I poeti sono scesi dall’Olimpo

redazione SUR 2 Commenti

Quest’anno il prestigioso premio Cervantes, il “Nobel della lingua spagnola”, è stato assegnato in dicembre al poeta cileno Nicanor Parra. Verrà consegnato ufficialmente a Madrid il 23 aprile, anniversario della morte di Cervantes e Giornata mondiale del libro.

Il premio viene assegnato dal ministero dell’Istruzione spagnolo, in genere ad anni alterni a uno scrittore spagnolo e a uno latinoamericano. È il terzo cileno a riceverlo, dopo Jorge Edwards e un altro poeta scomparso di recente, Gonzalo Rojas. Altri poeti premiati sono stati il messicano José Emilio Pacheco nel 2009, l’argentino Juan Gelman nel 2007, la cubana Dulce María Loynaz nel 1992, lo spagnolo Rafael Alberti nel 1983. Fra gli altri scrittori che lo hanno ricevuto ricordiamo Jorge Luis Borges, Juan Carlos Onetti, Ernesto Sabato, Carlos Fuentes, Mario Vargas Llosa, Guillermo Cabrera Infante, Sergio Pitol.

Per chi legge lo spagnolo, ecco un sito a lui dedicato:
www.nicanorparra.uchile.cl/

In italiano si possono leggere alcune sue poesie qui:
archiviobolano.it/bol_autcit_nicanorparra.html

e qui:
paginecheamo.wordpress.com/category/nicanor-parra/

Di  seguito pubblichiamo un’intervista a Nicanor Parra comparsa sulla rivista «Ñ», supplemento culturale del «Clarín».

Nicanor Parra: “Io mi indebolii con la scuola”

Il Premio Cervantes gli è arrivato a 97 anni. In questa chiacchierata, una delle poche concesse in questi ultimi anni, parla della sua idea di poesia

di Guillermo Pellegrino

Traduzione di Raffella Accroglianò

L’incontro era stato convenuto per mezzogiorno. Alle dodici in punto, insieme al poeta cileno Raúl Zurita, arriviamo a Las Cruces, un paesino sul Pacifico, a un’ora e mezzo da Santiago. Non appena entrati, chiediamo a uno del posto di indicarci l’indirizzo che avevamo annotato: «Andate da Nicanor?», fu la risposta immediata. «Ahh, potevate dirlo prima». A Las Cruces non c’è nessuno che non sappia dove vive. La sua casa, situata al di sotto del livello stradale e come sospesa su un precipizio, ha sulla porta d’ingresso un segno inconfondibile: un graffito con la scritta “antipoesia”. Il creatore dell’antipoesia ci invita sulla terrazza da cui si gode una vista spettacolare sull’oceano. La chiacchierata si anima. Fa la sua comparsa il registratore. «No», dice secco. «Non voglio essere registrato, né fotografato; prenda appunti, si appelli alla memoria». Così, alla vecchia maniera, è stata realizzata questa intervista nel 2006.

Mi piacerebbe sapere in che modo da una famiglia semicontadina di Chillán, con poche risorse, sono usciti membri così creativi, che sono riusciti ad andare oltre le barriere della propria classe.
Mio nonno rispose già diverse volte a questa domanda: «La necessità acuisce l’ingegno». Che cosa voleva dire con questo? Che dovemmo studiare e lavorare molto. Avevamo fame! (allunga l’ultima vocale, un’abitudine tutta sua; lo rifarà spesso durante la chiacchierata).

Mi racconti di suo nonno.
Mio nonno Parra era un uomo molto intelligente. Un tinterillo. Chiamano così chi non ha terminato i suoi studi da avvocato, ma che comunque lavora come tale. Ai suoi tempi arrivò a mettere insieme una piccola fortuna: oltre alla casa aveva altre proprietà. Era un arciduca! (allunga di nuovo l’ultima vocale).

E che accadde dopo? Per quanto ne so, lei e i suoi fratelli avete avuto un’infanzia con qualche ristrettezza.
I figli del nonno (fra cui mio padre) sperperarono tutta quella piccola fortuna. In questo tipo di storie, che sono abbastanza comuni, non dobbiamo dimenticare Thomas Mann quando diceva una cosa del tipo: «Una generazione lavora, la seconda accumula fortuna, la terza porta questa fortuna al massimo, e la quarta la dilapida. Così tutto si azzera».

Ossia che Violeta e lei, a posteriori le figure centrali della famiglia, non avevate nulla da perdere, e non mi riferisco solo all’aspetto economico. Qualsiasi attività che potevate intraprendere era destinata al successo.
Un momento. La figura centrale della famiglia è Roberto. Lui è stato il più… il più… autentico… sì, autentico, questa è la parola giusta. Violeta s’indebolì con la scuola, e la colpa fu mia. Io stesso m’indebolii con la scuola: smarrii la lingua patria…

La lingua patria? Cosa intende dire?
La lingua patria era la lingua dei quartieri violenti di Chillán. Smarrii questa lingua quando andai al liceo del paese. Io ero il bambino povero di quella scuola nella quale bisognava parlare come i “cileni”, i discendenti degli spagnoli. In periferia invece, dove vivevamo noi, si parlava come parlano i mapuche. Stavamo come in un ghetto! E questa non fu l’unica lingua che persi per strada. In seguito, quando andai all’Internado di Barros Arana di Santiago, persi la lingua del liceo; quando entrai nella Sociedad de Escritores, persi la lingua dell’Internado e alla fine persi tutte queste lingue quando andai a Oxford. Roberto invece non ha mai perso la lingua patria, quella del quartiere Villa Alegre, nella periferia di Chillán.

Certamente questo quartiere di Chillán, oltre alla forma di parlare, aveva dei codici particolari, vero?
A Villa Alegre, quartiere che è un vero ghetto, anche se pochi lo sanno, c’è una questione fondamentale, che scoprii molti anni dopo. Per definire cos’è il quartiere, le racconto una storia: dieci anni fa, quando ero già un vecchio, tornai a Chillán, in quel quartiere che è praticamente identico a come lo lasciai da adolescente. Andai ad “annusare”, volevo vedere cosa accadeva, e mentre camminavo ho incontrato un minimarket, che non esisteva ai miei tempi. Decisi di entrare a curiosare e ciò che subito attirò la mia attenzione furono dei sacchetti di latte, che non esistevano a Santiago in quel periodo, e che erano sistemati in modo da formare una piramide. Di conseguenza decisi di rivolgere la parola alla padrona del negozio. Errore! In quel momento capii che in quei quartieri non si possono fare certe domande! Abbordai la signora con il seguente quesito: «Potrebbe dirmi da dove viene questo latte?». La prima cosa che disse fu: «Che domanda!». E mi rispose immediatamente: «Be’, dalla mucca, perché non possiamo mica dire che viene dal toro, vero?». La risposta è tipica di quel quartiere, ti rispondono così perché hai trasgredito il codice. E il codice dice che non si possono fare determinate domande. Nel ricevere questa risposta dissi a me stesso: povera signora, non sa che anch’io sono chillanejo, e quindi le risponderò come chillanejo, di quel quartiere: «Signora, lei sembra una chillaneja», vale a dire con un’aggressione terribile. «E lei non sembra di qua (di Villa Alegre)», ribatté. Dopo questo episodio, per la prima volta seppi da dove venivano Violeta, Roberto e tutta la famiglia Parra.

Non si era mai accorto prima di questo tipo di atteggiamenti?
La questione fondamentale lì è il contatto umano. Non c’è un manuale di buone maniere, è sempre come l’incontro dei primi due uomini, bisogna vedere chi è Caino e chi Abele. In ogni dialogo c’è un Abele che perde, che rimane emarginato, mentre l’altro è quello che fa da padrone… In quel quartiere mapuche di Chillán ciò si manifesta in modo assoluto, diretto. Il comportamento della gente di Villa Alegre è qualcosa che non è stato ancora studiato da nessuno.
Ho raccontato queste cose per far capire che qualsiasi domanda è un’aggressione. Questa è una delle questioni fondamentali di Villa Alegre. A comandare lì è la sintassi mapuche, la cultura mapuche.

Colpisce il fatto che lei, osservatore acuto secondo chi la conosce bene, scopra e si interessi di questi atteggiamenti dopo tanti anni.
Quando uno è giovane non ha molta capacità critica, crede che tutti siano così, come li vede, ma la verità non è questa. Pensi che a Santiago io a volte faccio queste domande e l’interlocutore mi risponde, al massimo può dirmi che non sa, ma sempre con il manuale di buone maniere in mano. E così mi sono reso conto di questi codici a 80 anni. Perché prima, a 30, a 40, non li percepivo, soffrivo e basta. Da quella sofferenza nascono le antipoesie.

Pensavo di aver letto che fossero nate in opposizione a qualcosa o a qualcuno, lei non ha detto una volta che nacquero in opposizione alla poesia di Neruda?
Mi piacerebbe dirle che l’antipoesia, in ultima istanza, è un no a qualcosa. Per prima cosa è un no all’ordine mapuche, poi è un no all’ordine totale, perché in questo ordine si riproducono le stesse situazioni di Villa Alegre, su altri piani. Si sta sempre decidendo chi è chi (appare questo rilancio di Caino e Abele), in modo più dissimulato o più elegante, ma di questo si tratta… In quanto a ciò che dice lei, che erano versi per opporsi alla poesia di Neruda, le rispondo che questo è ciò che dicono i critici. Sono stato un grande ammiratore di Neruda (Nota dell’autore: uno dei libri sparpagliati nel soggiorno è appunto una Antologia di Neruda). Mi piaceva la sua poesia.

Che tipo di relazione aveva con lui?
Ottima. Pensi che Neruda fu il primo a captare e comprendere le antipoesie. Vuole sapere come accadde? Una volta, mentre passeggiavamo sotto alcuni alberi nella sua casa di Los Guindos, lui mi prese per un braccio (si afferrava sempre al braccio dell’interlocutore, aveva trovato questo modo per sedurlo, perché era un grande seduttore) e mi sussurrò all’orecchio: «Facciamo una rivista di poesia e i direttori saranno i poeti cileni, ossia tu e io». Io, che ero un po’ il diavolo, sarei stato uno dei direttori! pensavo dentro di me. E subito mi domandò: «Che nome gli metteresti tu? Autoelogio?». E prima che potessi dirgli qualcosa mi disse: «No… Elogio mutuo».

Ricorda in quale circostanza Neruda si imbatté nell’antipoesia?
Fu in un’altra occasione che mi si avvicinò negli stessi termini e disse: «Facciamo un recital di poesia, a casa mia, a cui parteciperanno i tre poeti cileni, ossia: Juvencio Valle, tu e io e nessun altro.» E il recital si fece. C’era un soggiorno con dodici sedie, un tavolo davanti e i tre poeti, con Pablo al centro. Ciascuno lesse le sue cose, finché toccò a me. Lì, per la prima volta, lessi in pubblico tre antipoesie (La viuda, La trampa e Los vicios del mundo moderno) davanti al “poeta del Cile”, che è Pablo. Ricordo cha vari spettatori ridevano, mi sentii incompreso e quindi mi appartai. Pablo, nel frattempo, rimase lì con il suo seguito di ammiratori, ma dopo un po’ mi rendo conto che davanti a me c’è qualcuno che sta passeggiando come un orso in gabbia, era lui che si grattava il naso (un gesto molto suo, che significava che era preoccupato) finché si fermò. «Nicanor» mi disse, in questo era molto affettuoso, mi chiamava per nome quando in genere, in quel periodo, tutti ci chiamavamo per cognome. «Devo farti una domanda. Come hai scritto le poesie che hai appena letto? Perché tu non eri un poeta». Mi meravigliai. «Questa è la seconda volta che mi succede una cosa così» continuò. «Di solito non mi sbaglio in queste cose, prima mi sono sbagliato con Jorge Adoum, del quale pensai che non era un poeta e ora sembra che sia il migliore poeta dell’Ecuador. Nicanor, dopo devi dirmi come le hai scritte, se pensi di fare un intero libro con queste poesie farai piazza pulita di tutti». Fu, come le ho detto, il primo a captare la cosa, e reagì in quel modo!
Nel suo primo libro c’è una presenza importante di García Lorca, di Whitman. Come avvenne la rottura e come passò da quel libro alle famose antipoesie?
Negli anni Trenta, quando scrissi il mio primo libro con evidente influenza di García Lorca, non sapevo bene cosa ci si aspettasse da un poeta. In quel periodo tutti parlavano bene di García Lorca e di Rafael Alberti. Fu per questo che decisi di scrivere poesie. Mi dissi: «Perché non posso pubblicare anch’io, se posso fare cose simili a queste e belle come queste!» Così scrissi quel primo libro credendo che fosse lecito fare le cose così come le aveva fatte García Lorca, anche se con variazioni minori.  Ma quando il libro fu pubblicato arrivarono le critiche: vari “esperti” mi additarono dicendo che, fondamentalmente, mostravo una forte influenza di García Lorca, e non so che altro. Fu in quel momento che mi convinsi che dovevo fare qualcosa che ancora non esisteva, il mito del nuovo. Aah, quindi si tratta di questo? mi dissi. Eccovi serviti. Così nacquero le antipoesie.

Nella maggior parte della sua antipoesia si percepisce un linguaggio di prosa. Infatti mentre preparavo questa intervista, quando ho letto a un critico parte della poesia “Cambio de nombre” mi ha detto: «Ma questo è il prologo di un libro». Quali sono i limiti affinché la poesia non invada un altro genere? Nella sua opera sembra esserci un limite impreciso.
C’è una definizione di Dylan Thomas che mi è sempre piaciuta e che ancora sottoscrivo: “poesia è ciò che viene detto bene, nient’altro”. Ma perché venga detto bene ci sono certe condizioni acustiche. Non basta che sia solamente ben scritto, deve essere anche ben pronunciato, bisogna pensare che è qualcosa che verrà letto. Quindi diventa importante anche il suono, e qui si pone il problema della musica. Qui entra in gioco quello che si chiama pentametro giambico. Qualsiasi cosa lei dica con questo metro suonerà bene… Perciò, se un insulto per strada è ben detto diviene poesia popolare. Anche i graffiti rientrano nel genere della poesia, ma sempre e solo se sono ben fatti, perché ce n’è anche di molto brutti, eh? Qualcuno disse una volta «Le grandi verità del XX secolo non sono nei libri, ma sulle pareti dei bagni pubblici». Vox populi, vox dei. Mi torna in mente una frase letta una volta in un bagno: «La cacca si mangia. Un milione di mosche non possono sbagliarsi». Che frase! Sì! Noti come dal pentametro giambico sono passato alla frase fatta.

Quali poeti ammira?
In questo periodo quella che maggiormente ammiro è Lina Paia.

Scusi la mia ignoranza, chi?
Lina Paia è mia nipote (la figlia di Juan de Dios, uno dei suoi figli). Quando aveva un anno e mezzo, e diceva ancora poche parole, durante una riunione familiare chiese la parola: «Io, Lina Paia…». Il suo nome è Josefa Cristalina Parra. Da allora le presto molta attenzione, e in generale ai bambini quando parlano, per come affrontano la questione del linguaggio. Nonostante io fossi già Premio Nacional de Literatura, Premio Juan Rulfo e varie volte candidato al Nobel, per la prima volta in quella occasione entrai a fondo nello studio del linguaggio ascoltando parlare Lina Paia., osservando come compone le sue frasi. Questo è ciò che accade con Lina Paia. Lei dice quello che sente, e questo è assolutamente meraviglioso. Perché quando si dice quello che si sente si sta nell’Essere, con la maiuscola.

E nella sua poesia lei riesce a esprimere ciò che sente?
Non sempre, non sempre. Direi una volta su mille. Lei, invece, lo fa sempre. Quello che invece provo e ho chiaro è che bisogna esprimere ciò che si vuol dire con il minimo delle parole.

C’è qualche fatto specifico che la spinge a introdurre segni non poetici nella sua poesia, perché non è facile includerli e far sì che suonino poetici, è un grosso rischio.
Questa è l’influenza di Lina Paia, che parla per necessità e non per vanità. L’antipoesia è un’associazione per necessità, ma non sono mai riuscito a ottenere il grado di necessità di un bambino. Il fatto è che uno, almeno fino a oggi, continua a parlare per vanità.

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