questo era, disse Renzi: un cronista del mondo. Dopodiché tu mi dirai senza dubbio che poteva anche essere un cronista con un paio di coglioni così, ma che scriveva male. Esatto, disse Marconi, io ti dico che Arlt scriveva male, e in questo modo, suppongo, apro la strada alla tua rapida corsa teorica. Ma a parte questo, aggiunse Marconi, la verità è che scriveva con il culo. Chi, disse Renzi, Arlt? No, Joyce, disse Marconi. Arlt, chiaro, Arlt, disse. Gli faccio tanto di cappello, povero cristo, continuò Marconi, ma la verità è che scriveva come se volesse rovinarsi la vita, screditarsi da sé. Il masochismo che gli derivava dalla sua lettura di Dostoevskij, quel gusto per la sofferenza alla maniera di Aleša Karamazov, lui lo riservava unicamente al suo stile: Arlt scriveva per umiliarsi, disse Marconi, nel senso letterale dell’espressione. Ha certamente un merito incontestabile: peggio non si può scrivere. In questo è imbattibile e unico. Hai finito, Morriconi?, chiese Renzi. Marconi, vecchio mio, disse Marconi. Mi chiamo Marconi, non fare il finto tonto. Calma, dissi io. Pacem in terris. Non c’è niente come il latino per placare gli animi, disse Marconi. Dunque, aggiunse poi, dicevamo che Arlt scriveva male. Esatto, disse Renzi, scriveva male: ma nel senso morale della parola. La sua è una scrittura cattiva, una scrittura perversa. Lo stile di Arlt è lo Stavrogin della letteratura argentina; è il Pibe Cabeza della letteratura, per usare un paragone indigeno. È uno stile criminale. Fa quello che non si deve fare, quello che sta male, distrugge tutto quello che per cinquant’anni si era inteso come scrivere bene in questa scolorita repubblica. Citazione di Borges, disse Marconi: scolorita repubblica. Qualsiasi maestra delle elementari, compresa mia zia Margarita, disse Renzi, può correggere una pagina di Arlt, ma nessuno è capace di scriverla. Ah no, ribatté Marconi, certo che no, nessuno può scriverla salvo lui. Ma non ti interrompo più, ti ascolto seriamente, disse. Gin? Sì, disse Renzi. Volodia? disse Marconi. Grazie, dissi io. Arlt scrive contro l’idea di stile letterario, ossia contro quello che ci hanno insegnato si deve intendere per scrivere bene, cioè scrivere in modo corretto, accurato, senza gerundi, no?, senza ripetizioni. Perciò il miglior elogio che si possa fare di Arlt è dire che nei suoi momenti migliori è illeggibile; almeno, secondo i critici è illeggibile: non possono leggerlo, in base al loro codice non possono leggerlo. Tutti i critici (salvo due eccezioni), tutti coloro che hanno scritto di Arlt, da un’estremità all’altra del ventaglio, da Castelnuovo, diciamo, fino a Murena, si trovano d’accordo su una sola cosa: nel dire che scriveva male. È una delle poche concordanze unanimi che può offrire la letteratura argentina. Quando arrivano a questo punto abbassano tutte le bandiere e si mettono d’accordo. Conciliazione commovente, disse Renzi, che non avrebbe rallegrato il defunto. Hanno ragione, dato che Arlt non scriveva dallo stesso luogo che occupavano loro, né in base allo stesso codice. In questo Arlt è assolutamente moderno; è più avanti di tutti quei citrulli che lo accusano. Perché, quando compare nella letteratura argentina l’idea di stile, disse Renzi, l’idea di scrivere bene come valore che distingue le belle opere? Già al suo apparire è una nozione tardiva. Appare solo quando la letteratura trova la propria autonomia e si rende indipendente dalla politica. La comparsa dell’idea di stile è un fatto cruciale: la letteratura ha cominciato a essere giudicata a partire da valori specifici, da valori, diciamo, disse Renzi, puramente letterari, e non, come succedeva nel XIX secolo, in base ai suoi valori politici o sociali, A Sarmiento o a Hernández non sarebbe mai venuto in mente di dire che scrivevano bene. L’autonomia della letteratura, la correlativa nozione di stile come valore al quale lo scrittore si deve sottomettere, nasce in Argentina come reazione all’impatto dell’immigrazione. In questo caso si tratta dell’impatto dell’immigrazione sulla lingua. Per le classi dominanti l’immigrazione viene a distruggere molte cose, no? Distrugge la nostra identità nazionale, i nostri valori tradizionali, ecc. ecc. Nell’ambito della letteratura si dice che l’immigrazione distrugge e corrompe la lingua nazionale. In quel momento la letteratura cambia funzione in Argentina; comincia ad avere una funzione, diciamo, specifica. Una funzione che, senza rinunciare a essere ideologica e sociale, solo la letteratura come tale, solo la letteratura come attività specifica può svolgere. La letteratura, ripetevano in continuazione ovunque, ha ora una sacra missione da compiere: preservare e difendere la purezza della lingua nazionale di fronte al meticciato, all’incrocio, alla disgregazione provocata dagli immigrati. Questa diventa dunque la funzione ideologica della letteratura: mostrare quale deve essere il modello, il buon uso della lingua nazionale; lo scrittore diventa il custode della purezza linguistica. In quel momento, verso il 1900 diciamo, disse Renzi, le classi dominanti delegano ai loro scrittori la funzione di imporre un modello scritto di quella che deve essere la vera lingua nazionale.

[…]

Arlt, è evidente, lavora in un senso esattamente opposto. Maneggia ciò che rimane e si sedimenta nel linguaggio, lavora con i resti, i frammenti, il miscuglio, ossia con quella che è realmente una lingua nazionale. Non intende il linguaggio come un’unità, come qualcosa di coerente e liscio, bensì come un conglomerato, una marea di gerghi e voci. Per Arlt la lingua nazionale è il luogo in cui convivono e si confrontano diversi linguaggi, con i loro registri e i loro toni. E questo è il materiale con cui costruisce il suo stile. Questo è il materiale che lui trasforma, facendolo entrare nella «macchina versatile», per citarlo, della sua scrittura. Arlt trasforma, non riproduce. In Arlt non c’è una copia della lingua parlata. Arlt non soffriva di quell’illusione che abbonda fra gli scrittori che circondano Borges, come Bioy, Peyrou, il primo Cortázar, che da un lato scrivevano «bene», correttamente, con «eleganza», e dall’altro dimostravano di saper trascrivere e copiare la parlata pittoresca delle classi «basse». Lo stile di Arlt è un impasto in ebollizione, una superficie contraddittoria, dove non c’è copia della lingua parlata, trascrizione grezza dell’oralità. Arlt allora lavora quella lingua atomizzata, percepisce che la lingua nazionale non è univoca, che sono le classi dominanti a imporre, a partire dalla scuola, un uso della lingua come l’uso corretto; capisce che la lingua nazionale è un conglomerato. Questo da un lato, disse Renzi. Dall’altro, Arlt si sbarazza della tradizione del bilinguismo; ne è al di fuori, Arlt legge traduzioni. Se per tutto il XIX secolo e fino a Borges ci si imbatte nel paradosso di una scrittura nazionale costruita a partire da una scissione fra lo spagnolo e la lingua in cui si legge, che è sempre una lingua straniera (basta vedere il marchio del gallicismo in Sarmiento, in Cané, in Güiraldes, per capire cosa voglio dire), Arlt non soffre questo sdoppiamento fra la lingua della letteratura che si legge in un altro idioma e quella in cui si scrive: Arlt è un lettore di traduzioni, pertanto riceve l’influenza straniera già sfumata e trasformata dal passaggio di quelle opere dalla loro lingua originale in spagnolo. Arlt è il primo, d’altro canto, a difendere la lettura di traduzioni. Pensa a quello che dice di Joyce nel prologo a I lanciafiamme. Quindi, dove trova il modello dello stile letterario? Lo trova dove può leggere, cioè nelle traduzioni spagnole di Dostoevskij, di Andreev. Lo trova nello stile dei pessimi traduttori spagnoli, nelle edizioni economiche di Tor. E questo è il secondo materiale con cui si costruisce lo stile di Arlt: «ronzino», «giovinetto», i suoi testi sono pieni di roba del genere, perché quello che i traduttori spagnoli fissavano come cliché di traduzione e come lessico, Arlt lo lavora e lo trasforma nella materia prima della sua scrittura. Arlt viene dunque da un luogo che è totalmente altro rispetto a quello in cui si scrive «bene» e si crea uno «stile» in Argentina. Non c’è nulla che somigli allo stile di Arlt; non c’è nulla di così trasgressivo come lo stile di Roberto Arlt. Ma c’è di più, disse Renzi, e concludo. Quello stile di Arlt, fatto di conglomerati, di resti, quello stile alchemico, perverso, marginale, non è altro che la trasposizione verbale, stilistica, del tema dei suoi romanzi. Lo stile di Arlt è la sua narrativa. E la narrativa di Arlt è il suo stile: non si dà una cosa senza l’altra. Arlt scrive quello che racconta: Arlt è il suo stile, perché lo stile di Arlt è fatto, sul piano linguistico, dello stesso materiale con cui costruisce il tema dei suoi romanzi. Perciò mi fanno ridere quei tipi che si mostrano condiscendenti con lui dicendo: Arlt è un grande scrittore malgrado il suo stile; quelli che pensano che quando uno scrittore ha tanto da dire, come si suppone che ne avesse Arlt, la forza travolgente del suo «mondo interiore» lo costringa a dimenticarsi della forma. Sono quelli convinti che quanto più uno scrittore è «sincero», per usare una parola di cui si compiacciono, quante più verità ha da dire, tanto più scrive male; perché, secondo loro, proprio la mancanza di preoccupazione per la forma, il lasciarsi trascinare, sarebbe una dimostrazione della sua forza, di quella natura travolgente, ecc. Arlt non ha nulla a che vedere con tutto ciò. Ci sono molti scrittori che scrivono male in questo senso, ma Arlt non appartiene a questa categoria. La letteratura di Arlt è una macchina che funziona tutta con lo stesso combustibile. Insomma, disse Renzi, per spiegare cosa significa Arlt nella letteratura argentina bisognerebbe parlare una settimana.

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